AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

domenica 30 marzo 2025

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE 4 – GIUSEPPE, UOMO “GIUSTO” e SPOSO - 4° Conferenza di Padre CLAUDIO TRUZZI

 


MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE

4 – GIUSEPPE, UOMO “GIUSTO” e SPOS0

Sposo e padre vero
L'uomo «giusto» di Nazareth possiede soprattutto le chiare caratteristiche dello sposo. L'Evangelista parla di Maria come di «una vergine, promessa sposa di un uomo... chiamato Giuseppe» (Lc 1, 27).
I Vangeli pongono dinanzi a noi l'immagine dello sposo e della sposa. 
Secondo la consuetudine del popolo ebraico, il matrimonio si concludeva in due tappe: prima veniva celebrato il matrimonio legale (vero matrimonio), e solo dopo un certo periodo, lo sposo introduceva la sposa nella propria casa. Prima di vivere insieme con Maria, Giuseppe, quindi, era già il suo «sposo». 
Maria però, conservava nell'intimo il desiderio di far dono totale di sé esclusivamente a Dio. 
Ci si potrebbe chiedere in che modo simile desiderio si conciliasse con le «nozze». La risposta proviene soltanto dalla speciale azione e disegno di Dio stesso. Fin dal momento dell'Annunciazione Maria si convince che deve realizzare il suo desiderio verginale di donarsi a Dio in modo esclusivo e totale proprio divenendo madre del Figlio di Dio. La maternità per opera dello Spirito Santo è la forma di donazione, che Dio si attende da Maria, «promessa sposa» di Giuseppe. E Maria pronuncia il suo «fiat».
Il fatto d’esser lei «promessa sposa» a Giuseppe è contenuto – ripeto – nel disegno stesso di Dio. Ciò sottolineano entrambi gli evangelisti citati, ma in modo particolare Matteo. Sono molto significative le parole dette dall’angelo a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1, 20). Esse spiegano il mistero della sposa di Giuseppe: Maria è vergine nella sua maternità. In lei «il Figlio dell'Altissimo» assume un corpo umano e diviene «il figlio dell'uomo».
Rivolgendosi a Giuseppe con le parole dell'angelo, Dio si rivolge a lui come allo sposo della Vergine di Nazaret. Ciò che si è compiuto in lei per opera dello Spirito Santo, esprime al tempo stesso una speciale conferma del legame sponsale, esistente già prima tra Giuseppe e Maria. Il messaggero chiaramente dice a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa». Pertanto, ciò che era avvenuto prima – le sue nozze con Maria – era accaduto per volontà di Dio e, dunque, andava conservato. Nella sua divina maternità Maria deve continuare a vivere come «una vergine, sposa di uno sposo».
Nelle parole dell’“annunciazione” notturna, Giuseppe viene a conoscenza non soltanto della verità divina circa l'ineffabile vocazione della sua sposa, ma vi riascolta, altresì, la verità circa la propria vocazione. Questo uomo «giusto», che, nello spirito delle più nobili tradizioni del popolo eletto, amava la Vergine di Nazareth ed a lei si era legato con amore sponsale, è nuovamente chiamato da Dio a quest’amore.
«Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24); chi è generato in lei «viene dallo Spirito Santo». Da tali espressioni non bisogna forse desumere che anche il suo amore di uomo viene rigenerato dallo Spirito Santo? Non si deve forse pensare che l'amore di Dio che è stato riversato nel cuore umano per mezzo dello Spirito Santo, impregna nel modo più perfetto ogni amore umano? Esso forma anche – ed in modo del tutto singolare – l'amore sponsale dei coniugi, approfondendo in esso tutto ciò che umanamente è degno e bello, ciò che porta i segni dell'esclusivo abbandono, dell'alleanza delle persone e dell'autentica comunione sull'esempio del mistero trinitario.
«Giuseppe... prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio» (Mt 1, 24-25). Tali parole indicano un'altra vicinanza sponsale. La profondità di tale vicinanza, la spirituale intensità dell’unione e del contatto tra le persone – dell'uomo e della donna – provengono in definitiva dallo Spirito, che dà la vita (Gv 6, 63). Giuseppe, obbediente allo Spirito, proprio in esso ritrovò la fonte dell'amore, del suo amore sponsale di uomo, e fu questo sentimento più grande di quello che «l'uomo giusto» potesse attendersi a misura del proprio cuore umano.
••• 
Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? 
È la domanda che affiora più di frequente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. 
Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio, sì verginale, “ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: «una comunione di vita al di là dell’eros, una “sponsalità” implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione» (S. De Fiores).
Se Maria vive di fede, Giuseppe non lo è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe pure: tra loro due esisteva una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. «La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – affermò Papa Giovanni Paolo II –, da cui la santità si espande su tutta la terra. (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire, la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino».. 
Nella liturgia Maria è celebrata come «unita a Giuseppe, uomo giusto, da un vincolo di amore sponsale e verginale». Si tratta, infatti, di due amori che rappresentano congiuntamente il mistero della Chiesa, vergine e sposa, la quale trova nel matrimonio di Maria e Giuseppe il suo simbolo. «La verginità ed il celibato per il Regno di Dio non soltanto non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la conferma-no. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e di vivere l'unico mistero dell'alleanza di Dio col suo popolo» (Familiaris Consortio, 16), che è comunione di amore tra Dio e gli uomini.
Mediante il sacrificio totale di sé, Giuseppe esprime un generoso amore verso la Madre di Dio, facendole «dono sponsale di sé». Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio che si stava realizzando in lei, egli, per espresso ordine angelico, la trattiene con sé e ne rispetta l'esclusiva appartenenza a Dio.
D'altra parte, è dal matrimonio con Maria che deriva a Giuseppe la singolare dignità e i diritti su Gesù. 
«È certo – scrisse Papa Lene XIII – che la dignità di Madre di Dio poggia così in alto, che nulla vi può essere di più sublime; ma poiché tra la beatissima Vergine e Giuseppe fu stretto un nodo coniugale, non c'è dubbio che a quell'altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto mai nessun altro. Poiché il connubio è la massima società e amicizia, a cui di sua natura va unita la comunione dei beni, ne deriva che, se Dio ha dato come sposo Giuseppe alla Vergine, glielo ha dato non solo a compagno della vita, testimone della verginità e tutore dell'onestà, ma anche perché partecipasse, per mezzo del patto coniugale, all'eccelsa grandezza di lei» (Leone XIII, «Quamquam Pluries», die 15 aug. 1889).
Un tale vincolo di carità costituì la vita della santa Famiglia, prima nella povertà di Betlemme, poi nell'esilio in Egitto e, successivamente, nella dimora a Nazareth. 
La Chiesa circonda di venerazione questa Famiglia, proponendola quale modello a tutte le famiglie. Inserita direttamente nel mistero dell'Incarnazione, la sacra Famiglia costituisce essa stessa uno speciale mistero. Ed insieme – così come nell’Incarnazione – a tale mistero appartiene la vera paternità: la forma umana della famiglia del Figlio di Dio – vera famiglia umana, formata dal mistero divino. In essa Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è “apparente”, o solo “sostitutiva”, ma possiede in pieno l'autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia. è contenuta in ciò una conseguenza dell'unione reale-trinitaria: umanità assunta nell'unità della Persona divina del Verbo-Figlio. Cioè, Gesù Cristo, facendosi vero uomo, «assunse» tutto ciò che è umano e, in particolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra. In questo contesto è anche «assunta» la paternità umana di Giuseppe.
In base a questo principio acquistano il loro esatto significato le parole rivolte da Maria a Gesù dodicenne nel tempio: «Tuo padre ed io... ti cercavamo». «Non è questa una frase convenzionale: le parole della Madre di Gesù indicano tutta la realtà dell'Incarnazione, che appartiene al mistero della Famiglia di Nazareth. Giuseppe – il quale sin dall'inizio accettò mediante «l'obbedienza della fede» la sua paternità umana nei riguardi di Gesù – seguendo la luce dello Spirito Santo, che per mezzo della fede si dona all'uomo, certamente scopriva più ampiamente il dono ineffabile di questa sua paternità». (Giovanni Paolo II, Redemptoris Custos, III, 15-8-89)  
•••   San Giuseppe, vero Padre, “guardiano del Redentore”
•  La liturgia ricorda che «a san Giuseppe è stata affidata la custodia dei misteri della salvezza all’alba dei nuovi tempi», e che occorre che «egli sia il servitore fedele e prudente al quale Dio affida la santa Famiglia perché egli vegli come un padre sul suo unico Figlio».
• Il titolo di padre  - riconosciuto a Giuseppe attraverso Maria e Gesù – mostra che la paternità umana non è soltanto, come per gli animali, il semplice atto della generazione, ma comprende altre funzioni, come l’accettazione e l’educazione. 
•  Giuseppe accolse Gesù nella sua famiglia e gli ha dato il nome, la sussistenza, l’educazione, il mestiere e la condizione sociale, senza negligere i suoi doveri di padre. 
• Giuseppe potrebbe essere visto come il patrono dei figli nel seno della loro madre, perché prese Maria in moglie quando era incinta di Gesù (Mt 1 18-25). Fu protettore di Gesù prima ancora della sua nascita. 
•  Durante la fuga in Egitto, la santa Famiglia è affidata alla guardia dell’uomo, che Dio giudica affidabile, se quest'uomo obbedisce alla sua volontà e si lascia guidare da Dio.  
• «O Maria, ogni madre è la prima educatrice dei suoi figli, ma una presenza paterna (tale per ragioni “ordinarie” o anche straordinarie, come l'adozione) è importantissimo, quasi determinante. E così Gesù fu educato da te, o Vergine, ma anche dal tuo Giuseppe. Fu “protetto” innanzitutto dalla sua presenza nella vostra casa. Nessun estraneo ovviamente (ad eccezione di Elisabetta e Zaccaria) capì mai che il più grande miracolo e mistero s'era compiuto nel tuo seno: il miracolo d'una nuova vita (e quale Vita!) per sola opera dello Spirito Santo – perché il tuo sposo fornì una “copertura” di discrezione divina su questo fatto. Così non si è mai malignato che Gesù fosse frutto illegittimo.
E anche tu sei stata difesa, nel tuo onore, da Giuseppe. Egli s'era drammaticamente turbato per la tua maternità: essa, infatti, contrastava con quanto avevi già stabilito con lui, per un'affinità spirituale tra voi, di rinunciare di “conoscerlo” nella carne. Ma è giunto l'angelo a rassicurarlo e a dargli una nuova consegna, una vocazione in più: è arrivato quando il santo (“giusto”) tuo promesso sposo stava escogitando uno stratagemma per “licenziarti in segreto” (Mt 1,19) e pensava di evitarti le procedure rigorose della legge (Dt 22,20 ss). Anticipando il pensiero di Gesù, nella sua rettitudine di uomo di Dio, pensava più alla persona – la tua! – che alle regole. Non era un fariseo intransigente: anzi era già un uomo che presentiva la nuova libertà dei figli di Dio che Cristo stava per proclamare.
Ma certo egli era, come te, un vero osservante della santa Legge e delle varie usanze che rendevano bello l'appartenere al Popolo eletto di Jahvè. Nei Vangeli si indicano alcuni casi in cui tu e lui seguivate le “mitzvot”, le prescrizioni divine, con obbedienza amorosa, da ebrei osservanti e pii. Voi insieme avete insegnato a Gesù, per quanto la sua natura umana lo richiedeva (e, essendo vero uomo, lo richiedeva senz'altro), tutto ciò che occorreva praticare in casa, nella sinagoga di Nazareth o a Gerusalemme, centro della religione ebraica».
•••  
San Giuseppe “divorzista”?
Il Vangelo afferma san Giuseppe aveva deciso di mandar via Maria, ossia, di non accoglierla più come sposa. Era una decisione errata; e com’è possibile in un uomo che, subito prima, è chiamato “giusto”? 
Non c’è stato sbaglio da parte di Giuseppe, sulla base a ciò che sapeva; la sua sofferta decisione dimostra piena stima di Maria e totale abbandono in Dio. È probabile che il giovane sposo si sia reso conto dello stato di Maria al ritorno di lei dalla casa di Elisabetta. È allora che è scoppiato il suo dramma, umano e religioso.
Pensiamo che anche la Vergine abbia sofferto moltissimo per il dubbio doloroso che leggeva sul volto dello sposo, tormentato dall'incertezza e dalla necessità di maturare una decisione. Parlargli? Tacere? È troppo logico pensare che Maria si sia posto quest’interrogativo, ma che in lei sia prevalsa la scelta più consona alla sua personalità: lasciare che fosse Dio ad agire. Era la soluzione più dolorosa; forse più lenta, ma più ragionevole. Non esistono parole umane adatte a spiegare un fatto divino, miracoloso. Deve essere stato un momento terribile per entrambi.
Giuseppe «era giusto e non voleva denunciarla». Sembrano due espressioni contraddittorie: se era “giusto”, ossia perfettamente osservante della legge, avrebbe dovuto denunciarla. Perché non l’ha fatto? Credo che la spiegazione più convincente sia che aveva una tale stima di Maria, da non dubitare minimamente di lei; aveva perciò capito che, se l’avesse denunciata, avrebbe commesso un’ingiustizia. 
Che fare allora? Qui sorge il dramma religioso.
Si noti che il termine biblico "giusto” non specifica soltanto chi osserva scrupolosamente la legge scritta del Signore; indica pure chi vive di fede abbandonandosi a Dio, chi aspira con tutte le forze ad agire in modo d’essere gradito a Dio. Giuseppe deve aver intuito di trovarsi di fronte ad un fatto incomprensibile: non poteva accusare Maria e neppure poteva procedere alle nozze come se non fosse successo nulla. Decise allora di troncare il rapporto “in segreto”. Ossia aveva deciso di consegnare alla fidanzata il documento scritto, che la scioglieva dal vincolo matrimoniale (Si noti che il fidanzamento comportava già tale vincolo). Poteva semplicemente consegnarle il documento davanti a due testimoni, senza neppur manifestarne le ragion. La legge di Mosè, precisata dalle scuole rabbiniche, gli consentiva tale comportamento, cui egli voleva dare la minima pubblicità possibile.
Ci sembra, quindi, che non si possa parlare di "decisione errata"; anzi, ci sembra una scelta fondata sulla fiducia in Maria e la fede nel Signore. Credo che sia esatto ritenerla la decisione più dolorosa per Giuseppe, ma pure la più virtuosa. Ed ecco l'angelo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo...; lo chiamerai Gesù» (Mt, 1-20-21).
Possiamo immaginare con quanta gioia Giuseppe sia corso da Maria ad annunciarle che sapeva tutto ed a fissare la data delle nozze: solenni, della durata d’una settimana, come costumava allora. Dopo l'incubo della sofferenza e la prospettiva di una separazione, Giuseppe aveva compreso chi era Maria. Avrà forse pensato, ancor più che Elisabetta: «Chi sono io, perché la Madre del mio Signore venga a me?». L'angelo era stato molto chiaro con lui, indicandogli nella sua sposa la donna predetta da Isaia: «Una Vergine concepirà» (Mt 1, 23). Possiamo vedere giustamente in Giuseppe il primo vero devoto di Maria, colui che l'ha accolta nella sua vita e l'ha considerata per quella che era: la Madre di Dio.
Giuseppe ha pure compreso, ed accettato, la volontà di Dio su lui. Era lui il "figlio di Davide" attraverso cui il Figlio di Dio era, umanamente, un discendente del grande Re d'Israele, cui era stata affidata la promessa fatta ad Abramo. Spettava perciò a lui dare al Figlio di Dio il casato, l'educazione umana e religiosa, la formazione atta a prepararlo per la missione pubblica. Accogliendo Maria, Giuseppe accettava d’accogliere anche Gesù: era inseparabile quel Figlio da quella Madre, e così sarebbero rimasti in seguito. Giuseppe comprese e accettò la missione verso entrambi, consapevole di quale atto di fiducia Iddio aveva riposto in lui, affidando proprio a lui i due tesori più preziosi.
Sono considerazioni che ci fanno approfondire la conoscenza del santo artigiano di Nazareth, e capire ancor di più quanto la sua vita sia stata gradita a Dio. Giuseppe nel Presepio è “generato dal bambino”. 
***
Due chiacchiere di san Giuseppe con un padre
Ciao, sono san Giuseppe. Vorrei farmi oggi vicino e parlare con te. 
Forse non mi conosci, ma il mio nome è molto comune anche tra i tuoi amici;
magari tu stesso porti il mio nome!
Sono vicino a te ogni giorno: mi rendo conto che non è facile essere padri oggi. 
Nemmeno per me è stato semplice: avevo le mie paure, e non mi sentivo all’altezza della missione affidatami da Dio: custodire, amare, educare Gesù.
Ciò che mi ha dato forza e sapienza è stata la fiducia di Dio nei miei confronti 
e il sostegno della sua Parola.
Ti chiederai che cosa significasse avere per figlio Gesù. 
Egli ha sempre avuto grandi sogni di amore: donare la sua vita per amore e volere bene a tutti.
Auguro a te, ai tuoi figli, ai tuoi nipoti, ai tuoi amici, di non sottrarti mai 
alle responsabilità della vita, alle esigenze dell’amicizia, alle aspettative del Signore. Nella strada della vita non sarai mai solo: guarda mio figlio Gesù e lui ti indicherà la strada. 
Lui ha sempre condiviso la sua vita con gli altri: specialmente i poveri, 
gli emarginati, quelli che non contano nulla e non hanno conto in banca. Abbi ogni giorno la certezza e la gioia di essere amato da Dio e di ridonare tale amore a chi incontri e a chi ti è stato affidato.
Anche io pregherò affinché si realizzi la tua avventura di testimone di Cristo nel mondo!
 Tuo, San Giuseppe».
P.S. –– Dimenticavo!  Se vuoi chiamarmi quando ti senti preoccupato
e vorresti scambiare quattro chiacchiere di confronto, 
sono sempre disponibile! 
Basta la parola d’ordine «San Giuseppe, aiutami!», 
e io ti farò sentire accanto la mia presenza.
Ciao e auguri reciproci da bravi papà! 

