AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 15 gennaio 2024

il ritorno di GODWIN, MIGRANTE PER L'ETERNITÀ di Padre MAURO ARMANINO

 



Il ritorno di Godwin, migrante per l’eternità
Ieri, sabato, non c’era nessuno per la sua sepoltura. Solo la terra, silenziosa e accogliente come un grembo materno, l’ha preso e custodito. Lui era arrivato ad un certo punto dell’anno scorso sostenendo di essere liberiano di nazionalità. O meglio, liberiano oppure nigeriano secondo le prospettive, le circostanze e soprattutto le opportunità offerte dal destino. Sosteneva anche di non essere in possesso di alcun documento di identità o di viaggio. L’unica cosa certa, ben visibile, era un tumore che si era installato sulla parte sinistra del suo volto che gli diminuiva la facoltà di parlare e di vedere correttamente.  La croce rossa nigerina prima e il servizio pastorale dei migranti poi, hanno accompagnato gli sforzi dei servizi medici locali per lenire il dolore e tentare un’improbabile guarigione. Fin dal suo arrivo a Niamey sosteneva di chiamarsi Steven e di essere portatore di una duplice ed effimera nazionalità.
Col passare dei giorni e la vicinanza di alcuni migranti liberiani, ha esibito un passaporto nel quale emergevano dettagli imprevedibili del suo percorso migratorio. Confezionato ad Addis Abeba in Etiopia, con un timbro dell’arrivo a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, l’altro ad Abidjan nella Costa d’Avorio. Mancava quello dell’ingresso nel Niger dove era arrivato perché gli avevano detto che a Niamey ci si prende cura dei migranti. Ed è così che Steven, si è trasformato successivamente in Godwin, il nome scritto sul passaporto che attestava la sua nazionalità nigeriana. Godwin, Dio vince, era il nome chi si portava addosso come il gonfiore sul volto che non accennava a diminuire finchè cominciò la chemioterapia nell’ospedale di oncologia di Niamey. Passavano i mesi, la terapia e le la cura di medicine con scarsi risultati perché il corpo sembrava stanco del tanto camminare nel mondo. 
Godwin si è spento l’altro giorno, un giovedì sera verso le 19 e, con celerità si è fatto il possibile perché egli abbia una degna sepoltura nel cimitero cristiano della capitale. Un breve soggiorno all’obitorio del cimitero musulmano e poi, dopo la pulizia del corpo, Godwin è stato adagiato in un feretro di legno leggero e arricchito da una croce scolpita nella parte superiore della cassa. Il trasporto sul retro di una Pick up fino al cimitero e poi l’ingresso per l’ultima migrazione, la più impegnativa di tutte, dopo una breve preghiera di commiato e la benedizione della tomba. Il feretro è stato deposto nella nuda terra e poi ricoperto di sabbia. Un paio di amici che l’hanno accompagnato in questi mesi e soprattutto lei, la terra che nel silenzio materno l’ha preso in sé. Accanto alla tomba non c’era nessun membro dell’ambasciata della Nigeria e dell’associazione dei nigeriani di Niamey, malgrado fossero informati del decesso. Godwin, il Dio che vince, era morto abbandonato da tutti. Solo il grembo della terra si è riaperto e l’ha custodito, per l’eternità.

                     Mauro Armanino, Niamey, 14 gennaio 2024

4 LO STILE DI FIGLI - 10 -NON AVRAI ALTRO DI O DI FUORI DI ME




4 – LO STILE DI FIGLI
10 – NON AVRAI ALTRO DIO DI FUORI DI ME    - 1  RICCO EPULONE  





«C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con gli avanzi che cadevano dalla mensa del ricco. Persino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. 
Poi morì anche il ricco e fu sepolto. 
Finito nell'Ade fra i tormenti, alzando lo sguardo verso l'alto, vide da lontano Abramo e Lazzaro che era con lui. Allora gridò: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che hai ricevuto la tua parte di beni durante la tua vita e Lazzaro, parimenti le sofferenze. Ma adesso lui è consolato, tu invece sei tormentato. Per di più, tra noi e voi c'è un grande abisso. Se qualcuno di noi vuol passare da voi, non lo può fare; così pure nessuno di voi può venire da noi”. 
Quello continuò: “Allora, padre, ti supplico di inviarlo a casa di mio padre. Ho cinque fratelli e vorrei che li ammonisca a non venire anche loro in questo luogo di tormento”. 
Abramo rispose: “Hanno Mosè ed i profeti: li ascoltino!”. Quello replicò: “No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti andrà da loro, cambieranno il modo di vivere”. Abramo disse: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno convincere neppure se qualcuno risorge dai morti”»   Luca 16, 19,31
Una parabola pericolosa per le semplificazioni abusive cui può dar luogo.
Ad esempio: Tutto è rimandato all'aldilà. Soltanto allora ci sarà il rovesciamento delle situazioni presenti: i ricchi all'inferno ed i poveri in paradiso. Giustizia è fatta! Per cui: i poveri devono solamente pazientare un poco, giusto il tempo che i ricchi finiscano tranquillamente il loro banchetto e ricevano una bella sepoltura... Poi, gli appartenenti alla categoria di Lazzaro si prenderanno la loro strepitosa rivincita.
Ma, nessuna concezione è più opposta allo spirito della Bibbia di simile “rassegnazione”, di questo rimandare all'aldilà le soluzioni delle ingiustizie presenti. La fede – non dimentichiamolo – è anche principio d'indignazione, di lotta, non solo di rassegnazione. Il giudizio di Dio va letto e proclamato anche nella storia presente, non rimandato all'ultimo giorno. [Cfr. Il Magnificat!]
––– Cerchiamo quindi, di cogliere la parabola nel suo significato più genuino.
•  Il povero ha un nome piuttosto comune nell'ebraismo: Lazzaro (da Eleazaro, che significa “Dio aiuta”, “Yahweh viene in soccorso”). Il ricco, invece, non ha nome. Secondo la concezione semitica, il nome esprime la realtà profonda delle persone, riassume la sua storia. 
Ora, questo ricco non ha nome perché ha costruito la sua esistenza sul vuoto. Ha perso il nome perché ha smarrito le vere ragioni del vivere (non si può vivere per banchettare tutti i giorni...).
– Non sono poche, infatti, le persone che hanno “smarrito il proprio nome”, perché l'hanno sostituito con altri nomi: “denaro”, “carriera”, “potere”, “successo”, “piacere”, “yacht” ...
– E poi chiediamoci: è proprio vero che l'eternità costituisca il rovesciamento radicale della situazione presente? Almeno nel caso del ricco, pare proprio di no.
La sua sorte nell'aldilà non è altro che la fissazione definitiva di ciò che egli vive (o non-vive) oggi, il prolungamento di ciò che egli è (o, non-è) sulla terra. Lui è un isolato. Impegnato a guardare nel piatto ricolmo, non vede il povero che sta alla sua porta. I cani vedono meglio di lui. 
Ora, l'inferno non è altro che la “consacrazione” di questo stato di separazione: separazione da Dio e dai suoi amici (Abramo, Lazzaro). 
Perché? Perché quaggiù lui è vissuto lontano dagli altri, separato dai veri valori, attaccato unicamente all'avere, appiccicato al piacere egoistico, separato dal se stesso più autentico.
Il ricco in questione era già un “dannato” durante la sua esistenza terrena, scandita da regolari abbuffate, perché imprigionato nel suo “privato”. Perché, privato dal senso della vita.
Si potrebbe obiettare: “Ci sono, però, là, anche i tormenti. Mentre sulla terra quell'individuo ha goduto, s’è divertito, se l'è spassata. Almeno in questo, sembrerebbe, la situazione dell'aldilà costituisce un capovolgimento”. Ma, siamo proprio sicuri che il banchettare spensieratamente, indossare vestiti di gran lusso, accumulare denaro, spendere senza vergogna per ferie,… sia sorgente di felicità?
Ritengo non ci sia tormento maggiore di una vita vuota, o riempita di cose inutili, che è la stessa cosa; che ci sia tortura più lancinante dell'isolamento, della chiusura agli altri, del non vedere di là del proprio “io”, del non saper usare le mani nel gesto del dono, del soffocare le esigenze dello spirito. 
Anche se tale tormento, quest'angoscia sono soffocati con l'allegria e la spensieratezza, con il chiasso stordente, la dissipazione. Se cadessero le maschere, vedremmo spalancarsi ferite profonde, abissi di disperazione. Un inferno, appunto. Già su questa terra. Un inferno dotato di tutti i comfort.
•• La parabola evangelica, più che descriverci la geografia dell'aldilà, più che informarci di ciò che avviene nell' “altra vita”, ci ammonisce severamente che la sorte dell'uomo si gioca oggi, quaggiù, in questo momento. È il presente che viene “fissato” in eternità.
È l'”al di qua” che viene trasformato in “al di là”. Il ricco pare accorgersi di aver bisogno degli altri (di Abramo, oppure di Lazzaro) quando ormai ha “passato” l'abisso, quando non è più in tempo. E sembra occuparsi degli altri (i suoi cinque fratelli) in ritardo. 
Gli incontri, infatti, avvengono quaggiù; gli appuntamenti decisivi sono per l'oggi.
È soltanto l'oggi, qui, che si può essere liberati dal proprio passato, e garantirsi quindi il futuro.
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–– Esistono ricette per dimenticare il passato e non temere il futuro?
Il rimedio facile non esiste, giacché è impossibile vivere senza dar peso agli avvenimenti che han lasciato tracce in noi, soprattutto riguardo al male. Questi, a loro volta, ci predispongono e ci marcano per il futuro. Però, sì, deve esistere un’attitudine d’abbandono e di confidenza in Dio, e da questa fede, cercar di vivere soltanto il momento presente. Un proverbio ascetico afferma: 
«L'ora che tu vivi, il compito che adempi, l’uomo che tu incontri in questo momento 
sono i più importanti della tua vita».
• Perché, in "tre secondi" ci giochiamo molto ...
Se tutta la santità si riduce al fatto d’essere o no fedeli alla missione che il Signore ci chiede in ogni istante, l'esercizio di tale “fedeltà” consisterà nell'accettazione di ciò che Dio desidera da noi in questo preciso momento per quanto breve sia. Per questo, oggi, molti autori spirituali parlano del "sacramento dell'istante presente", perché ogni momento – quantunque secondo gli esperti non duri più di due o tre secondi – è sempre pieno d’infiniti messaggi divini, d’infinite lezioni. Esso contiene più saggezza di quanto l'uomo possa apprendere in libri o consigli.
Quindi lo dobbiamo trattare in maniera adeguata. Non si tratta, infatti, di pregare in questa o quell'altra occasione, ma di convertire ogni "istante" della vita in preghiera. Sembra che sia così ...: 
Il "presente" dell'uomo dura esattamente questi tre secondi. Vale a dire, un istante fugace.
Perdonami, Signore; però è chiaro che sono un po’ “spiazzato". 
Ho appena saputo che gli uomini non sono capaci di ritenere l'immagine del presente più di tre secondi. 
Tre secondi, ed è tutto finito: l'aria stessa che ho appena respirato non mi appartiene più. 
L'immagine che ho appena terminato d’essere è già memoria del passato. 
Il bacio che ho appena dato è morto fra l'emozione e il sospiro.
Mi dico, Signore: questo è terribile! Mi dico: questa constatazione limita, in modo angustiante, quella sensazione di potere che finora ci aveva sostenuto in piedi sulla terra. 
–  Noi assicuravamo che il passato non ci apparteneva, che però non ce ne importava molto. 
In alcune occasioni l'avevamo vissuto; in altre c’era appartenuto, e che ce ne restava la memoria, 
e la malinconia, e la nostalgia; 
o il dolore, che il suo passaggio aveva potuto lasciare sulla nostra pelle.
–  L'assunto del futuro poneva ancor meno problemi. 
Il futuro non c’era mai appartenuto, e neppure eravamo sicuri di poterlo vivere. 
Ti assicuro, Signore, che molte volte, quando ho pensato alle guerre e agli incerti ed insicuri orizzonti futuri dell'umanità, mi sono rifugiato – un po' vigliaccamente – nella consolante idea che forse mi avresti chiamato a Te prima che accadessero. Sarei entrato nel tuo seno, e si sarebbe posto fine a tutto questo "guazzabuglio"; o sarebbe iniziata la gioia completa, che è ancor molto più consolante.
– Però, nel presente c'eri Tu, Signore! 
Tu stesso! Più affidabile che mai; più che mai possesso nostro, cosa nostra e alimento dello spirito. 
Il presente è come tenerti fisicamente fra le mani. È come se stessi scaldando il nostro cuore. È qui, diciamo. ... Lo diciamo, e il nostro cuore si colma di gioia.
– E ora, scopriamo, che non è proprio così! 
Ora constato che appena, appena ci appartieni, non più che per questi tre miserabili secondi! 
Ci scorrono fra le dita e Tu non sei altro che la memoria dell'immediato passato. 
Sei stato cancellato da un’altra immagine, da un'altra sensazione... 
Ci possono essere immagine di Te, un'altra volta, ma che, ugualmente, non è più quella di prima.
E ti voglio dire una cosa, Signore: ciò che più mi abbatte è che Tu stesso ti debba misurare con il nostro tempo. Credo che sbagliasti il giorno che ti sei fatto cosa nostra: perfettamente calcolabile, perfettamente "misurabile". Perché quando ti rendesti come noi, ti sottomettesti alla precarietà del tempo: al prima e al poi. E tutto questo accadde a Te che eri – e che sei – l'eternità che distrugge ogni tempo. Sono sicuro di quel che dico: non l'hai indovinato. ...
C’è, però, una cosa che non ha tempo: l'amore. 
E c'è un'altra cosa che è dura come la morte e bella come uno sguardo: è la fede. 
Temo che gli scienziati dell'immagine che giunsero alla conclusione del fatto che il nostro presente non dura che tre secondi, erano degli esperti per i quali non conta nulla l'immagine oscura della fede.  
A colui che Ti crede, Signore, – che, mi sembra, sia un qualcosa di distinto dall' “avere fede in Te” o credere a Te –, a colui che ha fede gli basta – e gliene avanza –, continuare a possederla: 
– gli bastano gli schiaffi che gli dà l'aria fino a che T’incontri;
– gli basta e avanza questo andare e venire che la fede sempre comporta.
Il meraviglioso non è possedere un cammino per dove camminare. 
Il meraviglioso è averlo iniziato, con te al fianco. I nostri tre secondi del presente diventeranno così i tre secondi più eterni che mai sono dati agli uomini che hanno fede.
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Ammonisce Gesù: «Hanno Mosè ed i profeti: li ascoltino!». E anche noi abbiamo, per questo, “Mosè ed i profeti”, ossia la Parola di Dio. 
Non abbiamo bisogno di miracoli eccezionali, come quello di un morto che venga ad ammonirci (come vorrebbe il ricco per i suoi fratelli). La fede non nasce dai miracoli. Non è un morto resuscitato ma la Parola di Dio che risuona nel nostro cuore che può farci aprire gli occhi. È la Parola il vero miracolo, la sola che può provocare una risurrezione.
 Nessuna conversione può essere fondata su un miracolo spettacolare e la paura. Certo, la risurrezione di Cristo è un miracolo, il grande miracolo. Tuttavia, anche questo miracolo è trasformato, per noi, in Parola efficace, in insegnamento (in parabola). E siamo beati perché, pur non avendo visto Gesù uscire dal sepolcro, ascoltando la Parola di Dio usciamo dal nostro sepolcro e usciamo alla scoperta dei fratelli. 
«Gesù non cerca principalmente di spaventarci con un inferno futuro o di consolarci con un paradiso futuro. Intende, piuttosto mostrarci come il cielo cammini là dove risuona la Parola di Dio che permette ad un uomo di trovare il proprio fratello» (A. Maillot).
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            2 – UN UOMO A COLLOQUIO COI SUOI BENI. (Ricco sazio e stolto)
«Le terre di un uomo ricco avevano dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé così: “Ora non ho più dove mettere i miei raccolti: che cosa farò? 
E disse: “Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi, così che raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: “Anima mia, hai disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti”. 
Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita e a chi andranno le ricchezze che hai accumulato?”. 
Così accade a chi accumula ricchezze solo per sé e non s’arricchisce davanti a Dio». (Lc 12. 16-21)
Ciò che maggiormente colpisce in quest'uomo ricco ed avido della parabola evangelica, è la sua solitudine. Qualcosa di tetro, terrificante. 
Nessuno è solo come quest'uomo che è circondato, quasi soffocato dai suoi beni. Può contare le sue rendite; lo vediamo a colloquio con le cifre. La sua voce ha il suono dei soldi.
È un individuo senza nome, senza volto [Come il ricco epulone], non ha moglie, figli, amici. 
L'unico legame stretto sono i suoi beni materiali. S'identifica con le proprie ricchezze. Lui stesso diventa campo, granaio, frumento, magazzino, portafoglio. Non è più un uomo. È una cosa in mezzo alle cose.
I beni, invece di essere veicolo di relazione con gli altri, per lui sono cose da accumulare, conservare, proteggere, difendere. Invece di essere mezzi [anticamente si diceva, giustamente, che uno aveva tanti “mezzi”], diventano fine cui si sacrifica tutto.
Quest'uomo squallido è un prigioniero. Può anche ampliare i magazzini. Ma non ne uscirà più.
È un uomo chiuso, senz'avvenire. Proprio lui che s'illude di stare al sicuro per molti anni.
Allorché gli si pronunzia la terribile sentenza: «Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita», in realtà lui lo è già da un pezzo. La sentenza l'ha pronunziata lui stesso su di sé. Giustamente è stato rilevato che «più che una punizione, è un esaudimento».
•  Gesù lo si definisce “stolto”. Perché?
–  Perché fonda la propria sicurezza sull'avere e non sull'essere.
–  Perché s'identifica con le cose, e non le trasforma in sacramento di comunione con i fratelli.
–  Perché crede che molto denaro significhi molta vita.
–  Perché pensa che il possesso egoistico dia gioia.
–  Perché non sospetta che, anche se i conti tornano, la sua esistenza è un fallimento.
–  Perché non capisce che “l'io non ha altra protezione che il darsi, il perdersi” (A. Paoli).
–  Perché non si rende conto che non è possibile riempire il vuoto con l'ingombro.
–  Perché non si avvede che la vita va colmata di amicizia, di dono, di relazioni; non di cose.
Proviamo, ora a trarre alcune conseguenze.
*  Il possesso è sempre una limitazione. “Chiunque acquista un campo e lo recinge, si priva del resto della natura, s'impoverisce di tutto il resto” (E. Cardenal).
Il possesso è soprattutto limitazione di libertà. «Non avete mai notato che essere ricco si traduce sempre in un impoverimento su un altro piano? Basta dire: “Possiedo questo orologio, è mio!”, e rinchiudere la mano su di esso per avere un orologio, e aver perduto una mano» (A. Bloom). Il nostro spirito, il nostro cuore, tendono a rimpicciolirsi, a restringersi alle dimensioni degli oggetti sui quali si rinchiudono, alle dimensioni dei beni sui quali si ripiegano.
* La ricchezza è falsificazione delle cose, perché falsa i rapporti con esse. Il ricco crede che il suo certificato di possesso lo leghi intimamente ai beni. Ma è una colossale illusione. Le cose, come le persone, hanno una “soglia d'inviolabilità”, un “limite d'invalicabilità che non possono essere forzati da un diritto derivante semplicemente dal denaro. Una cosa non si lascia “violare dal portafoglio” (le persone, qualche volta, sì...). Per questo, anche se mi appartiene, essa rimane inviolata nella sua essenza più vera, e mi lascerà sempre insoddisfatto.
La cosa mi rimane ostinatamente “estranea”; mi sfuggirà di mano anche se la trattengo, anzi, proprio perché pretendo afferrarla, tenerla, mi sorriderà beffarda, intatta, intoccabile.
Per entrare in unione intima con un bene creato (la proprietà legata ai soldi, al diritto), può costituire un ostacolo. La facoltà di possedere si colloca al livello più profondo di noi stessi, là dove un oggetto esterno può entrare soltanto interiorizzandosi. (Liberamente da Domenica C- p. 159)
Per possedere veramente una cosa, bisogna stabilire con essa non un rapporto di possesso, di aggressività, ma di partecipazione, di meraviglia, di contemplazione.
È l'uomo “liturgico”, non l'uomo “economico” che è in armonia col creato. 
La terra appartiene ai “miti”, ossia a coloro che non rivendicano nulla. Soltanto chi prega, avendo le mani vuote, può pregare nelle cose e con le cose.
C'è un momento nella Messa, in cui ci viene ricordato l'uso corretto che dobbiamo fare delle mani. L'offertorio è il momento della consacrazione delle mani; quelle mani che ritrovano la loro funzione più vera nel gesto dell'offerta: “... Dalle tue mani abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo”
Le mani mi sono state date per dare. Chi le usa, abitualmente, soltanto per prendere, tenere, arraffare, non ha ancora imparato ad adoperarle, anche se è molto avanti negli anni. Soprattutto non ha ancora gustato la gioia più grande: la gioia di donare.
Ci si preoccupa d'insegnare a camminare, e il giorno in cui il bambino muove i primi passi segna un grosso avvenimento in famiglia. Bisognerebbe far festa quando il bambino inizia ad usare le mani nell'unica maniera corretta, che è la maniera di dare.
Ci si preoccupa delle mani sudicie. In realtà, le mani sono sporche soltanto quando “trattengono” qualcosa. Un cristiano, ossia un cercatore di Dio, supererà la tentazione di fermarsi, soltanto se sarà capace di trasformare le realtà terrestri in “segno” e “dono”. 
Soltanto se imparerà ad usare le mani nell'unica maniera “giusta”.
I nostri conti, a differenza di quelli dello “stolto” della parabola, 
tornano, quando tornano i conti degli altri.
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Una donna si recò alla fontana: un piccolo specchio tremolante, limpidissimo, tra gli alberi del bosco. 
Mentre immergeva l'anfora per attingere, scorse nell'acqua un grosso frutto roseo, cosi bello che sembrava dire: «Prendimi!»
. Allungò il braccio per coglierlo, ma quello sparì, e ricomparve soltanto quando la donna ritirò la mano dall'acqua. Così per due o tre volte. Allora la donna si mise ad estrarre l'acqua per prosciugare la fontana. Lavorò a lungo, sempre tenendo d'occhio il frutto misterioso, ma quando ebbe estratto tutta l'acqua, s'accorse che il frutto non c'era più. 
Delusa per quell'incantesimo, stava per andarsene via, quando udì una voce tra gli alberi (era il Gufo Belvedere, quello che vede sempre tutto): «Perché cerchi in basso? Il frutto sta lassù ...»
. 
La donna alzò gli occhi e, appeso ad un ramo sopra la fontana, scorse il bellissimo frutto, di cui nell'acqua aveva visto soltanto il riflesso.
••• Ovvio, no? Eppure spesso nella vita ci comportiamo così.

Cerchiamo affannosamente ed inutilmente la felicità nelle vicende di questo mondo.
Disillusi ed amareggiati non ci rendiamo conto
 che solo in Dio è la nostra vera fonte di felicità…
Per quale ragione siamo sulla terra?
Noi siamo sulla terra per riconoscere ed amare Dio,
 per fare il bene secondo il suo volere e raggiungere un giorno il cielo
. (Catech. Chiesa Cattolica per Giovani)


"Sulla terra non bisogna attaccarsi a nulla,
 neppure alle cose più semplici e innocenti,
perché ci vengono a mancare quando meno ci si pensa." 
(S. Teresa di Gesù Bambino)

La PAROLA di D I O
Bene e male, vita e morte
povertà e ricchezza, tutto proviene dal Signore, 
Sapienza, senno e conoscenza della legge, 
vengono dal Signore;
carità e rettitudine sono doni del Signore,
Errore e tenebre sono per gli empi
e il male resta per i malvagi.
Il dono del Signore è assicurato ai pii
e il suo favore li rende felici per sempre.
C’è chi è ricco a forza di privazioni e di risparmio; 
ed ecco la parte della sua ricompensa:
quando dira: “Ho trovato riposo, ora mi godrò i miei beni”,
non sa quanto tempo ancora trascorrerà;
lascerà tutto ad altri e morirà.
Sta’ fermo al tuo impegno e fanne la tua vita;
invecchia compiendo il tuo lavoro.
Non ammirare le opere del peccatore,
confida nel Signore e persevera nella fatica, 
perché è facile per il Signore
arricchire un povero all’improvviso.
La benedizione del Signore è la ricompensa del pio;
in un istante Dio farà sbocciare la sua benedizione.
Non dire. “Di che cosa ho bisogno
e di quali beni disporrò d’ora innanzi?”.
Non dire: “Ho quanto mi occorre;
che cosa potrà ormai capitarmi di male?”. 
Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura;
nel tempo della sventura non si ricorda la prosperità.
È facile per il Signore nel giorno della morte
rendere all’uomo secondo la sua condotta,
L’infelicità di un’ora fa dimenticare il benessere;
alla morte di un uomo si rivelano le sue opere.
Prima della fine non chiamare nessuno beato;
un uomo si conosce veramente alla fine”.    

martedì 9 gennaio 2024

VERITÀ e FINZIONI NEL SAHEL DEL NOSTRO TEMPO di Padre MAURO ARMANINO

 



Verità e finzioni nel Sahel del nostro tempo
Lo confessava oggi un amico giornalista di qui. Ha risposto sottovoce alla domanda sul motivo per cui, in modo così repentino, giornali, radio e giornalisti affermati si sono allineati col nuovo regime militare al potere nel Niger. ‘On fait semblant’, ha detto sottovoce. Tradotto significa ‘si fa per finta’… E ciò per evitare possibili problemi nel futuro e garantirsi pane e vita più tranquilla. Lui, che ha dato da poco le dimissioni dal giornale per il quale lavorava da anni, non esclude che alcuni lo facciano per convinzione. Come sempre nella vita reale le frontiere tra eroi, santi, navigatori e vigliacchi non sono facilmente tracciabili.
D’altra parte ammettiamolo. Quanto accade nei Paesi limitrofi e nel Niger appare come particolare e
peculiare nel contesto dell’insicurezza dominante in questa ‘sponda’ chiamata Sahel. Regimi militari che, con reale e apparente appoggio di una parte significativa del popolo. conducono alleanze militari,
economiche e politiche tra loro. Smantellano con decreti, ordinanze o leggi promulgate per la circostanza.
Assetti diplomatici, militari e giuridici dei regimi precedenti sono rinegoziati o semplicemente cambiati. Il tutto, naturalmente, senza nessun avallo dell’Assemblea Nazionale, sciolta dal colpo di stato del 26 luglio.
Il Niger, pare realizzare con indubbia creatività, le differenti opzioni e possibilità delle repubbliche e democrazie come sono applicate e vissute oggi. Colpi di stato militari a scadenza decennale. Periodi intensi di transizione, eccezione e confusione. Omicidio di un capo di stato da parte della propria guardia presidenziale e, attualmente, arresti domiciliari dal presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Il tutto ad opera di militari e corpi speciali formati in particolare dagli Stati Uniti e Occidentali. La conclusione non lascia adito a nessun dubbio. Contesti politici ed economici hanno posto i militari ‘arbitri’ del gioco.
Passati i tempi forti di giovani, bambini e adulti delle ‘oceaniche’ allo stadio e delle bandiere nazionali al vento di sabbia dei tricicli guidati da giovani coi caschi e le magliette al colore del Niger. Momenti forti
attorno alle rotonde o alla neo battezzata piazza delle Resistenza attorno a quello che fu la base militare
francese dell’aeroporto. Si passa ad altro in attesa della promessa concertazione nazionale che dovrebbe
dettare le linee del futuro Paese sotto il sigillo della ‘sovranità’ senza concessioni. Dopo aver sospeso le emissioni radiofoniche di Radio Francia Internazionale, familiarmente RFI adesso è il turno del sito web.
Nulla di cui stupirsi se anche l’amministrazione della giustizia appare, come sempre, legata a doppio filo col potere dominante. Vari ministri del passato regime sono in custodia e non si scorgono prospettive per
eventuali processi a loro carico. C’è un clima sociale che risente della pesantezza della crisi economica e
soprattutto della ‘tristezza’ di un pensiero unico che sembra disegnarsi nel panorama politico del Paese.
Difficile poter pensare ad uno scambio sereno, democratico e pluralista quando l’autocensura, facilitata dal contesto attuale, sembra privilegiare una e sola direzione al paese.
Verità e finzione passano frontiere porose dappertutto e il l Sahel non è da meno. Terreno di presenza conquista per multinazionali, gruppi armati, banditi, contrabbandieri, politici corrotti, militari come eroi e
milioni di sfollati, rifugiati e migranti che immaginano la loro vita altrove. Ideologie fuori uso e analisi poco aderenti alla realtà si mescolano, come polvere al vento, con narrazioni di sovranità riconquistata a caro prezzo. Nel Niger e altrove, intanto, si perpetuano ricorrenti carestie e precarietà che il quotidiano vivere
traduce in muto dolore. Solo il nostro popolo di sabbia saprà ritrovare il sentiero, abbandonato, della
dignità .

Mauro Armanino, Niamey, 7 gennaio 2024

martedì 2 gennaio 2024

ELOGIO ALLA PATERNITÀ di PADRE MAURO ARMANINO

                                                 


                  Elogio della paternità 
Il Comitato Nazionale per la Salvaguardia della Patria, in breve CNSP, esiste nel Niger dal 26 luglio passato, giorno in cui è stato fatto prigioniero il presidente Mohamed Bazoum. Passano i mesi e il tema della Patria non accenna a diminuire, anzi, il patriottismo e i patrioti sono ormai i cittadini modello da imitare. Il nuovo cittadino nigerino sarà patriottico o non sarà affatto! Come non pensare agli anni passati nella scuola elementare e ricordare i moti per l’indipendenza, i patrioti pronti ad immolarsi, i carbonari che sognavano un Paese unificato. Poi si mescolano gli abbinamenti orchestrati da regimi politici di sinistra memoria che coniugavano, manipolandoli, la Famiglia, Dio e la Patria. Le trincee della storia e le colonizzazioni occidentali sono state, non raramente, la traduzione geopolitica di tali accostamenti. Poi il linguaggio, specchio e eco dello spirito del tempo, ha impiegato i derivati di patria, dal latino pater. Il ‘pater familias’, padre di famiglia della Roma antica, con insondabile diritto di vita e di morte sui figli, patriottismo e infine patriarcato. Quest’ultimo interpretato come causa di tutto quanto esiste di oppressivo nella civiltà occidentale.

Nostro padre Pietro, il padre di noi e marito di nostra madre, ha attraversato la vita con umiltà perché ha lui stesso sofferto precocemente dell’assenza dei genitori. Giovane partigiano sull’Appennino ligure- parmigiano per lottare contro il nazifascismo imperante, si è poi trasformato in marito, padre, operaio edile e delegato sindacale di base. La sua vita non è stata lunga quanto avrebbe potuto essere. Il suo cuore ha retto fino all’età di 56 anni fin quando, una notte, ha smesso di battere di quella paternità che l’aveva, malgrado le traversie, tenuto in vita. Con sua moglie, nostra madre, ha vissuto, condiviso, atteso e sperato quel futuro che aveva intravvisto sulle montagne, sfiorato più volte dalla morte. Si lasciava sorprendere dalla vita come fosse la prima volta che accadeva ciò che la famiglia, nella sua sobria povertà, attraversava. Una delicatezza coniugale, la sua, che nostra madre, vedova per vent’anni, non terminava di ricordare con tristezza prima e serena letizia in seguito. Sono sepolti assieme nel cimitero di campagna non lontano dalla chiesa millenaria dove si erano sposati, una domenica mattina nel mese di settembre di quell’anno.

Tra patria, padre e patriarcato non c’è quella continuità che si vuol far credere in occidente, dove la paternità sembra passata di moda e di statuto. La crisi nell’identità dei padri, così come concepita e sistematizzata nel passato, sembra irreversibile anche perché legata ai mutamenti dell’identità della donna nella crescente autonomia sul proprio corpo. Una società senza padri degni di questo nome, con un ruolo da reinventare, sarebbe un dramma e creerebbe la stessa sciagura di una società senza madri. Ci sono padri che spariscono e altri latitanti nel momento in cui più si abbisogna di loro. Altri sentono che il potere di un tempo è andato come sabbia tra le dita e hanno smarrito le certezze di una volta. Ridare un volto alla paternità dovrebbe essere uno dei cantieri più urgenti e decisivi del nostro tempo. Senza questo tentativo appare illusorio oppure fuorviante insegnare e recitare coi figli la preghiera del Dio padre.


    Mauro Armanino, Niamey, 31 dicembre 2023                                              

lunedì 25 dicembre 2023

MENTRE IN EUROPA...di P. MAURO ARMANINO




Mentre in Europa...

 Ci si industria a orientare, controllare, limitare, punire e organizzare le migrazioni qui, dall’altra parte del mondo chiamato creativamente Sahel, ci sono altre realtà con le quali fare i conti. Ad esempio c’è Emanuel, liberiano di nascita, che soleva passare spesso a salutare e chiedere consigli e soprattutto aiuti. Non si vedeva da tempo perché imprigionato per un anno per una storia inverosimile. E’ stato rilasciato ieri, per grazia ricevuta, onde decongestionare il carcere civile di Niamey la cui popolazione è cresciuta in modo insostenibile in questi ultimi anni. Ha sopravvissuto solo per via dei miracoli che si moltiplicano senza darlo a vedere da queste parti del mondo poco strutturato per tali sventure. Ha dovuto pagare il ‘re’ della cella per un posto letto di alcune decine di centimetri quadrati. Lavarsi era un’avventura occasionale quotidiana. Mentre in Europa si compra il Natale spesso rinnegandolo nei fatti, ritorna alla ribalta dopo qualche mese Camara, originario della Costa d’Avorio. Espulso dal Marocco, dall’Algeria e poi gettato nel deserto era sbarcato con l’intenzione di trovare se stesso tra i meandri della vita. Si trovava tra coloro che erano stati ripescati nel mare dalla guardia costiera marocchina. Aveva visto l’altra riva da lontano e da allora non l’aveva più dimenticata. Dice che, una volta tornato al suo Paese, preparerà i documenti personali e di viaggio per partire regolarmente dall’altra parte. Cerca qualcosa con cui coprirsi dal fresco delle notti passate nei pressi degli uffici dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni. Dice che non mangia da un paio di giorni e che, per imbrogliare lo stomaco, beve acqua a non finire. Attende un regalo per Natale. Mentre in Europa ci si interroga su identità di genere e in generale il matrimonio è in cerca d’autore passano a salutare Celestine e Boa. Si sposeranno a fine mese in cattedrale a Niamey. Lei togolese e lui liberiano, con un figlio adottato nell’attesa forse di altri che forse arriveranno, da migranti come tutti, su questa terra che diventa un esilio per troppe persone. Si sono incontrati qui, entrambi stranieri in questo Paese che dopo essere stato per qualche giorno nei primi titoli dei notiziari è in fretta tornato alla sabbia da dove veniva. Non sarà certo il loro matrimonio a cambiare le sorti del colpo di stato militare che tiene fino ad oggi imprigionato il presidente eletto, dubbiosamente, nel 2021. Non ci sarà nessun viaggio di nozze vista la chiusura delle frontiere che persiste finora. Il riso degli sposi sarà messo da parte per la cucina. Mentre in Europa si è smarrito il sentiero della vita e si è adottato l’effimero come unico orizzonte, arriva, trafelato, l’amico Khalifa, libico di origine. E’ scappato dal suo Paese a causa della persecuzione religiosa dopo aver scelto di diventare cristiano. Incarcerato, battuto e minacciato di morte scappa in Algeria e da lì, espulso come di prammatica dai militari, arriva fortunosamente a Niamey e si presenta all’ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati. Accolto dai funzionari riceve in cambio un foglio plastificato col nome, la data di arrivo , un numero di riconoscimento e poi più nulla. Non si allontana dall’ufficio che centralizza i servizi e, stanco di non mangiare e dormire accetta di alloggiare nella casa degli amici del Togo. Passa perché pure lui non mangia da alcuni giorni e teme il ritorno al Paese. L’essenziale per lui è il cibo e una croce al collo. Mentre in Europa si fanno le guerre per procura, si investono sempre più soldi nella fabbricazione, l’acquisto e la vendita di armi. Nella tacita ipocrisia accettata e riprodotta da buona parte dei media compiacenti, ci si presenta al mondo come paladini del diritto e della pace. Nessuno ci crede più perché le promesse di giustizia, equità, solidarietà e bene comune sono state da tempo abbandonate o buttate al macero. Qui si sentono e soffrono le conseguenze delle armi, guerre e geopolitiche in subappalto. Milioni di persone col diritto di vivere si trovano nella categoria degli sfollati, rifugiati, abbandonati, dimenticati e liquidati sull’altare di interessi politici, religiosi e soprattutto economici. Il Dio, preso come ostaggio da una parte o dall’altra dei poteri, sta coi bambini della Sierra Leone che qui non hanno neppure una mangiatoia.

Mauro Armanino, Niamey, 24 dicembre 2023


martedì 19 dicembre 2023

Buon Natale da Arenzano… con un aggiornamento da Bangui! Padre Provinciale Federico Trinchero,


Buon Natale da Arenzano… con un aggiornamento da Bangui!

Notiziario n°34, 17 Dicembre 2023

Carissimi amici,

questa volta non vi scrivo dal Centrafrica, ma dall’Italia. Come forse alcuni di voi avranno già saputo, nel mese di aprile, i miei confratelli mi hanno eletto Provinciale dei Carmelitani scalzi della Liguria e quindi ho lasciato la missione di Bangui. La Provincia ligure (fondata nel lontano 1584, a soli due anni dalla morte di Santa Teresa) si compone attualmente di sette conventi e quattro monasteri, ma comprende anche due delegazioni all’estero: quella nella Repubblica Centrafricana (fondata nel 1971 e con cinque conventi) e quella nella Repubblica Ceca (fondata nel 1993, con due conventi e due monasteri). Si tratta di una grande famiglia di circa 100 frati, 60 monache e più di 300 laici carmelitani sparsi in tre paesi e di differenti nazionalità.

Per questa ragione, e anche se il mio servizio comporterà frequenti spostamenti, per i prossimi tre anni risiederò normalmente nel convento di Arenzano, vicino a Genova. Vivo nella stessa comunità con padre Anastasio, anch’egli di ritorno in Italia dopo 25 anni trascorsi a Praga, e con padre Davide, nuovo responsabile dell’animazione missionaria. Lasciare l’Africa – e soprattutto i miei confratelli e la missione di Bangui – non è stato semplice. Dopo quattordici intensissimi anni – vissuti tra i giovani in formazione, l’insegnamento, tanti progetti, la guerra, i profughi, il faticoso cammino verso la pace e poi il cantiere per il nuovo convento – il Centrafrica era diventato la mia seconda patria e il Carmelo centrafricano la mia famiglia. Sicuramente molte cose sono rimaste a metà; ma è anche bello lasciare che altri portino avanti ciò che si è iniziato. Questo è ancora più vero e urgente per i miei confratelli centrafricani, chiamati ormai a raccogliere il testimone dalle mani dei missionari italiani e a continuare l’opera di evangelizzazione e di trasmissione del carisma carmelitano. Si tratta di un passaggio delicato e necessario, quasi una scommessa sulla quale, con tanta fiducia e non poco coraggio, ci è sembrato fosse arrivato il momento di puntare. Per quanto mi riguarda, invece, posso solo dire che la nuova missione che mi è stata affidata è sicuramente impegnativa, ma posso contare sull’aiuto e la dedizione di tanti confratelli e consorelle, ognuno generosamente concentrato nella sua piccola o grande missione.

Per fortuna continuerò a recarmi regolarmente in Centrafrica. Ci sono stato nel mese di ottobre, in occasione della professione solenne di fra Rufin e dell’ordinazione sacerdotale di fra Alfred, fra Wilfrid e fra Aimé. Non posso nascondere la gioia, e anche un briciolo di orgoglio, nel poter vedere questi giovani, dopo tanti anni di cammino, arrivare finalmente alla meta.  Fra Alfred, originario di un piccolissimo villaggio nel nord del Centrafrica, arrivò in convento con la sua vecchia bicicletta scassata e senza freni. E non si fermò più, nonostante alcune difficoltà negli studi, fino a diventare finalmente sacerdote. Fra Rufin, invece, è il primo carmelitano di Bossemptelé. Padre Niccolò, fondatore della missione, lo battezzò appena nato. Le suore della missione, intuendo profeticamente le buone disposizioni del bambino, lo accolsero nella loro scuola: unico maschio in una classe di sole femmine. Poi Rufin entrò in Seminario e percorse tutto il cammino di formazione. Come è vero che c’è chi semina – senza vedere i frutti del proprio lavoro –, chi innaffia con fiducia, chi pota con pazienza e chi raccoglie con gioia e riconoscenza! Certo non avrei potuto immaginare che un giorno avrei avuto l’onore di accogliere nelle mie mani – nella situazione non prevista di Provinciale – l’impegno definitivo di fra Rufin nell’Ordine del Carmelo.

E siccome la famiglia cresce, anche la costruzione del nuovo convento procede a buon ritmo grazie al contributo di tante persone: i cinquantacinque operai dell’impresa Le Prevost, Sylvie, Zowé, Révocat, l’architetto Giovanni, i miei confratelli padre Aurelio, padre Mesmin e padre Cyriaque, che mi ha sostituito al Carmel. In questi ultimi mesi si sono aggiunti alcuni volontari italiani: Enrico, Alessio, Mario, Giovanni, Maurizio. Grazie alla loro generosità e alla loro competenza stiamo per terminare questa grande opera. Gli ambienti del secondo piano sono stati completati e siamo già arrivati al tetto. Sono state installate le vetrate della cappellina (opera di padre Aurelio) e sono stati costruiti ben 48 archi di mattoni nelle verande del primo piano e all’ingresso. È in corso l’installazione dell’impianto elettrico e idraulico, delle porte, delle finestre e delle inferriate. Nei prossimi mesi inizierà la posa dei sanitari, dei pavimenti, dei soffitti in legno, la tinteggiatura e lo scavo dei canali di scolo. Anche se è noto che le rifiniture richiedono molto tempo e molta pazienza, possiamo dire che iniziamo a vedere il traguardo all’orizzonte. L’opera non è ancora terminata, e occorrerà arredare tutti gli ambienti, ma contiamo di poter inaugurare il nuovo convento nel corso del prossimo anno. Poi ci attende un’altra avventura: la costruzione della foresteria e della chiesa. 

Sicuramente, quando il 16 luglio 2021 avevamo posato la prima pietra, non potevamo immaginare cosa avrebbe comportato la gestione di un cantiere così importante. Se non sono mancati ostacoli e imprevisti di diverso tipo – sia tecnici che economici – dobbiamo veramente ringraziare il Signore per averci sostenuti fin qui. Mi sia permesso di ringraziare ancora una volta il nostro Ordine, le nostre consorelle di clausura, alcuni organismi e tanti benefattori che ci hanno aiutato con generosità e fiducia nei nostri confronti. La realizzazione di questa grande impresa non sarebbe stata possibile senza il vostro aiuto. Anche chi ha potuto dare poco – fosse anche per un solo mattone, una carriola di sabbia o un sacco di cemento – può legittimamente ritenere di aver collaborato alla costruzione di questo grande convento.

Buon Natale!

Padre Federico

Se volete offrire un contributo per la costruzione del nuovo convento, della foresteria o della nuova chiesa potete fare:

1) Un bonifico bancario a MISSIONI CARMELITANE LIGURI usando l'IBAN: IT42D0503431830000000010043 (CODICE SWIFT per un bonifico dall’estero: BAPPIT21501).

2) Un versamento tramite Conto Corrente Postale n. 43276344 intestato a AMICIZIA MISSIONARIA ONLUS.

NB: Indicate nella causale: NUOVO CONVENTO E NUOVA CHIESA CARMEL DI BANGUI

Più informazioni sul sito www.amiciziamissionaria.it






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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi