lunedì 15 gennaio 2024
il ritorno di GODWIN, MIGRANTE PER L'ETERNITÀ di Padre MAURO ARMANINO
4 LO STILE DI FIGLI - 10 -NON AVRAI ALTRO DI O DI FUORI DI ME
martedì 9 gennaio 2024
VERITÀ e FINZIONI NEL SAHEL DEL NOSTRO TEMPO di Padre MAURO ARMANINO
Verità e finzioni nel Sahel del nostro tempoLo confessava oggi un amico giornalista di qui. Ha risposto sottovoce alla domanda sul motivo per cui, in modo così repentino, giornali, radio e giornalisti affermati si sono allineati col nuovo regime militare al potere nel Niger. ‘On fait semblant’, ha detto sottovoce. Tradotto significa ‘si fa per finta’… E ciò per evitare possibili problemi nel futuro e garantirsi pane e vita più tranquilla. Lui, che ha dato da poco le dimissioni dal giornale per il quale lavorava da anni, non esclude che alcuni lo facciano per convinzione. Come sempre nella vita reale le frontiere tra eroi, santi, navigatori e vigliacchi non sono facilmente tracciabili.D’altra parte ammettiamolo. Quanto accade nei Paesi limitrofi e nel Niger appare come particolare epeculiare nel contesto dell’insicurezza dominante in questa ‘sponda’ chiamata Sahel. Regimi militari che, con reale e apparente appoggio di una parte significativa del popolo. conducono alleanze militari,economiche e politiche tra loro. Smantellano con decreti, ordinanze o leggi promulgate per la circostanza.Assetti diplomatici, militari e giuridici dei regimi precedenti sono rinegoziati o semplicemente cambiati. Il tutto, naturalmente, senza nessun avallo dell’Assemblea Nazionale, sciolta dal colpo di stato del 26 luglio.Il Niger, pare realizzare con indubbia creatività, le differenti opzioni e possibilità delle repubbliche e democrazie come sono applicate e vissute oggi. Colpi di stato militari a scadenza decennale. Periodi intensi di transizione, eccezione e confusione. Omicidio di un capo di stato da parte della propria guardia presidenziale e, attualmente, arresti domiciliari dal presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Il tutto ad opera di militari e corpi speciali formati in particolare dagli Stati Uniti e Occidentali. La conclusione non lascia adito a nessun dubbio. Contesti politici ed economici hanno posto i militari ‘arbitri’ del gioco.Passati i tempi forti di giovani, bambini e adulti delle ‘oceaniche’ allo stadio e delle bandiere nazionali al vento di sabbia dei tricicli guidati da giovani coi caschi e le magliette al colore del Niger. Momenti fortiattorno alle rotonde o alla neo battezzata piazza delle Resistenza attorno a quello che fu la base militarefrancese dell’aeroporto. Si passa ad altro in attesa della promessa concertazione nazionale che dovrebbedettare le linee del futuro Paese sotto il sigillo della ‘sovranità’ senza concessioni. Dopo aver sospeso le emissioni radiofoniche di Radio Francia Internazionale, familiarmente RFI adesso è il turno del sito web.Nulla di cui stupirsi se anche l’amministrazione della giustizia appare, come sempre, legata a doppio filo col potere dominante. Vari ministri del passato regime sono in custodia e non si scorgono prospettive pereventuali processi a loro carico. C’è un clima sociale che risente della pesantezza della crisi economica esoprattutto della ‘tristezza’ di un pensiero unico che sembra disegnarsi nel panorama politico del Paese.Difficile poter pensare ad uno scambio sereno, democratico e pluralista quando l’autocensura, facilitata dal contesto attuale, sembra privilegiare una e sola direzione al paese.Verità e finzione passano frontiere porose dappertutto e il l Sahel non è da meno. Terreno di presenza conquista per multinazionali, gruppi armati, banditi, contrabbandieri, politici corrotti, militari come eroi emilioni di sfollati, rifugiati e migranti che immaginano la loro vita altrove. Ideologie fuori uso e analisi poco aderenti alla realtà si mescolano, come polvere al vento, con narrazioni di sovranità riconquistata a caro prezzo. Nel Niger e altrove, intanto, si perpetuano ricorrenti carestie e precarietà che il quotidiano viveretraduce in muto dolore. Solo il nostro popolo di sabbia saprà ritrovare il sentiero, abbandonato, delladignità .Mauro Armanino, Niamey, 7 gennaio 2024
martedì 2 gennaio 2024
ELOGIO ALLA PATERNITÀ di PADRE MAURO ARMANINO
Nostro padre Pietro, il padre di noi e marito di nostra madre, ha attraversato la vita con umiltà perché ha lui stesso sofferto precocemente dell’assenza dei genitori. Giovane partigiano sull’Appennino ligure- parmigiano per lottare contro il nazifascismo imperante, si è poi trasformato in marito, padre, operaio edile e delegato sindacale di base. La sua vita non è stata lunga quanto avrebbe potuto essere. Il suo cuore ha retto fino all’età di 56 anni fin quando, una notte, ha smesso di battere di quella paternità che l’aveva, malgrado le traversie, tenuto in vita. Con sua moglie, nostra madre, ha vissuto, condiviso, atteso e sperato quel futuro che aveva intravvisto sulle montagne, sfiorato più volte dalla morte. Si lasciava sorprendere dalla vita come fosse la prima volta che accadeva ciò che la famiglia, nella sua sobria povertà, attraversava. Una delicatezza coniugale, la sua, che nostra madre, vedova per vent’anni, non terminava di ricordare con tristezza prima e serena letizia in seguito. Sono sepolti assieme nel cimitero di campagna non lontano dalla chiesa millenaria dove si erano sposati, una domenica mattina nel mese di settembre di quell’anno.
Tra patria, padre e patriarcato non c’è quella continuità che si vuol far credere in occidente, dove la paternità sembra passata di moda e di statuto. La crisi nell’identità dei padri, così come concepita e sistematizzata nel passato, sembra irreversibile anche perché legata ai mutamenti dell’identità della donna nella crescente autonomia sul proprio corpo. Una società senza padri degni di questo nome, con un ruolo da reinventare, sarebbe un dramma e creerebbe la stessa sciagura di una società senza madri. Ci sono padri che spariscono e altri latitanti nel momento in cui più si abbisogna di loro. Altri sentono che il potere di un tempo è andato come sabbia tra le dita e hanno smarrito le certezze di una volta. Ridare un volto alla paternità dovrebbe essere uno dei cantieri più urgenti e decisivi del nostro tempo. Senza questo tentativo appare illusorio oppure fuorviante insegnare e recitare coi figli la preghiera del Dio padre.
Mauro Armanino, Niamey, 31 dicembre 2023
lunedì 25 dicembre 2023
MENTRE IN EUROPA...di P. MAURO ARMANINO
Ci si industria a orientare, controllare, limitare, punire e organizzare le migrazioni qui, dall’altra parte del mondo chiamato creativamente Sahel, ci sono altre realtà con le quali fare i conti. Ad esempio c’è Emanuel, liberiano di nascita, che soleva passare spesso a salutare e chiedere consigli e soprattutto aiuti. Non si vedeva da tempo perché imprigionato per un anno per una storia inverosimile. E’ stato rilasciato ieri, per grazia ricevuta, onde decongestionare il carcere civile di Niamey la cui popolazione è cresciuta in modo insostenibile in questi ultimi anni. Ha sopravvissuto solo per via dei miracoli che si moltiplicano senza darlo a vedere da queste parti del mondo poco strutturato per tali sventure. Ha dovuto pagare il ‘re’ della cella per un posto letto di alcune decine di centimetri quadrati. Lavarsi era un’avventura occasionale quotidiana. Mentre in Europa si compra il Natale spesso rinnegandolo nei fatti, ritorna alla ribalta dopo qualche mese Camara, originario della Costa d’Avorio. Espulso dal Marocco, dall’Algeria e poi gettato nel deserto era sbarcato con l’intenzione di trovare se stesso tra i meandri della vita. Si trovava tra coloro che erano stati ripescati nel mare dalla guardia costiera marocchina. Aveva visto l’altra riva da lontano e da allora non l’aveva più dimenticata. Dice che, una volta tornato al suo Paese, preparerà i documenti personali e di viaggio per partire regolarmente dall’altra parte. Cerca qualcosa con cui coprirsi dal fresco delle notti passate nei pressi degli uffici dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni. Dice che non mangia da un paio di giorni e che, per imbrogliare lo stomaco, beve acqua a non finire. Attende un regalo per Natale. Mentre in Europa ci si interroga su identità di genere e in generale il matrimonio è in cerca d’autore passano a salutare Celestine e Boa. Si sposeranno a fine mese in cattedrale a Niamey. Lei togolese e lui liberiano, con un figlio adottato nell’attesa forse di altri che forse arriveranno, da migranti come tutti, su questa terra che diventa un esilio per troppe persone. Si sono incontrati qui, entrambi stranieri in questo Paese che dopo essere stato per qualche giorno nei primi titoli dei notiziari è in fretta tornato alla sabbia da dove veniva. Non sarà certo il loro matrimonio a cambiare le sorti del colpo di stato militare che tiene fino ad oggi imprigionato il presidente eletto, dubbiosamente, nel 2021. Non ci sarà nessun viaggio di nozze vista la chiusura delle frontiere che persiste finora. Il riso degli sposi sarà messo da parte per la cucina. Mentre in Europa si è smarrito il sentiero della vita e si è adottato l’effimero come unico orizzonte, arriva, trafelato, l’amico Khalifa, libico di origine. E’ scappato dal suo Paese a causa della persecuzione religiosa dopo aver scelto di diventare cristiano. Incarcerato, battuto e minacciato di morte scappa in Algeria e da lì, espulso come di prammatica dai militari, arriva fortunosamente a Niamey e si presenta all’ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati. Accolto dai funzionari riceve in cambio un foglio plastificato col nome, la data di arrivo , un numero di riconoscimento e poi più nulla. Non si allontana dall’ufficio che centralizza i servizi e, stanco di non mangiare e dormire accetta di alloggiare nella casa degli amici del Togo. Passa perché pure lui non mangia da alcuni giorni e teme il ritorno al Paese. L’essenziale per lui è il cibo e una croce al collo. Mentre in Europa si fanno le guerre per procura, si investono sempre più soldi nella fabbricazione, l’acquisto e la vendita di armi. Nella tacita ipocrisia accettata e riprodotta da buona parte dei media compiacenti, ci si presenta al mondo come paladini del diritto e della pace. Nessuno ci crede più perché le promesse di giustizia, equità, solidarietà e bene comune sono state da tempo abbandonate o buttate al macero. Qui si sentono e soffrono le conseguenze delle armi, guerre e geopolitiche in subappalto. Milioni di persone col diritto di vivere si trovano nella categoria degli sfollati, rifugiati, abbandonati, dimenticati e liquidati sull’altare di interessi politici, religiosi e soprattutto economici. Il Dio, preso come ostaggio da una parte o dall’altra dei poteri, sta coi bambini della Sierra Leone che qui non hanno neppure una mangiatoia.
Mauro Armanino, Niamey, 24 dicembre 2023
martedì 19 dicembre 2023
Buon Natale da Arenzano… con un aggiornamento da Bangui! Padre Provinciale Federico Trinchero,
Buon Natale da Arenzano… con un aggiornamento da Bangui!
Notiziario n°34, 17 Dicembre 2023
Carissimi amici,
questa volta non vi scrivo dal Centrafrica, ma dall’Italia. Come forse alcuni di voi avranno già saputo, nel mese di aprile, i miei confratelli mi hanno eletto Provinciale dei Carmelitani scalzi della Liguria e quindi ho lasciato la missione di Bangui. La Provincia ligure (fondata nel lontano 1584, a soli due anni dalla morte di Santa Teresa) si compone attualmente di sette conventi e quattro monasteri, ma comprende anche due delegazioni all’estero: quella nella Repubblica Centrafricana (fondata nel 1971 e con cinque conventi) e quella nella Repubblica Ceca (fondata nel 1993, con due conventi e due monasteri). Si tratta di una grande famiglia di circa 100 frati, 60 monache e più di 300 laici carmelitani sparsi in tre paesi e di differenti nazionalità.
Per questa ragione, e anche se il mio servizio comporterà frequenti spostamenti, per i prossimi tre anni risiederò normalmente nel convento di Arenzano, vicino a Genova. Vivo nella stessa comunità con padre Anastasio, anch’egli di ritorno in Italia dopo 25 anni trascorsi a Praga, e con padre Davide, nuovo responsabile dell’animazione missionaria. Lasciare l’Africa – e soprattutto i miei confratelli e la missione di Bangui – non è stato semplice. Dopo quattordici intensissimi anni – vissuti tra i giovani in formazione, l’insegnamento, tanti progetti, la guerra, i profughi, il faticoso cammino verso la pace e poi il cantiere per il nuovo convento – il Centrafrica era diventato la mia seconda patria e il Carmelo centrafricano la mia famiglia. Sicuramente molte cose sono rimaste a metà; ma è anche bello lasciare che altri portino avanti ciò che si è iniziato. Questo è ancora più vero e urgente per i miei confratelli centrafricani, chiamati ormai a raccogliere il testimone dalle mani dei missionari italiani e a continuare l’opera di evangelizzazione e di trasmissione del carisma carmelitano. Si tratta di un passaggio delicato e necessario, quasi una scommessa sulla quale, con tanta fiducia e non poco coraggio, ci è sembrato fosse arrivato il momento di puntare. Per quanto mi riguarda, invece, posso solo dire che la nuova missione che mi è stata affidata è sicuramente impegnativa, ma posso contare sull’aiuto e la dedizione di tanti confratelli e consorelle, ognuno generosamente concentrato nella sua piccola o grande missione.
Per fortuna continuerò a recarmi regolarmente in Centrafrica. Ci sono stato nel mese di ottobre, in occasione della professione solenne di fra Rufin e dell’ordinazione sacerdotale di fra Alfred, fra Wilfrid e fra Aimé. Non posso nascondere la gioia, e anche un briciolo di orgoglio, nel poter vedere questi giovani, dopo tanti anni di cammino, arrivare finalmente alla meta. Fra Alfred, originario di un piccolissimo villaggio nel nord del Centrafrica, arrivò in convento con la sua vecchia bicicletta scassata e senza freni. E non si fermò più, nonostante alcune difficoltà negli studi, fino a diventare finalmente sacerdote. Fra Rufin, invece, è il primo carmelitano di Bossemptelé. Padre Niccolò, fondatore della missione, lo battezzò appena nato. Le suore della missione, intuendo profeticamente le buone disposizioni del bambino, lo accolsero nella loro scuola: unico maschio in una classe di sole femmine. Poi Rufin entrò in Seminario e percorse tutto il cammino di formazione. Come è vero che c’è chi semina – senza vedere i frutti del proprio lavoro –, chi innaffia con fiducia, chi pota con pazienza e chi raccoglie con gioia e riconoscenza! Certo non avrei potuto immaginare che un giorno avrei avuto l’onore di accogliere nelle mie mani – nella situazione non prevista di Provinciale – l’impegno definitivo di fra Rufin nell’Ordine del Carmelo.
E siccome la famiglia cresce, anche la costruzione del nuovo convento procede a buon ritmo grazie al contributo di tante persone: i cinquantacinque operai dell’impresa Le Prevost, Sylvie, Zowé, Révocat, l’architetto Giovanni, i miei confratelli padre Aurelio, padre Mesmin e padre Cyriaque, che mi ha sostituito al Carmel. In questi ultimi mesi si sono aggiunti alcuni volontari italiani: Enrico, Alessio, Mario, Giovanni, Maurizio. Grazie alla loro generosità e alla loro competenza stiamo per terminare questa grande opera. Gli ambienti del secondo piano sono stati completati e siamo già arrivati al tetto. Sono state installate le vetrate della cappellina (opera di padre Aurelio) e sono stati costruiti ben 48 archi di mattoni nelle verande del primo piano e all’ingresso. È in corso l’installazione dell’impianto elettrico e idraulico, delle porte, delle finestre e delle inferriate. Nei prossimi mesi inizierà la posa dei sanitari, dei pavimenti, dei soffitti in legno, la tinteggiatura e lo scavo dei canali di scolo. Anche se è noto che le rifiniture richiedono molto tempo e molta pazienza, possiamo dire che iniziamo a vedere il traguardo all’orizzonte. L’opera non è ancora terminata, e occorrerà arredare tutti gli ambienti, ma contiamo di poter inaugurare il nuovo convento nel corso del prossimo anno. Poi ci attende un’altra avventura: la costruzione della foresteria e della chiesa.
Sicuramente, quando il 16 luglio 2021 avevamo posato la prima pietra, non potevamo immaginare cosa avrebbe comportato la gestione di un cantiere così importante. Se non sono mancati ostacoli e imprevisti di diverso tipo – sia tecnici che economici – dobbiamo veramente ringraziare il Signore per averci sostenuti fin qui. Mi sia permesso di ringraziare ancora una volta il nostro Ordine, le nostre consorelle di clausura, alcuni organismi e tanti benefattori che ci hanno aiutato con generosità e fiducia nei nostri confronti. La realizzazione di questa grande impresa non sarebbe stata possibile senza il vostro aiuto. Anche chi ha potuto dare poco – fosse anche per un solo mattone, una carriola di sabbia o un sacco di cemento – può legittimamente ritenere di aver collaborato alla costruzione di questo grande convento.
Buon Natale!
Padre Federico
Se volete offrire un contributo per la costruzione del nuovo convento, della foresteria o della nuova chiesa potete fare:
1) Un bonifico bancario a MISSIONI CARMELITANE LIGURI usando l'IBAN: IT42D0503431830000000010043 (CODICE SWIFT per un bonifico dall’estero: BAPPIT21501).
2) Un versamento tramite Conto Corrente Postale n. 43276344 intestato a AMICIZIA MISSIONARIA ONLUS.
NB: Indicate nella causale: NUOVO CONVENTO E NUOVA CHIESA CARMEL DI BANGUI
Più informazioni sul sito www.amiciziamissionaria.it
Ordinazione
Seminaristi Yole

.jpg)






.jpg)















