Finzioni e abitanti nelle macerie
Ci siamo adattati alla finzione. Essa, come indica l’etimologia latina, significa ‘plasmare, foggiare o modellare’. Cresciuto in un contesto artistico-artigianale il temine ha trasformato il suo significato verso la simulazione o l’invenzione. Nell’accezione comune la finzione implica la rappresentazione di qualcosa che non è reale, spesso in conflitto con la verità. Si finge al quotidiano tanto da smarrire i confini tra la narrazione vera, finta, immaginata e menzognera. A partire da molte delle nostre relazioni che sono plasmate dalla finzione per convenzione, convinzione o convenienza...Dal saluto al sorriso costruito per l’occasione o le parole che, appunto, fingono cordialità e rispetto.
I giochi olimpici invernali sono stati giusto inaugurati in una Milano, blindata e trasformata in palcoscenico e passerella per re, principi, capi di stato e di istituzioni. L’abituale retorica di pace olimpica e auspicato appello a una tregua inesistente ne forgia le evidenti geopolitiche sportivo-commerciali. Neppure le competizioni, con tutto il rispetto degli atleti che daranno il meglio di sè, non arriveranno a nascondere la finzione che soggiace all’intera operazione. Alcuni Paesi sono stati esclusi dai Giochi mentre altri, in situazioni simili, sono stati accettati. Una finzione di apoliticità dello statuto olimpico che del nostro effimero mondo è una delle espressioni privilegiate.
La politica e la democrazia che dovrebbero camminare assieme per essere al servizio del bene comune hanno fatto delle finzioni una costituzione alternativa. In effetti, come ricorda tra gli altri il politologo francese Clément Viktorovitch, ci troviamo nell’era della ‘logocrazia’. Si tratta della presa del potere attraverso parole confezionate in frasi che esprimono la realtà politica come finzione con lo scopo di prendere il potere o dominare. Persino l’alternativa tra maggioranza e opposizione risulta, in questo contesto, finta proprio come i giochi falsamente antagonisti delle ‘Grandi Potenze’. Il linguaggio, ricorda la giornalista Alessandra Filippi, non descrive più la realtà ma la annienta.
Fingiamo di non sapere ciò che accade in Libia nei capi di prigionia negoziati per migranti e richiedenti asilo. Fingiamo di non sapere cosa si nasconde dietro gli accordi con la Tunisia, l’Algeria e il Marocco per controllare la mobilità di giovani migranti. Chiudiamo gli occhi fingendo di credere che i centri di prima accoglienza, permanenza, transito, ritorno verso i Paesi ‘sicuri’ siano comuni locande per viaggiatori stanchi del viaggio. Fingiamo di non sapere che accusare gli ‘scafisti’ non è che una cortina di fumo per nascondere le cause dei morti alle frontiere. Fingiamo di credere che la nostra economia reale non sia in buona parte fondata sullo sfruttamento della mano d’opera fornita dai migranti.
Fingiamo, infine, di dimenticare la nostra parte di responsabilità nelle oltre 50 guerre che assediano il pianeta. Plasmiamo o modelliamo l’attualità fingendo di ignorare che oltre 70 000 tonnellate di esplosivo sono state usate nella striscia di Gaza. Passiamo sopra, fingendo di non credere che oltre la linea gialla, frontiera di pace negoziata, non ci sono che rovine. Circa 55 milioni di tonnellate di macerie per l’80 per cento delle costruzioni distrutte, il 90 per cento di scuole inagibili e migliaia di tende portate via dalla tempesta. Eppure, lì, come anche altrove, le persone rimangono, fedeli. Abitano con infinita dignità le macerie e le ferite che le nostre finzioni hanno creato.
Mauro Armanino, Casarza Ligure, febbraio 2026




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