GIUSEPPE – 7 GIOIE E 7 DOLORI

1° Dolore e gioia
Soffri terribilmente, Giuseppe, scoprendo che Maria sta per diventare madre... E godi venendo a sapere dall’Angelo il mistero dell’Incarnazione... (Silenzio).
– Giuseppe santo, per il per il dolore e la gioia che provasti in occasione della maternità di Maria Vergine: assistimi paternamente in vita e in morte
Padre Nostro, Ave Maria

2° Dolore e gioia
Soffri non poco assistendo alla nascita di Gesù in una stalla; gioisci, però, al canto degli angeli e all’adorazione dei pastori... (Silenzio).
– Giuseppe santo, per il dolore e la gioia che provasti in occasione della nascita di Gesù Bambino: assistimi paternamente in vita e in morte.
Padre Nostro, Ave Maria

3 ° Dolore e gioia
Giuseppe, soffri senza dubbio, vedendo circoncidere il Bambino; gioisci, tuttavia, nel porgli il nome di “Gesù”, che ti disse l’Angelo. (Silenzio).
– Giuseppe santo, per il dolore e la gioia che provasti in occasioni della circoncisione di Gesù Bambino: assistimi paternamente in vita e in morte.
Padre Nostro, Ave Maria

4 ° Dolore e gioia
L’anziano Simeone ti svela, Giuseppe, la futura passione di Gesù; gioisci, però, sapendo che per suo mezzo noi tutti saremo salvati.
– Giuseppe santo, per il dolore e la gioia che provasti in occasione della profezia di Simeone: assistimi paternamente in vita e in morte.
Padre Nostro, Ave Maria

5 ° Dolore e gioia
Dovesti soffrire moltissimo, Giuseppe, nel dover fuggire in Egitto per salvare Gesù e sua Madre; gioisti, però, per aver salvato i tuoi più cari beni.
– Giuseppe santo, per il dolore e la gioia che provasti in occasione della fuga in Egitto: assistimi paternamente in vita e in morte. 
Padre Nostro, Ave Maria

6 ° Dolore e gioia
Ti causò pena il non poter ritornare a Betlemme per causa del crudele Archelao; gioisti, tuttavia, non poco per quella incomparabile vita familiare a Nazareth.
– Giuseppe santo, per il dolore e la gioia che provasti in occasione del ritorno dall'Egitto. Assistimi paternamente in vita e in morte.
Padre Nostro, Ave Maria

7 ° Dolore e gioia 
Grande spavento dovette essere per te l’aver smarrito Gesù a Gerusalemme! Che gioia, per, nel ritrovarlo sano e salvo nel Tempio!
– Giuseppe santo, per il dolore e la gioia che provasti in occasione dello smarrimento e ritrovamento di Gesù nel tempio: assistimi paternamente in vita e in morte.
Padre Nostro, Ave Maria.

Preghiamo
Dio onnipotente, 
che confidasti i primi misteri della salvezza degli uomini alla fedele custodia di san Giuseppe, 
fa’ che, per la sua intercessione, la Chiesa li conservi fedelmente 
e li porti alla pienezza nella sua missione salvatrice. Per Gesù Cristo nostro Signore.  Amen

sabato 29 marzo 2025

QUANDO LE PAROLE (RI)FONDANO LA REALTA' NEL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO

 

il generale Abdourahamane Tiani
Quando le parole (ri)fondano la                     realtà nel Sahel                   

 

Il primo colpo di stato nel Niger è stato operato nel 1974 da un gruppo di miltari riuniti sotto il segno del Consiglio Militare Supremo, CMS condotto dal colonnello Seyni Kountché, capo di stato maggiore delle Forze Armate Nigerine. Il gruppo ha rovesciato il primo presidente del Paese, Diori Amani la cui sposa fu uccisa al momento del putch. Il secondo golpe è sopraggiunto nel 1996. Un altro gruppo di ufficiali, guidati dal capo di stato maggiore delle Forze Armate Nigerine, operando in nome del Consiglio Nazionale di Salvezza, CNS, ha rimosso il presidente Mahamane Ousmane, eletto tre anni prima. Il colonnello Ibrahim Baré Mainassara che prese il potere per la circostanza fu assassinato all’aeroporto di Niamey nel 1999 dal terzo colpo di stato. Un gruppo di militari, riuniti nel Consiglio di Riconciliazione Nazionale, CRN, diretto dal capo della guardia presidenziale, il comandante Daouda Malam Wanké, mise fine alla sua vita e al suo potere.

Nel febbraio del 2010 si registra il quarto colpo di stato diretto dal Consiglio Supremo per la Restaurazione della Democrazia, CSRD, con a capo il comandante Djibo Salou, responsabile di una compagnia militare di Niamey. Il presidente esautorato fu Tandja Mamadou, militare in pensione che aveva tentato di andare oltre i due mandati presidenziali canonici. Arriviamo al quinto colpo di stato, in meno di cinquanta anni, effettuato contro il presidente Mohamed Bazoum il 26 luglio del 2023. Operato dal capo della guardia presidenziale e attuale capo dello stato, il generale di brigata Abdourahamane Tiani, a nome di un gruppo di militari sotto il nome del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria, CNSP. Ogni volta, i militari hanno giustificato i golpe col pretesto di una deleteria gestione di governo economico, sociale, politico e securitario, per l’ultimo putch.


Dal Consiglio Militare Supremo si passa al Consiglio Nazionale di Salvezza per andare al Consiglio di Riconciliazione Nazionale e sfociare nel Consiglio Supremo per la Restaurazione della Democrazia. L’ultimo in ordine di tempo, come citato, è il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria. Di Consiglio in Consiglio, Supremo o comunque Nazionale soprattutto con la Patria, ultimo concetto per ridefinire o meglio, rifondare la sovranità nazionale. Consigli militari e dunque affidati alle canne dei fucili per convincere e soprattutto conservare il potere. Mentre ci si basa sulla carta della transizione o rifondazione per i prossimi 60 mesi, con possibilità di ulteriori variazioni, il presidente spodestato è ancora prigioniero nel palazzo presidenziale con la sua signora. Quando il fine giustifica i mezzi è opportuno preoccuparsi perché tra i due esiste un’inscindibile complicità.


                           Ex Presidente Mohamed Bazoum


L’attuale regime militare al potere preferisce parlare di ‘rifondazione’ dello stato, della repubblica, della vita politica e soprattutto del cittadino. Rifondare è l’azione di fondare di nuovo e soprattutto in ambito politico designa l’azione per la quale si punta a rinnovare i principi sui quali si basa un’organizzazione o un sistema. Rifondare per adattare alla nuova situazione esistente. La carta riposa, tra l’altro, su un certo numero di valori e principi, tra i quali il patriottismo, la disciplina, il civismo, l’inclusione, la solidarietà, la fraternità...l’integrità, l’onore, il rispetto del bene comune, la tolleranza, il dialogo e il perdono. Poi la giustizia, la riconciliazione, la dignità, il lavoro, l’onestà e il coraggio. Tutto ciò era già stato detto, scritto e professato nelle precedenti costituzioni ma la rifondazione presume che quanto costruito finora era fuori luogo oppure non compiuto. Tra nuovo e antico ci sono loro, i militari dalle attraenti uniformi che, di Consiglio in Consiglio, rifondano le parole.


             Mauro Armanino, Niamey, marzo 2025 


giovedì 27 marzo 2025

ALESSANDRO NASTASIO: UN ILLUSTRE LOMBARDO - NEL FINITO L'INFINITO di Roberto Di Pietro


ALESSANDRO NASTASIO: UN ILLUSTRE LOMBARDO

Alessandro Nastasio è maestro di chiara fama nel campo delle arti figurative in genere, ormai riconosciuto e quotato a livello internazionale. Si ha pertanto il piacere di proporre, nell'ordine, alcune salienti notizie biografiche relative a questo esimio artista e un elenco cronologico delle sue mostre personali, perlomeno alcune fra quelle considerate di maggior rilievo:

A) Nasce a Milano nel 1934, dove tuttora risiede e intensamente lavora nel suo Atelier di Via Eustachi, 22.

Fin dal 1947, il pittore albanese Ibrahim Kodra ne intuisce le eccezionali inclinazioni al dipingere e lo avvia alla ricerca concreta di un proprio originale iter espressivo in quel campo specifico. 

Presso l'Accademia di Brera, dal 1952 frequenta la Scuola Libera del Nudo sotto la guida di Aldo Salvatori, fino a conseguire (nel 1966-67) la cattedra di professore in "Belle Arti" ed intraprendere, congiuntamente alle proprie attività autonome, una trentennale carriera di docente di educazione artistica presso diversi istituti.

Nel 1960 frequenta l'Atelier di Giorgio Upilio, dove operano Giacometti, Lam, Fontana, De Chirico, dei quali ha la preziosa possibilità di studiare da vicino le distinte tematiche ispiratrici e modalità tecnico-lavorative.

Affina ed estende progressivamente le proprie capacità ad altri settori del figurativo collaborando dapprima con il maestro Tullio Figini (grazie al quale ha modo di apprendere i segreti della fusione rinascimentale 'a cera persa', e il vantaggio di potersi incontrare con artisti del calibro di Manzù, Crocetti, Manfrini, Minguzzi, Fabbri...); e in seguito, con la fonderia De Andreis di Quinto de Stampi, dove operano Marino Marini, Giò Pomodoro, Rudy Wach, Strebelle, Negri e Rosental. 

Nel 1965 la galleria P. Lucas di New York lo nota, lo propone come grafico e lo segnala presentandolo personalmente a Salvador Dalì.

Una profonda dimestichezza con i testi sapienziali dell'antichità (dalla Bibbia e i Vangeli, ai Rig-Veda, le Upanishad, Jalaloddin Rumi...) lo induce a volerne trarre spunto, attraverso gli anni,  per innumerevoli illustrazioni sotto forma di xilografie, acquetinte, acqueforti, linoleografie... unanimemente giudicate di alto valore tecnico e particolare pregnanza sul piano mistico-evocativo. Peraltro, da una concomitante spinta verso la ricerca del "bello utile" e delle relative concrete applicazioni nel quotidiano, nascono ora geniali soluzioni decorative, ora imponenti opere pittoriche di monumentale portata (perlopiù commissionate da gestori di edifici di pubblico interesse e/o famose chiese/basiliche italiane), di volta in volta realizzate in stretta collaborazione con celebri architetti -- fra i quali Figini e Pollini, De Carli, Gardella, Faranda, Selleri, Ponti.  

 B) La sua prima mostra personale risale al 1957, alla Pinacoteca di Latina.

Successivamente ha esposto in numerose gallerie e spazi pubblici italiani ed esteri, fra cui si citano: 

Biblioteca Sormani, Milano (1960, 1964, 1978);

Galleria Michaud, Firenze (1963, 1964);

Galerie Maurice Bridel, Losanna (1965);

Max G. Bollag Modern Art Center, Zurigo (1968, 1972, 1976);

Galleria d'Arte Moderna Villa Palestro, PAC, Milano (1969);

Museo Civico Arengario, Monza (1970);

Museo Municipale, Campione d'Italia (1973);

Phyllis Lucas Gallery, New York (1974);

Diogenes International Galleries, Atene (1974)

Palazzo dei Diamanti, Ferrara (1977) ;

Galleria Ducale, Vigevano (1977);

TWS Gallerie Isa Smith, Stoccarda (1978);

Biblioteca Comunale, Milano (1978);

Theater der Altstadt, Stoccarda (1979);

Galleria Michelangelo, Firenze (1979;

Galleria Porto di Ripetta, Roma (1979)

Antichi Arsenali della Repubblica, Amalfi (1980);

Gall. Planula Elissar, Beyrouth, Libano (1983);

Galerie Le Coin, Osaka, Giappone (1984);

Università Bocconi, Milano (1987); 

Renitenz Theater, Stoccarda (1987)

Museo Nazionale della Repubblica Turca, Konya (1988);

Teatro Chiabrera, Savona (1988)

Centro Culturale San Fedele, Milano (1989)

Galleria Rinaldo Rotta, Genova (1991)

Galleria Ada Zunino, Milano (1991 - prima mostra personale interamente dedicata alla scultura in unico esemplare -  e 2002);

Comune di Rozzano, Cascina Grande (1992);

Galleria Am Jakobbsbrumen, Stoccarda (1993);

Istituto Italiano di Cultura, Madrid (1994);

Collezione Civica d'Arte, Palazzo Vittone, Pinerolo (1995);

Museo di Crema (1996);

Istituto Italiano di Cultura, Nairobi (2000);

Istituto Italiano di Cultura, Addis Abeba (2001);

Daimler-Chrysler MKP/MBP, Stoccarda (2003)

(Precisi ulteriori aggiornamenti all'anno in corso non  sono stati reperibili ai fini di questa nostra pubblicazione.)

NEL FINITO L'INFINITO

(Un afflato olistico nell'arte di Alessandro Nastasio)

   Che si affidi a pitture, sculture, mosaici, vetrate policrome, pannelli xilografici, collages o  quant'altro di strumenti espressivi appaiano di volta in volta più idonei, e che il soggetto prescelto sia ora scopertamente "religioso" (da una trasumanata effigie del Cristo, al mistero di un' Ultima Cena, a un memorabile Pater Noster illustrato, invocazione dopo invocazione, su tavole di bronzo fuso a cera persa...) ora, per contro, la vivace stilizzazione di un Cancan di primo acchito equivocabile per mero "dionisiaco" senza ulteriori risvolti, il peculiare atto creativo di questo artista di multiforme genialità credo si riveli ovunque e immancabilmente improntato ad una spontanea  compresenza di sensibile e spirituale che definirei "olistica": di terrestre respiro nel superno, di celeste nel mondano, e quindi di perenne/sconfinato nel contingente, come sostanza stessa delle passioni e del linguaggio materico volto a raffigurarle. Di qui, in un inseparabile nesso tra "invenzione" e "tecnica", tra ispirazione ed esercizio, in tutta quanta l'opera di Alessandro Nastasio traspaiono gallerie/cunicoli/varchi di reciproca interrogazione circa le umane sorti, presenti e ultraterrene, dove la mimesis, suggerita dal Pensiero e subito sottoposta al lavorio immaginifico delle metafore che ne discendono, propone in ogni caso a se stessa (e al suo fruitore) il peso di una prossimità concettuale che al tempo stesso è distanza in quanto istintiva tensione mistica verso il "sur-naturel" -- a voler mutuare un termine piuttosto efficace a un'estetica per molti versi analogamente "bifronte" come può dirsi quella baudelairiana. Per cui se, da un lato, le realizzazioni compositive del nostro rinviano in genere ad una sentita impossibilità di "imitare il naturale" ricalcandolo (specie laddove l'artista lo percepisce svilito da segni di discutibile "incivilimento": e ad esemplificare questa vena critica forse basterebbero, dopo Uovo cosmico, simbologia della creazione, del 2002, due titoli nastasiani di per sé eloquenti come Perdita di identità e Non è colpa dello specchio se le facce sono storte, risalenti all'anno immediatamente successivo), d'altro canto ogni sua iniziativa artistica palpabilmente trasuda la duplice "naturalezza" di sottostanti genuine intime motivazioni e, insieme, di un autentico "goût du travail": ovvero l'imprescindibile piacere di una artigianalità plastico-scenografica ansiosa -- e sempre magistralmente capace -- di contemperare l'etereo e il concreto, l'estro visionario e la manualità destinata a tradurlo in poetica della materia rivisitata e rivivificata. Nell'agone del postmoderno -- in cui troppo spesso si danno per Arte le più o meno originali produzioni di qualche talentuoso homo faber nel migliore dei casi in grado di scendere a patti con materiali variamente plasmabili ma da ultimo destinati a rimanere inerti, non di rado prigionieri della loro stessa opaca fisicità -- il nostro può ben dirsi raro modello di vero Artista: demiurgo indagatore/risolutore di una dualità estetica dove l'infinito (pensiero poetante della natura naturans) e il finito (strumento raffigurante della natura naturata) si integrano ad ogni passo, anzi indissolubilmente si immedesimano. 

   Ma a monte di questo suo non comune esito artistico, a me Alessandro Nastasio lascia indovinare un percorso interiore ugualmente singolare e in qualche modo emblematico. "L'infinito (chi lo asserisce e lo insegna è Rabindranath Tagore: il "gran vegliardo" alla cui autorevolezza di poeta/pensatore/pedagogo non a caso il nostro ha esplicitamente voluto dedicare un recentissimo tributo personale in veste di artista/filosofo egli stesso) non è oggetto di rarefatta speculazione intellettuale, esso è reale e concreto come lo sono la luce e il calore del sole.  In India la maggior parte della letteratura è di carattere religioso proprio perché Dio, per noi, non è un Dio lontano: Egli abita giorno e notte le nostre case, tutte le nostre cose quotidiane, non meno che i nostri templi."  Ebbene, a me pare indizio significativo che, già parecchi anni fa, Nastasio scegliesse di denominare suggestivamente una sua opera I Novantanove Nomi di Dio; non saprei dire quanto consapevole fosse allora il nostro di richiamarsi così, indirettamente, per molte affinità intuitive di fondo, a quell'illustre poeta orientale Kabir (1400-1517), allievo dell'altrettanto celebre Ramananda e all'epoca attivissimo mediatore religioso fra induisti, musulmani e cristiani, i cui Bijak (Canti) furono tradotti da Tagore perfino in bengali, affinché anche gli allievi della sua famosa scuola potessero godere della profonda lezione spirituale che per quel tramite poetico viene trasmessa. In effetti, gli insegnamenti del Kabir 'ecumenico' sono appassionatamente elogiati e ribaditi da Tagore nel contesto di "Personality": volume in cui, quattro anni dopo aver conseguito il Nobel, egli volle compendiare sei delle sue conferenze più provocatorie ad orientamento psicosociofilosofico, nel complesso concepite come vademecum di "riflessioni per l'uomo occidentale".     

   Ad implicito commento di tanta parte di pensiero trasfigurato che l'arte di Nastasio sottende (e qui come non rammentare, fra l'altro, fra il 1982 e il 1998, nell'ambito di una serie di sculture poi raggruppate sotto il titolo rappresentativo di "Contraddizioni", alcune proposte quali L'Albero della Vita,  La Vita e la Morte allo Specchio,  Qualche luce nell'Uomo?, o Spirito celeste, uomo solare, o ancora Processo di solarizzazione...) mi piace perciò riprendere per esteso uno dei Bijak che figurano tra i fondamentali citati da Tagore in quel medesimo libro suddetto:


Ritmica scocca il battito della vita e della morte:

l'estasi zampilla e tutto lo spazio s'irradia di luce.

Là si suona musica non suonata, è la musica d'amore di tre mondi:

Là dove, a milioni, ardono le fiaccole del sole e della luna;

Là dove il tamburo rimbomba e l'amante si dondola nel gioco;

Là dove echeggiano canti d'amore e, a scrosci, ne piove la luce.


   D'altra parte, il Nastasio assiduo frequentatore e intenditore di simbologia di matrice anche diversa da quella schiettamente biblico-evangelica, mi pare qua e là ispirato anche su quest'altro versante complementare: a mio personale sentire, fin dal lontano 1977 ne scaturivano mirabili esemplari di 'poesia concreta' sulla cui recondita allusività esoterica qui sono indotto a voler riflettere. E penserei in particolare alla stessa strutturazione scultorea di Preghiera celeste/Alfabeto e Crollo di un alfabeto: opere entrambe segnatamente connotate da quella certa simbolica "verticalità spaziale" per Tradizione riconducibile alle alterne sacre epifanie dello Spirito/Verbo dall'alto verso il basso, e viceversa. Non diverso torna a presentarsi l'impianto formale di un'altra scultura, datata 1989, Parole logorate dal tempo, che, ben potendosi idealmente riallacciare alle due cronologicamente anteriori, in definitiva viene a suggerirmi quanto radicato ed accorato sia il perdurante cogitare filosofico di Nastasio intorno al primigenio valore della Parola Divina in rapporto ad un Suo deplorevole costante processo degenerativo di frantumazione, di desemantizzazione e/o totale travisamento nella sempre più accomodante, ormai fatua interpretazione contemporanea del miglior significato del "luminoso/numinoso" vivere su questo nostro "atomo opaco del male".

  Dichiaratamente stimolato dalla diffusa polisemia della mia silloge poetica "Il vero, il bello...l'anello che non tiene", oggi l'amico Alessandro così mi scrive: "Carissimo, difficile è capire l'intreccio tra Verità e Bellezza, e tra ragione e fede. A detta di Agostino, 'la verità abita nell'uomo interiore'. Se non è pensata, è nulla."

Roberto Vittorio Di Pietro

martedì 25 marzo 2025

13 martedì 2025. Don Pino Puglisi - seconda video meditazione



Ciao DANILA,

siamo alla seconda tappa dei “Tredici martedì” in preparazione alla festa di sant’Antonio del 13 giugno.

Oggi padre Fabio ci presenta il primo "pellegrino di speranza". Una biografia essenziale. Tre "P" (Padre Pino Puglisi) e una sola data (Palermo, 15 settembre) sia per la nascita che per la morte. Venne, infatti, ucciso la sera del suo 56° compleanno dalla mafia. 

 

Per padre Puglisi speranza è “piantare alberi all’ombra dei quali non ci siederemo mai”. E la sua speranza più grande era quella di prendersi cura dei più piccoli, immaginando di seminare per loro un futuro diverso. 

 

Che l'esempio del beato don Puglisi e di sant'Antonio ci ispiri e ci sostenga nel nostro cammino verso la speranza!

Padre Giancarlo Zamengo

P.S. Se vuoi approfondire le riflessioni settimanali puoi scaricare gratuitamente il libretto «13 martedì 2025. Anno Santo 2025. Pellegrini di speranza», in formato pdf.
 


domenica 23 marzo 2025

MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE - 3 conferenza – DEVOZIONE e LEGGENDE - di Padre CLAUDIO TRUZZI


MODELLO DEL LAICO CRISTIANO – SAN GIUSEPPE
3 – DEVOZIONE e LEGGENDE 

Un argomento “di peso” in favore di san Giuseppe – TERESA di Gesù
Si tratta della testimonianza di santa Teresa di Gesù, che, scoprendosi liberata da una grave infermità, secondo lei per intercessione di san Giuseppe, scrive la pagina che maggiormente influì, a partire da lei, per l’estendersi della devozione al santo Patriarca.
«Non fui mai portata a certe devozioni che alcuni praticano, specialmente donne, nelle quali entrano non so quali cerimonie che io non ho mai potuto soffrire, e che a loro piacciono tanto. Poi si conobbe che non erano convenienti e sapevano di superstizione. Io invece presi come avvocato san Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi in cui era in gioco il mio onore e la salute dell'anima mia.
Ho visto chiaramente che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare. Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta. Ed è cosa che fa meraviglia ricordare i grandi favori che il Signore mi ha fatto e i pericoli di anima e di corpo da cui mi ha liberata per l'intercessione di questo santo benedetto. 
Ad altri santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell'altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. 
Con ciò il Signore vuole darci a intendere che, a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, altrettanto gli sia ora in cielo nel fare ciò che gli chiede. 
Ciò han riconosciuto per esperienza varie altre persone che, dietro mio consiglio, gli si sono raccomandate. Molte altre gli si son da poco fatte devote per aver sperimentato questa verità» ...
«Procuravo di celebrarne la festa con la maggior possibile solennità... Per la grande esperienza che ho dei favori di san Giuseppe, vorrei che tutti si persuadessero ad essergli devoti. Non ho conosciuta persona che gli sia veramente devota e gli renda qualche particolare servizio senza far progressi nella virtù. Egli aiuta moltissimo chi si raccomanda a lui. È già da vari anni che nel giorno della sua festa gli chiedo qualche grazia, e sempre mi sono vista esaudita. Se la mia domanda non è tanto retta, egli la raddrizza per il mio maggior bene». «Chiedo solo, per amor di Dio, che chi non mi crede ne faccia la prova, e vedrà per esperienza come sia vantaggioso raccomandarsi a questo glorioso patriarca ed essergli devoti».  (Vita 6, 6-8). 
È il testo classico cui attingono coloro che vogliono parlare del glorioso Patriarca. Dell'efficacia del suo patrocinio non si potrebbe dir di più e di meglio, né con espressioni più infocate e convincenti.
L'Ordine del Carmelo fu sempre devoto di san Giuseppe. Per testimonianza di Papa Benedetto XIV, il Carmelo «fu l'Ordine che portò dall’oriente in occidente la lodevole usanza di onorare s. Giuseppe con solennissimo culto». Il Breviario carmelitano recava l'ufficio proprio del Santo fin dal 1480; e il Capitolo Generale tenuto in Parigi nel 1456, ordinava che la sua festa fosse celebrata nell'Ordine con pompa solenne.
Alla fine del 1700, infatti, si contavano, nel solo Ordine del Carmelo, più di centocinque chiese dedicate a san Giuseppe; e quando nel 1847 Pio IX estendeva alla Chiesa universale la festa del Patrocinio di san Giuseppe, il Carmelo celebrava già questa festa dal 1680, accordatagli da Innocenzo XI il 6 aprile dello stesso anno.
Teresa fece di tutto per diffonderne e rassodarne il culto. In suo onore eresse il primo monastero della Riforma (in Avila). Delle sue altre 17 case, 12 ne volle dedicate proprio a san Giuseppe. E lasciò scritto tra i suoi avvisi: 
«Benché tu abbia molti santi per avvocati, sii devota in modo particolare di san Giuseppe che può molto presso Dio» … Qualunque grazia si domandi a san Giuseppe verrà certamente concessa; chi vuol credere ne faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva. «Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso san Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare…». (cap. VI dell’Autobiografia). 
Difficile dubitarne. Fra tutti i santi, il Falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché, sia pure adottivo, di Gesù è stato il padre, di Maria lo sposo. 
È stato scritto: «O Maria, rinunciando ad altri aspetti dei vostri costumi, che noi non seguiamo più, vogliamo ripetere, che Giuseppe è stato vero sposo tuo nell'amore più concreto e insieme casto; è stato con te padre terreno e educatore di Gesù, ha fatto da segreto e forte baluardo umano durante la vostra vita, in Egitto e a Nazareth. Giustamente nella Chiesa lo si onora come il Santo per tutte le necessità: diremmo l'uomo dell'“emergenza” (a partire dall'emergenza-base dell'Incarnazione di Gesù), il modello per i lavoratori (egli risulta l'“homo faber” di cui parlano volentieri i dotti di oggi: colui che maneggia, costruisce, forgia, pialla ecc.), per i poveri che sudano, per i perseguitati che debbono abbandonare la loro terra».
Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a lui. Patrono universale della Chiesa per volere di Pio IX, è conosciuto anche come “patrono dei lavoratori”, nonché dei moribondi e delle anime purganti; ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità. 
Giovanni Paolo II confessò di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, nel 1989 stese in suo onore l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos [Custode del Redentore], aggiungendo il proprio nome alla lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI. 
•  Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. 
Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth.
 Nessun pontefice aveva mai scelto tale nome, che, in verità, non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo.
•  A lui sono dedicate più di cinquecento parrocchie in Italia ed un centinaio di cattedrali in quarantacinque nazioni: dall'Angola al Congo, passando per l'Argentina, il Brasile, il Canada, le Filippine, il Messico, gli Stati Uniti, il Venezuela, e tante altre ancora. 
•  Basta d'altronde osservare le statistiche dei nomi più utilizzati per rendersi conto che Giuseppe è nelle prime posizioni in tutti i Paesi cristiani: in Italia è il primo in assoluto e anche il femminile “Giuseppina” segue in graduatoria subito dopo gli altrettanto prevedibili Maria e Anna. Cosicché non è casuale la ricchezza di tradizioni popolari, nate in decine di località italiane e spesso trapiantate dagli immigrati all'estero come memoria viva delle lontane radici. E, di per sé, perfino la consumistica "Festa del papà" – inventata dall'industria delle cravatte e dei “dopo barba” – documenta il forte richiamo unanimemente associato allo sposo della Madonna e al padre “putativo” di Gesù.
•  Nel 1909 Pio X approvò le “litanie di san Giuseppe”, alla cui recita il Manuale delle indulgenze associò l'indulgenza parziale. [cfr. Litanie di san Giuseppe, in allegato, pag 5].
•  A san Giuseppe è attribuita una speciale protezione in ogni circostanza della vita: più in particolare, egli viene però indicato come il patrono della “buona morte”, poiché nel momento del suo trapasso fu assistito da Gesù e da Maria. 
In memoria di ciò, sono a lui intitolate pie associazioni come l'“Arci-sodalizio della Buona Morte”, avviato nel 1648 dai Gesuiti a Roma, e l'“Unione del Transito di san Giuseppe” per la salvezza dei morenti”, fondata nel 1913 nella parrocchia romana di san Giuseppe al Trionfale dal beato don Luigi Guanella. 

LEGGENDE e narrazioni sul Santo
La più nota leggenda è quella intitolata: “San Giuseppe e il suo devoto”, nella quale egli minaccia d’abbandonare il Paradiso qualora il suo protetto non sia fatto entrare da Dio. Lo studioso Giuseppe Tammi ne individuò ben undici versioni, comprese la spagnola e la canadese. E Il noto autore napoletano Eduardo De Filippo inserì l'episodio sia nel poemetto “De Pretore Vincenzo”, sia nell'omonima commedia.
A partire dal 1400 furono scritte numerose sacre rappresentazioni, relative in particolare alla ricerca natalizia dell'alloggio da parte di Giuseppe e di Maria, tuttora messe in scena, con la partecipazione di attori non professionisti. In Sicilia è caratteristica la rappresentazione della “Fuga in Egitto”, specialmente nella versione scritta in versi dal poeta Archinà intorno al 1850 e musicata dal canonico La Porta.
  All'origine di uno dei pii esercizi in onore del Santo (“I Sette dolori e gioie di san Giuseppe”), c'è fra' Giovanni da Fano, [vissuto tra il 1469 e il 1539], che fu tra i promotori del nuovo ramo francescano dei Cappuccini. Da un confratello dell'Osservanza (un ramo dei Francescani) egli ricevette la confidenza di altri due “frati minori”, salvati da una sicura morte in mare per intercessione di san Giuseppe. Egli quale si rivelò ai due naufraghi con queste parole: «Io sono san Giuseppe, degnissimo sposo della beatissima Madre di Dio, al quale vi siete tanto raccomandati». Quindi il Santo garantì loro di aver «impetrato dalla infinita clemenza divina che chiunque dirà ogni giorno, per tutto un anno, 7 Padre nostro e 7 Ave Maria, meditando sui sette dolori che io ebbi nel mondo, otterrà da Dio ogni grazia che sia conforme al suo bene spirituale».
–– La preghiera consiste nel ripetere le seguenti sette invocazioni a san Giuseppe (secondo la formulazione attribuita al beato settecentesco Gennaro Sarnelli), al termine di ciascuna delle quali si rivolge la richiesta: «Assistimi paternamente in vita e in morte», e si recitano appunto 1 Padre nostro ed 1 Ave Maria. 
La pietà cristiana ha prodotto lungo gli anni altre varie pratiche legate al Santo, oltre quelle accennate: Rosari, Corona a san Giuseppe, Settenari, Novene (fra cui quella detta “delle Chiavi di San Giuseppe”), Le sette domeniche, Suppliche..., oltre a molte preghiere per chiedere grazie e ringraziare.

FESTA DEL 19 MARZO
Come altre feste del calendario, anche questa di san Giuseppe ha una propria storia che l'ha portata, dopo un periodo “glorioso”, ad essere molto ridimensionata, proprio mentre il Santo festeggiato ha avuto un'ulteriore proclamazione d’importanza nella vita della Chiesa (oltre al 19 marzo, il 1° maggio: san Giuseppe lavoratore) ed una continuata vitalità nella devozione dei fedeli. 
– Ci pare interessante e persino istruttivo preporre una rapida visione storica di questa festa, inserendola nell'evoluzione di tutte le celebrazioni della Chiesa.
1 – Tante feste: perché?
* Innanzi tutto, è interessante conoscere come la Chiesa abbia fissato, nel corso di duemila anni, le sue feste solenni con il precetto, cioè l'obbligo della partecipazione alla Messa e dell'astensione dai lavori “servili”, vale a dire quelli degli artigiani e degli operai.
L'imperatore romano Costantino – che nel 313 d.C. aveva concesso ai Cristiani la libertà di esercitare il loro culto – otto anni dopo stabilì per legge che le domeniche e le altre feste fossero tali anche per la società civile. Allo scadere dello stesso secolo, il Concilio di Laodicea ripeteva per i cristiani l'obbligo di partecipare alla celebrazione Eucaristica e di riposare in domenica e nelle feste comandate.
Il numero di tali feste variò molto nel tempo: erano 11 nel VII secolo, arrivarono a 41 nel XII sec., per raggiungere le 45 nel XIII secolo. Le feste, insomma, si moltiplicavano al passo dello sviluppo della società europea: ogni regno, provincia e città, diocesi e parrocchia desiderava festeggiare il proprio santo patrono.
– Alcuni storici criticano per questo la Chiesa: sostengono che, in tal modo, la produzione dei campi e delle botteghe calava e la scarsità delle merci faceva salire i prezzi; nello stesso tempo l'ozio favoriva le cattive abitudini e molti festeggiamenti si sviluppavano con elementi magici e superstizioni (come avviene ancora in qualche festa patronale, dove sussistono antiche usanze).
– Altri storici lodano invece la Chiesa, che con le molte feste sottraeva, almeno un po', contadini e artigiani allo sfruttamento dei padroni, alla fatica e alle prestazioni gratuite dovute ai signori feudali. Ed inoltre, cosa ancor più importante, ogni festa imponeva la “tregua di Dio”, la cessazione, cioè, d’ogni combattimento o razzia in tempi in cui le lotte tra i signori erano incessanti e producevano devastazioni ovunque.
Certo, i fedeli erano confusi, non conoscendo neppure quali fossero esattamente le feste da osservare e il calendario giusto. L'ignoranza generale favoriva il diffondersi di storie leggendarie ed impediva di cogliere la relazione stretta tra festa, santità e preghiera comunitaria.
Solo la riforma liturgica di san Pio V, nella seconda metà del Cinquecento, mise un certo ordine nel numero e nella regolamentazione delle feste, riducendo la possibilità di vescovi e sovrani di proclamare festività a loro piacimento. Fu poi il decreto di papa Urbano VIII, nel 1642, a stabilire un elenco preciso delle feste riconosciute dalla Chiesa universale.
2 – La festa di san Giuseppe 
Prima del Seicento, san Giuseppe era festeggiato in molte città e regioni, con giorni di precetto che vale-vano in sede locale, ed il cui numero era in continua crescita. 
Si ha notizia che a Bologna, già nel 1129 c'era una chiesa dedicata al nostro Santo, e la festa era celebrata solennemente e con manifestazioni popolari di giochi. Nel ducato di Milano, fin dal Quattrocento si celebrava il 19 marzo, e fu “di precetto” dal 1498. Il doge di Genova, Ottaviano Fregoso, stabilì che dal 1519 il 19 marzo doveva essere festa solenne e di precetto. E altrettanto avveniva in altre regioni e città dell'Italia.
In Spagna, Valencia e Granada onoravano san Giuseppe pubblicamente fin dalla fine del '400, ed ancor prima era nata la devozione in Olanda e in Francia. Lo stesso Gerson (grande propagandista del culto di san Giuseppe in Francia), fu sorpreso di scoprire, ai primi del '400, che in tutte le chiese e le cappelle d’Avignone, il culto del Santo era già praticato in forma solenne, come avveniva per le più importanti feste religiose, e ciò sembra sia dovuto alla volontà precisa di un papa, Gregorio XI, che la suggerì per tutta la Chiesa universale. 
A Roma, papa Sisto V la inserì nel calendario romano alla data fissata del 19 marzo. E sempre a Roma, in seguito, nel 1540, una trentina di falegnami romani s’unirono e fondarono una Confraternita intitolata al Santo che aveva esercitato il loro mestiere e con cui aveva assicurato il pane a Gesù e Maria. Costituirono una piccola chiesa presso l'antico carcere mamertino (Roma), e fra gli scopi si diedero quelli di promuovere il culto del Santo e di far celebrarne solennemente la festa.
*    Festa di precetto
Finalmente, quando le insistenze di molti prelati, di studiosi, di religiosi e laici, di sovrani e di popolo, si fecero un unico coro, la Santa Sede raccolse il desiderio di tutti. 
I Cardinali della Congregazione dei Riti sottoposero a papa Gregorio XV una richiesta: «Piaccia a Vostra Santità di comandare che il giorno della festa di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria beatissima Madre di Dio, sia d'ora in poi, ed in perpetuo, giorno di precetto, e che tutti i fedeli si astengano in tale giorno dal lavoro servile». Il Papa approvò e firmò il decreto: era l'8 maggio 1621.
L'elenco delle feste ufficiali della Chiesa fu stabilito da papa Urbano VII. Il 13 settembre 1642 pubblicò infatti la Costituzione “Universa per Orbem” allo scopo di mettere ordine tra le festività. La lista dei giorni da considerarsi “di precetto” era ancora nutrita: 35, oltre le domeniche. Fra queste c'era il 19 marzo per san Giuseppe, come pure le feste dei santi patroni della nazione e del luogo. Nessuno poteva, in avanti, istituirne di nuove, se non la Santa Sede. Nel medesimo decreto era resa universale la festa del Corpus Domini].
*   Festa di precetto, soppressa
Nel 1624 il Canada, con voto popolare, aveva proclamato Giuseppe patrono della Chiesa che stava nascendo in quel paese. In Italia, Napoli e Torino si posero sotto la protezione del Santo nel 1690 e 1696. L'Austria lo dichiarò patrono della Boemia nel 1655, e nel 1676 tutto l'Impero fu posto sotto la sua tutela. Il regno di Baviera gli fu dedicato nel 1664. In Asia, i gesuiti chiesero la protezione di Giuseppe su tutte le loro missioni nell'Indocina e in Cina.
Possiamo concludere che il bisogno di dedicare una solennità al nostro Patrono si rafforzò proprio in un secolo che tendeva invece a ridurre il numero delle feste.  Questo dimostra quanto fosse importante.
Nel secolo seguente (1800), infatti, gli Stati europei seguirono piuttosto le ispirazioni laiche e illuministi-che, e, di conseguenza, i Papi furono costretti a ridurre nettamente le feste di precetto – compresa quella del 19 marzo – per molte parti d'Europa. 
(L’eccezione avvenne con Benedetto XV, che nel 1917, proprio durante la Prima guerra mondiale, stabilì che la festa [19 marzo]] di san Giuseppe facesse parte delle 10 feste di precetto della cattolicità). 
Purtroppo, le esigenze della produttività industriale e la concorrenza fra gli Stati provocarono ulteriori richieste d’abolire le festività infrasettimanali, religiose e civili, data la cattiva abitudine di cittadini di fare i cosiddetti “ponti”, in altre parole d’assentarsi dal lavoro pure nei giorni intermedi. [Ma la “moda” non è per nulla sparita, anzi! Niente Messa, ma, sì, agli scioperi ed altre manifestazioni! La coerenza!!!].
E così la Santa Sede autorizzò l'Italia (ed il Messico) a non considerare più festivo il 19 marzo. Conseguenza? Questo impedisce al popolo di ricevere un'istruzione più profonda su san Giuseppe nel giorno a lui dedicato.
•  Le tradizioni legate al 19 marzo sono molteplici in tutta Italia, e in varie regioni il sentimento popolare manifesta una specifica condivisione con le sofferenze della Santa Famiglia attraverso un gesto di solidarietà.
– In Sicilia viene generalmente accolta in famiglie una persona anziana e bisognosa. Nel Molise si invitano a pranzo una coppia di sposi e un giovane – in rappresentanza di Giuseppe, Maria e Gesù – e si servono a tavola speciali dolciumi chiamati “cauzione di san Giuseppe”, ad indicare l'intercessione del santo verso i suoi devoti.
– In Puglia si svolge la cerimonia della “mattra”, che consiste in una serie di tavole imbandite appositamente per i poveri e gli anziani. Nel meridione d'Italia, e anche in alcune zone d'emigrazione italiana, in questo giorno s’inforna il cosiddetto “pane di san Giuseppe” – a forma di barba, bastone e corona (simboli del Santo), ma anche di animali – che il capofamiglia divide con i commensali durante il pranzo e che vengono poi donati a quanti entrano in casa: una volta erano i poveri del paese, oggi sono bambini festanti.
Un'antica tradizione contadina prevedeva invece la conservazione di qualche pagnotta, che in occasione dei temporali veniva divisa in quattro parti, ciascuna lanciata in direzione di un punto cardinale per invocare la protezione di san Giuseppe dal maltempo che poteva causare gravi danni alle colture.
LITANIE di San Giuseppe

Signore, pietà – Cristo, pietà – Signore, pietà  
Padre celeste, Dio   
Figlio redentore del mondo, Dio   
Spirito Santo, Dio   
Santa Trinità, unico Dio  

Santa Maria  
San Giuseppe  
Inclita prole di Davide   
Luce dei Patriarchi   
Sposo della Madre di Dio 
Custode purissimo della Vergine   
Tu che nutristi il Figlio di Dio  
Solerte difensore di Cristo   
Capo dell'Alma Famiglia 
O Giuseppe giustissimo   
O Giuseppe castissimo  
O Giuseppe prudentissimo   
O Giuseppe obbedientissimo   
O Giuseppe fedelissimo   
Specchio di pazienza  
Amante della povertà   
Esempio agli operai   
Decoro della vita domestica   
Custode dei vergini  
Sostegno delle famiglie   
Conforto dei sofferenti   
Speranza degli infermi  
Patrono dei moribondi   
Terrore dei demoni   
Protettore della S. Chiesa  

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo   
Ascoltaci
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo   
Esaudiscici
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo.
Abbi pietà di noi

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi