AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

venerdì 7 agosto 2026

Chi controlla il presente controlla il passato di Padre MAURO ARMANINO

Chi controlla il presente controlla il passato

Chi scrive è un missionario di ‘professione’ e antropologo, originario di Casarza Ligure. Ho avuto il privilegio di attraversare ed essere attraversato da molte frontiere. La Costa d’Avorio, l’Argentina, la Liberia e infine il Niger da dove sono tornato l’anno scorso a quest’epoca. In questi ‘attraversamenti’ ho visto e esperimentato la guerra (in) civile in Liberia e quella, ancora in atto nel Sahel anche ad opera di gruppi armati di ispirazione salafista. So cosa significhi la sicurezza di persone e beni. Un mio confratello è stato rapito, per oltre due anni, da uno di questi gruppi. Non potevo uscire da Niamey senza scorta armata. Non potrò dimenticare la sofferenza di ciò che i miei occhi hanno visto da cui sono rimasti feriti. Migliaia di sfollati, rifugiati e contadini che avevano perso tutto. Casa, campi e passato per salvare la vita propria, quella dei figli e un incerto futuro per tutti.

Per me, dunque, sentire parlare, non da oggi, di ‘insicurezza’ delle nostre città fa riflettere e affiorare la certezza di una pretestuosa fabbricazione della paura. Non sappiamo da quale pericolo dovremmo difenderci e in quale contesto detta percezione giustifichi la strategia della sorveglianza. Sappiamo per esperienza che la realtà è organizzata secondo interessi e motivazioni calcolate. Il contesto ben noto è quello di una regione e una città, ad esempio quella di Genova, in declino economico e demografico da anni.  Vorrei condividere quanto segue a partire dall’eredità ricevuta.  Figlio di un partigiano e dal mio stesso vissuto. Operaio metalmeccanico. sindacalista, alter-mondialista e migrante per oltre trent’anni. Col privilegio di aver partecipato attivamente al Genoa Social Forum del 2001 e alle celebrazioni del suo venticinquesimo nel capoluogo ligure. Il mese scorso. 


 Un regime democratico è basato sui dettami di una costituzione che garantisce ad ogni persona o gruppo la libertà di espressione e la partecipazione alla vita pubblica. Ciò che la nostra costituzione vieta, all’articolo 12 delle disposizioni finali, è la ricostituzione e dunque l’apologia del partito fascista E’ dunque legittimo esprimere il proprio pensiero politico in tutta libertà così come è legittimo esprimere il proprio dissenso rispetto al pensiero dell’altro. Il tutto in un contesto di rispetto e di reale pluralismo. Chi scrive non ha simpatie per chi parla di ‘remigrazione’ o altre facezie simili. Non è neppure ingenuo nell’osservare che al governo attuale di questo Paese ci sono persone di mai negate ispirazioni politiche ‘post fasciste’. Sono convinto assertore che la libertà di espressione costituisca la democrazia e dunque il dibattito che la contraddistingue. La forza delle idee è diversa delle idee della forza. Credo controproducente impedire o disturbare una manifestazione che esprima posizioni diverse dal nostro pensiero. Si frustra la democrazia e si rischia di trasformare le persone bersagliate dalla contestazione violenta in eroi. Ci ricordava Bertold Brecht che è...’ sventurata la terra che ha bisogno di eroiInfine, a costo di essere frainteso, credo che in una democrazia, imperfetta come ogni democrazia, c’è modo e modo di esprimere il proprio dissenso. Non aiuta la democrazia attaccare persone e danneggiare beni pubblici anche se questo si giustifica come risposta ad una violenza reale più grave o percepita tale. Il rispetto per ogni persona è alla base della nostra costituzione. Il fatto che essa ci ricordi che la repubblica sia fondata sul lavoro implica, tra l’altro, anche la salvaguardia di quanto è il frutto del lavoro e dunque di patrimonio comune. Lo sappiamo anche per esperienza storica: rispondere con la violenza alla violenza è deleterio per tutti e contribuisce a perpetuarne la spirale. Chi scrive lo ha visto e può testimoniarlo. 

Infine, per rimanere nel nostro ambito genovese, vorrei riferirmi al cippo che è stato posto in Piazza Alimonda a l’occasione del giorno memoriale per l’uccisione del giovane Carlo Giuliani. Non è mia intenzione addentrarmi nelle giustificate polemiche sull’uso strumentale della violenza specie da parte delle forze dell’ordine. Hanno probabilmente eseguito ordini (non sono i soli, peraltro). Il segno per ricordare che lì è accaduto qualcosa e qualcuno, credo sia comprensibile e doveroso. 


Dove non condivido la memoria è la presenza, accanto al cippo, di due estintori. Sappiamo cosa significhino e possiamo anche comprendere la ragione di questa presenza. Capire non significa condividere la scelta. In qualche modo la memoria diventa anche apologia di violenza come risposta ad altra violenza. Sappiamo che l’estintore era nelle mani di colui che poi sarebbe stato drammaticamente ucciso. Non era necessario mettere in luce questo oggetto. E’ come cogliere un momento particolare della vita di Giuliani che non rappresenta ciò che suo padre disse di lui e della sua vita. In ogni caso non mi rappresenta e credo non rappresenti parte di coloro che hanno partecipato al citato Genoa Social Forum del 2001.

Quanto poi all’uso della memoria chi scrive, pur avendo vissuto per vari anni a Genova, ha ‘scoperto’ solo quest’anno cos’era accaduto in uno spazio ben identificato della nota ‘Casa dello Studente’ in Corso Aldo Gastaldi.  Ci sono stanze e sotterranei dove i nazi-fascisti hanno torturato, deportato e ucciso partigiani e insorti alla dittatura che poi sarebbe crollata alcuni mesi più tardi. Non un cippo visibile dall’esterno è stato finora posto. Solo dopo parecchio tempo, il luogo in questione è ridiventato visitabile ma non realmente ‘visibile’.


Come sempre nella storia accade quello che scrisse a suo tempo George Orwell. Chi controlla il presente controlla il passato e chi controlla il passato controlla il futuro.

            Mauro Armanino, Genova, agosto 2026

Annesso:

Papà, noi dobbiamo aiutare i poveri, i deboli, mi ripeteva», frase pronunciata da Giuliano Giuliani nei giorni immediatamente successivi alla morte del figlio. Possdimo leggere con profitto il discorso del padre alla Fiom-CGIL

https://www.fiom-cgil.it/images/EVENTI/XXIII-CONGRESSO/04_06_03-intervento_giuliani.pdf

sabato 1 agosto 2026

Ceuta, andata e ritorno con strage. L’illusione migrante di una notte di LUCIA CAPUZZI articolo ricevuto da Padre Mauro Armanino

Ceuta, andata e ritorno con strage. L’illusione migrante di una notte

di Lucia Capuzzi

Almeno 57 persone sono annegate nel tentativo di attraversare il tratto di mare che separa i due Paesi. In migliaia sono passati. E subito costretti a tornare indietro. «È stata tutta un’illusione. Sono arrivato perché cercavo un'opportunità. Ma è chiaro che nessuno me la darà»

Tiene gli occhi fissi a terra Mohamed mentre trascina i piedi sui ciottoli grigi della spiaggia di Tarajal, facendosi largo sulla distesa di salvagenti abbandonati. Si accovaccia lento per esaminare lo stato di due, ancora gonfi. Sceglie quello in migliori condizioni, lo raccoglie e procede. «Me ne vado perché sono sfinito. Ho dormito sul piedistallo di una statua, con un occhio aperto e il terrore di essere attaccato dagli abitanti. Non mangio da più di ventiquattro ore: sono stato mandato via da tre negozi. Non hanno voluto vendermi nemmeno una bottiglia d’acqua, per fortuna c’era una fontanella... È stata tutta un’illusione: sono arrivato con un gruppo di amici perché volevo avere un’opportunità senza nemmeno dirlo a miei genitori. Ma è evidente che nessuno me la darà», racconta il 13enne di Tetuán, prima di riprendere la “via del mare”. E circumnavigare, a nuoto, El Espigón, lo spuntone, un’ellisse di roccia, adagiata fra due Continenti, Africa ed Europa. Al secondo appartiene – politicamente – Ceuta, enclave spagnola in territorio marocchino.

Dall’altro lato della sporgenza c’è Fnideq – o Castillejos, secondo la vecchia denominazione coloniale –, parte del Regno di Rabat. Da là sono partite le decine di migliaia di migranti – 50mila sostiene il governo, 60mila per le autorità locali – che, giovedì, si sono riversate sulla città, facendo aumentare di quasi un terzo gli abitanti. E là ritornano, a meno di 24 ore di distanza. Sembra, però, trascorsa un’era da quando la folla di giovani e giovanissimi – marocchini, qualche algerino e i pochissimi subsahariani capaci di nuotare – era spuntata fra le onde al grido di: «Viva España». Il miraggio della “fiesta” si è dissolto nell’emergenza umanitaria in cui si sono trovati intrappolati. Il centro di permanenza temporanea (Ceti) al collasso per l’affluenza inedita, le vie deserte presidiate da esercito e Guardia civil, le serrande abbassate, i volontari impossibilitati da prestare attenzione a tutti. Addirittura nei quartieri periferici i nuovi arrivati sono stati “accolti” con insulti e lanci di pietre. «Non mi è rimasto che fare marcia indietro», racconta Hamza, 20 anni, con aria evidentemente delusa mentre procede in direzione Fnideq. Se, nelle prime ore del pomeriggio di ieri, esodo e contro-esodo sono arrivati a sfiorarsi, a sera, ormai, l’inversione del movimento era quasi completata, al ritmo di 150 persone al minuto. Qualcuno una bracciata alla volta come erano arrivati, ad altri le forze di sicurezza marocchine hanno aperto la porta del recinto metallico che blinda per venticinque metri El Espigón. Entro la notte il rientro è stato totale. O quasi. Almeno 57 non potranno farlo. Sono stati ingoiati dalle correnti che agitano nel profondo il braccio di mare tra Fnideq e Tarajal. Tre chilometri appena, in cui, però, Mediterraneo e Atlantico si mescolano, creando un muro d’acqua spesso durissimo da oltrepassare. Specie per quanti lo fanno con un galleggiante di fortuna o, peggio, con qualche bottiglia di plastica vuota a mo’ di “cintura di sicurezza”. Non si sa quante siano le vittime del “Marocco-Spagna, andata e ritorno con strage”: molti di più dei 57 corpi recuperati dai sommozzatori potrebbero non venire mai trovati. I cadaveri privi di documenti saranno sepolti nel cimitero cristiano dell’enclave, in loculi senza nome né lapide, come prevede la legge per quanti non possono essere identificati. Sono migliaia e migliaia.


“Danni collaterali” del braccio di ferro geopolitico tra Paesi e interessi da cui dipendono le politiche migratorie. 

Ceuta – dove esattamente trent’anni fa è stato costruito il primo muro anti-migranti d’Europa – è da sempre laboratorio dei paradossi continentali. L’attuale crisi ne è un tragico corollario. Alle cause endogene che spingono l’esodo dal Marocco – disoccupazione giovanile diffusa e frustrazione della “generazione Z” come confermano le ultime proteste –, si somma il fragile equilibrio diplomatico tra Rabat e Madrid. Fattore che il premier Pedro Sánchez – catapultato ieri in città dall’emergenza – ha volutamente minimizzato. Il leader progressista ha denunciato la «violazione all’integrità territoriale della Spagna» ma ha puntato il dito sulle «mafie che trafficano gli esseri umani» mentre ha definito «un alleato», il Regno di Mohammed VI. In realtà, vari indizi indicano un ruolo attivo delle autorità marocchine. Altrimenti non si spiegherebbe come oltre 50mila persone abbiano potuto concentrarsi sulle colline intorno a Fnideq per poi raggiungere indisturbate il mare. Né sembra plausibile la versione fornita da Rabat di una distrazione delle forze dell’ordine, concentrate in massa a Tetuán in occasione della cosiddetta Festa del trono di giovedì. Varie testimonianze raccolte e fonti umanitarie riservate hanno confermato ad Avvenire, «l’incoraggiamento» ai migranti da parte delle autorità del Paese nordafricano. La stessa repentina inversione di tendenza alimenta il sospetto. La crisi, oltretutto, è esplosa a dieci giorni dal viaggio di Sánchez ad Algeri, rivale regionale di Rabat. La missione aveva il proposito di rilanciare le relazioni tra le due nazioni dopo cinque anni di stallo. A determinarlo il sostegno spagnolo alla posizione marocchina sul Sahara occidentale. Una scelta maturata al termine di un’altra crisi a Ceuta, quella del 2021 quando in città entrarono in 10mila. Anche allora, la contropartita divenne pubblica dopo quasi un anno. Ci vorrà ancora tempo per capire quale aggiustamento le due nazioni abbiano trovato stavolta. Il via vai dolente di donne, uomini, bambini resta sullo sfondo.

avvenire


la preghiera secondo s. Alfonso Maria De Liguori di padre NICOLA GALENO OCD






RICEVUTA DA MARTA MONTANARI TITONEL

 

venerdì 31 luglio 2026

Tre anni dopo il colpo di Stato in Niger. Il silenzio diventa complice - Padre MAURO ARMANINO

Tre anni dopo il colpo di Stato in Niger. Il silenzio diventa complice

Ho vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale come missionario. Dapprima laico e successivamente come membro della Società delle Missioni Africane. La Costa d’Avorio, con il passaggio dal partito unico al multipartitismo. La Liberia, dalla guerra civile di 15 anni alla sua conclusione e infine, il Niger dove ho trascorso 14 anni. È proprio in Niger che, il 26 luglio 2023, esattamente tre anni or sono, ho assistito per la prima volta, ‘in diretta’, a un colpo di Stato militare. Data la mia posizione di militante per i diritti umani e la vicinanza ai più poveri, ero piuttosto critico nei confronti del regime di Issoufou Mahamadou e del suo erede designato Mohamed Bazoum. La loro politica sulle migrazioni vicina all’Occidente e la giustizia a loro servizio. Questo, oltre al noto disprezzo per l’opposizione e i poveri, erano gli elementi sufficienti per rafforzare la mia posizione critica nei confronti del potere al governo.

Dopo il colpo di Stato militare, piuttosto strano nel contesto dei tentativi del presidente Bazoum di tracciare un percorso più ‘aperto’ rispetto a quello del suo predecessore, ho potuto osservare ciò che accade quando i militari prendono il potere. Il presidente (mal)eletto, tenuto in ostaggio nel palazzo presidenziale, insieme a parte della sua famiglia. Spari di avvertimento (e feriti) contro chi chiedeva la sua liberazione. La sede del partito al potere vandalizzata e, in seguito, l’attacco all’ambasciata francese. Nel frattempo sono state allontanate le truppe francesi di stanza vicino all’aeroporto di Niamey. Allo stesso modo, i militari americani hanno dovuto lasciare quello di Agadez, progettato per le operazioni dei droni in questa zona dell’Africa. L’ambasciata di Spagna, con il suo consolato, è la sola possibilità per ottenere i visti per l’Europa. L’Italia, con la sua ambasciata, è rimasta e, unico Paese europeo, ha mantenuto la collaborazione con la giunta per la formazione dei militari nigerini.

Per due domeniche consecutive lo stadio di calcio di Niamey è stato riempito da migliaia di bambini e giovani che, con bandierine del Paese, sono stati convinti (e sostenuti finanziariamente) a partecipare e a glorificare il colpo di Stato. Nel frattempo, i giornali, gli intellettuali, i sindacati, alcune associazioni musulmane e gran parte della società civile si sono rapidamente schierati dalla parte dei militari. Chi esprimeva il proprio dissenso nei confronti del nuovo regime lo faceva a proprio rischio e pericolo. Alcuni si trovano ancora oggi in carcere. Da allora, con la sospensione di ogni attività politica dei partiti, lo spazio di partecipazione dei cittadini e della società civile è nullo. Insieme agli altri due Paesi del Sahel centrale, il Mali e il Burkina Faso, è stata costituita l’AES, l’Alleanza degli Stati del Sahel. Questi tre Paesi hanno condiviso la stessa scelta: i militari al potere per cinque anni, con possibilità di rinnovo. In Niger i militari hanno giustificato la presa del potere come risposta al deterioramento della situazione della sicurezza e la pessima gestione economica del Paese. I nuovi padroni hanno fallito anche in questi due ambiti, nonostante la retorica del sovranismo e del nazionalismo. L’alleanza coi militari russi è funzionale alla loro protezione.


In questo processo, le Chiese cristiane, evangeliche e cattoliche, hanno mantenuto un profilo basso e, al momento opportuno, hanno inviato i propri delegati alle ‘assise nazionali’, una vera e propria farsa democratica. Solo chi era d’accordo con il regime militare ha potuto prendere parte a questa ‘libera’ consultazione che avrebbe dovuto rappresentare una tabella di marcia per il Paese. La Chiesa cattolica, della quale ho condiviso la missione per 14 anni, con mia grande sorpresa ha ricevuto, come altre organizzazioni, un attestato di riconoscimento per l’aiuto offerto al regime. Era l’ottobre dello scorso anno, quando ero ancora presente nel Paese. Ho sentito questo segno come un tradimento di ciò che avevo vissuto in quegli anni.

La Conferenza episcopale è quella dei vescovi del Burkina Faso e del Niger. Ancora di recente, nel mese di giugno 2026, ha tenuto la sua consueta riunione nella capitale del Faso, Ouagadougou. Il documento finale di detta conferenza non fa che confermare ciò che a suo tempo avevo scritto. I vescovi del Sahel: un silenzio assordante’! L’agenzia vaticana FIDES, che pure era solita pubblicare e talvolta sollecitare i miei articoli, lo aveva censurato.

Nel documento finale della Conferenza Burkina-Niger citata, i vescovi… ‘hanno inoltre manifestato il loro impegno nella promozione della pace nell’area del Sahel…e presieduto la cerimonia di premiazione della quinta edizione del Concorso di Giornalismo per la Pace e la Coesione Sociale (CJPCS), un’iniziativa promossa dall’Iniziativa del Sahel per la Pace… la promozione del dialogo, della convivenza e della coesione sociale in una sottoregione che deve affrontare numerose sfide in materia di sicurezza’.

Non una sola parola sulle sparizioni di coloro che si oppongono a un’unica narrazione della realtà. Sulle prigioni in cui marciscono coloro che non la pensano come l’autoproclamato «Messia» del Faso. Sulle sparizioni dei dissidenti. Sulle migliaia di morti, militari e civili, a causa degli attacchi dei gruppi armati e dell’evidente incapacità dei militari di farvi fronte. Sull’abitudine di mascherare le sconfitte con le parole. Nulla sui diritti umani calpestati e sul progressivo restringimento dello spazio democratico della società civile. Nulla sull’attuale corruzione e la propaganda dei militari al potere. Nulla sulla menzogna della realtà effettiva. 

Davvero un peccato! Si tratta forse della prudenza dei pastori che pensano all’incolumità delle ‘pecore’ loro affidate? O piuttosto dell’atteggiamento di chi condivide le opinioni dei militari al potere, ma non apertamente? Forse la paura di essere presi di mira, loro e il gregge, come ‘punizione’? Il rimanere nella cultura del silenzio quando si tratta di opporsi a re e principi? O forse l’attesa che il regime passi e tutto torni come sempre? Difficile, ovviamente, pronunciarsi su queste questioni. Chi scrive ha espresso chiaramente il proprio pensiero durante il suo soggiorno nel Paese. Uno dei motivi che ha facilitato la scelta di lasciarlo è stato senza dubbio il diverso modo di interpretare la legittimità del regime militare al potere.

Il giornalista burkinabé Norbert Zongo, assassinato per il suo impegno civico, ci ha messo in guardia… ‘La cosa peggiore non è la malvagità delle persone cattive, ma il silenzio delle persone buone’.

       Mauro Armanino, Genova, 26 luglio 2026

Ndr: non inserisco alcuna immagine dei personaggi che hanno causato tanti guai e ingiustizie, preferisco utilizzare una foto di Padre Mauro, insieme agli splendidi bambini della sua parrocchia, sono coloro che meritano la visualizzazione e spero che Padre Mauro condivida il mio pensiero.


domenica 26 luglio 2026

Il mio grazie a Marta e a padre Nicola Galeno per queste due immagini con didascalia poetica

 Ricevo da Marta Montanari Titonel queste due immagini con didascalie poetiche che aveva ricevuto da Padre Nicola e la ringrazio moltissimo, esattamente come mando il mio ringraziamento a Padre Nicola che ora risiede in Paradiso. 



Colgo l'occasione per porgere i miei auguri alle persone che portano il nome di Anna e Gioacchino e naturalmente Maria.



venerdì 24 luglio 2026

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi di Padre MAURO ARMANINO

 Sventurata la terra che ha bisogno di eroi


Voce del banditore - Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell'Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove e che la terra non è il centro del mondo e si muove

Andrea - (forte) Sventurata la terra che non ha eroi!

Galileo - No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.


Questa nota citazione è tratta dall’opera ‘ Vita di Galileo’ di Bertold Brecht, drammaturgo, poeta e regista teatrale tedesco del ‘900, il secolo breve o meglio l’Età degli Estremi dello storico britannico Eric Hobsbawm. O allora, l’età della ‘Cecità’, secondo il titolo in italiano del romanzo distopico e profetico del premio nobel per la letteratura José Saramago. L’improvvisa epidemia di cecità ‘bianca’ che, nel romanzo, colpisce la società è forse una delle metafore più acute e drammatiche del nostro tempo. Nel romanzo citato gli eroi, orientati dall’unica persona che ancora vede, sono coloro che sopravvivono con brandelli di umanità che scopre, proprio nella cecità, il dramma della vita. Dopo aver toccato il fondo dell’impotenza e la disperazione, cominceranno a ritrovare la vista.

Chi ‘protegge e difende’, secondo il senso etimologico della parola, è definito un eroe. Lo scrivente ha avuto il privilegio di conoscere e fare amicizia con molti eroi. Dal padre partigiano che ha lavorato nella fornace dei mattoni, alla madre contadina che da bimba ha fatto la serva. Le tante madri che hanno dato vita e fatto crescere dal nulla i figli concepiti e nati senza saperlo o volerlo. Coloro che hanno rifondato la vita dopo la guerra che ha loro distrutto casa, passato e identità. Padri che escono la mattina e sperano di trovare un lavoro o quanto meno qualcosa perché in famiglia si possa mangiare qualcosa. Donne che si inventano quotidiani miracoli da fare, da produrre e da vendere. Eroi coloro che sanno che dai diamanti non nasce niente mentre solo dal letame nascono i fiori.


Si è appena celebrato nella città di Genova il venticinquesimo anniversario del noto G8 e soprattutto del ‘Genoa Social Forum’. Migliaia di giovani che per qualche giorno hanno denunciato e resa più evidente la ‘cecità’ che la globalizzazione neoliberista aveva orchestrato. Hanno messo in comune fragili e possibili pratiche di libertà. Sappiamo che ai potentati del tempo e di quelli attuali ciò risulta oltremodo sospetto. Le occasioni per frenarne la novità non mancarono. La scusa della violenza programmata, facilitata, provocata e infine applicata ne è stato il tentativo più evidente. Menzogne, manipolazioni, interessi di parte e odio hanno complicato la verità dei fatti. La sofferenza di tanta gente è stata tradita. L’uccisione di Carlo Giuliani si conferma come una memoria ferita da sanare.

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ricorda il citato Galileo. Se per eroi intendiamo i valorosi avventurieri (armati?) che, soli e contro tutti, sono i salvatori della patria, allora Brecht ha ragione. ‘Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: ci si libera insieme’, lo ricordava il pedagogista brasiliano Paulo Freire nel suo testo, forse dimenticato, ‘La pedagogia degli oppressi’. Sventurato chi avesse bisogno di questo tipo di condottieri, uomini o donne forti che diano sicurezza ad impauriti e sperduti cittadini. Eroi sono, piuttosto, coloro che accortisi della propria cecità, operano un’azione di riconquista dei propri ‘territori’ interiori ed esteriori. Territori mentali e sociali colonizzati da decenni di capitalismo ormai ‘naturalizzato’, assimilato e reso spesso compatibile con la politica e le religioni. 


Scacciano gli idoli del potere che li opprime. Insorgono contro l’usurpazione dell’immaginario del dio denaro che tutto ha trasformato in merce. Liberano i sogni da troppo tempo imprigionati dalla paura di vivere e scrivono la pace a mani nude. Solo a costoro, eroi feriali, apparterrà il futuro.
  

             
Mauro Armanino, Genova, luglio 2026

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi