AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

giovedì 29 giugno 2023

New National Anthem of Niger (2023) - "L'Honneur de la Patrie" di P. MAURO ARMANINO



  L’onore della patria diventa l’inno della Repubblica del Niger
Il precedente si chiamava La Nigerienne ed era considerato come l‘inno nazionale’. Gli anni dell’indipendenza avanzano e il prossimo 3 agosto saranno 63, più della speranza di vita dei cittadini, che si attesta sui 58, donne comprese. L’Assemblea Nazionale, qualche giorno fa, ha ratificato la scelta del nuovo inno che sostituisce ciò che cantavano i bimbi a scuola, prima degli avvenimenti sportivi e nelle molteplici occasioni ufficiali. L’inno soppresso era stato scritto nel 1961 da un compositore francese di nome Maurice Albert Thiriet e sembrava inadatto a rappresentare quanto il Paese ha nel frattempo vissuto.
Lo ricordava lo scrittore inglese George Orwell nella sua opera più conosciuta, 1984. ‘Chi ha il potere sul presente ha il potere sul passato e chi ha il potere sul passato ha il potere sul futuro’. L’idea del nuovo inno, infatti, scaturisce dal malessere di una post indipendenza che l’inno non aveva saputo intravvedere, marcato com’era dallo spirito del tempo. Il testo parlava infatti di ‘fierezza e riconoscenza per la nuova libertà’ come se essa fosse stata il frutto di un prodigo dono del potere coloniale. In un contesto nel quale si sente con una certa insofferenza la presenza del ‘padre-padrone’ francese ciò è apparso inaccettabile.
Il cammino della Repubblica nel contesto di insicurezza generalizzata dei Paesi limitrofi e all’interno del Paese stesso ha spinto i legislatori a creare una commissione che rivedesse testo e musica dell’inno classico per modellarlo sulle nuove sensibilità. Non casualmente, dunque, il testo in questione parla di fratelli e sorelle come figli di una stessa Patria che, per l’onore della stessa, incarnano la forza, la perseveranza e tutte le virtù degli antenati, guerrieri intrepidi, determinati e fieri. La difesa della Patria al prezzo del sangue perché il Niger diventi un simbolo di dignità, come un emblema dell’Africa che cresce.
L’inno termina con l’invito accorato a portare in alto la bandiera del Paese perché sotto il cielo dell’Africa e altrove si costruisca assieme un mondo di giustizia, di pace e di progresso. Allora il Niger, Paese di pace, libero, forte e unito sarà la fierezza dell’Africa. Proprio in questo, secondo gli autori del testo, consiste l’onore della Patria, che offre il titolo all’inno della Repubblica. Una Repubblica fondata sull’onore dovuto ai propri cittadini a cominciare da coloro che ancora non hanno scoperto di esserlo. L’inno nazionale si è dunque trasformato in ‘Inno della Repubblica’ e dunque in un’entità che si vuole fondata sulla sovranità.
Quest’ultima, come dappertutto, è latitante perché confiscata, espropriata o svenduta molto spesso proprio da coloro che avrebbero potuto e dovuto garantirla. La classe politica e quella intellettuale, oltre che quella dei Grandi Commercianti del Sistema di spoliazione e spossesso che ne sono, in realtà, i principali fautori e complici. L’onore, la dignità e la sovranità non sono separabili e costituiscono, assieme, la ragione d’essere della Repubblica in quanto ambito nel quale il bene dei deboli e dei poveri sia salvaguardato e promosso. L’onore della Patria implica il riconoscimento effettivo e, dunque politico, dell’onore riservato a coloro ai quali è stato finora negato. Quando anche i figli dei poveri saranno sovrani e rispettati cittadini della Repubblica, allora l’inno potrà essere cantato senza vergogna.


Mauro Armanino, Niamey, 2 luglio 2023

lunedì 26 giugno 2023

Quel che fanno a Niamey - Niger - per offrire un diploma professionale alle donne


Foyer professionale gestito dalle suore di Nostra Signora degli Apostoli, ramo della SMA a Niamey - Niger - foto inviate da Padre Mauro Armanino.






sabato 24 giugno 2023

Perché chiamiamo Eid al - Adha, Tabaski nell'Africa Nera? editoriale


Perché chiamiamo Eid al-Adha, Tabaski nell'Africa nera?

Il Eid al-Adha (in arabo عيد الأضحى, "festa del sacrificio") o Aīd al-Kabīr (العيد الكبير "la grande festa" in contrapposizione a Eid al-Fitr chiamato eid el-seghir, o piccolo eid), è la festa più importante dell'Islam. Lei è chiamata Tabaski nei paesi dell'Africa occidentale e centrale (Ciad, Camerun) con una grande comunità musulmana. Si svolge il 10 del mese di dhou al-hijja, l'ultimo mese del calendario musulmano, dopo waqfat Arafao stazione sul monte Arafat e segna ogni anno la fine del hajj.

ilEid el-Kebir è chiamato il Tabaski in Senegal e negli altri paesi dell'Africa occidentale francofona (Guinea, Mali, Costa d'Avorio, Benin, Burkina Faso, Togo, Niger, Camerun) e ad esempio in Nigeria. Nel Nord Africa si chiama Tafaska tra la tradizione del Maghreb Amazigh mentre gli altri berberi, in arabo, usano il nome arabo. In Turchia, è chiamato Festa del sacrificio e nei Balcani, Kurban Bajram.

In francese si usa anche il termine festa delle pecore.

Ma è la parola Tabaski, mutuata dai Wolof, ad avere maggior successo nei paesi dell'area sudanese-saheliana, dal Senegal al Ciad, passando per Mali, Burkina e Niger. Il che non sorprende se si sa che i Wolof adottarono l'Islam nell'XI secolo e che il Senegal, beniamino della colonizzazione francese, è stato il punto di riferimento della regione per diversi secoli. 

L'Islam, come in molti altri luoghi, si è adattato alle circostanze locali. La struttura altamente gerarchica delle confraternite e il peso dei marabout sono quindi un riflesso della società tradizionale di Wolof. Questo fenomeno di acclimatazione è molto chiaro a livello lessicale. In Senegal, i festival hanno i nomi di Wolof e il calendario islamico è stato completamente "Wolofized" Origine negro-egiziana della parola Tabaski / Tafaska / Pasqua, conservata nel giudaismo, nel cristianesimo e quindi nell'islam:

Secondo l'articolo di Dominique Mataillet dal sito web Jeune Afrique: "

Per tornare a Tabaski, gli storici concordano nel confrontare questa parola con tifeski, il nome della primavera in Mauritania. Secondo un autore molto serio, il professor Raymond Mauny, che ha ricoperto una delle prime cattedre nella storia dell'Africa in Francia, la parola tabaski proviene da berbero che conferma il riavvicinamento con la Mauritania, poiché i Mori sono essenzialmente Tuareg arabizzato dove sarebbe stato ispirato dal latino pasqua, "pasqua", esso stesso dall'ebraico pesakh. Questo ci ricorda che una parte dei berberi è rimasta a lungo fedele alla religione ebraica.

La spiegazione sarebbe ancora più lunga, ma mi fermo qui. 


TIRANNIE SENZA TIRANNI: UNO SGUARDO AL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO

 


Tirannie senza tiranni: uno sguardo dal Sahel


La settimana prossima qui si festeggia la Tabaski o la festa del capro. Le strade più frequentate già si ornano di inconsapevoli montoni che saranno sgozzati, ripuliti, messi allo spiedo per la cottura e infine consumati in famiglia. L’atto del sacrificio si vuole come memoriale di quello di Abramo sul figlio Isacco (o Ismaele secondo il Corano), infine sostituito, appunto, da un capro. Solo che oggi, ad essere sacrificato, è il popolo dei poveri.



Tiziano Vecellio: sacrificio di Isacco

 Sono spesso i contadini assediati dai gruppi armati in nome di Dio, i migranti e rifugiati, condannati ad errare da un luogo all’altro perché osteggiati, respinti, deportati o semplicemente cancellati dalla sabbia. Oppure i carcerati ammassati a decine nelle prigioni, gli ammalati senza poter pagare le ricette o il posto letto e i giovani coi bambini scippati del futuro. Questi e altri sono sacrificati dalle politiche che privilegiano i commercianti, i faccendieri di ogni sorta e le persone in simbiosi col potere. Sacrificati nelle statistiche delle ‘macroeconomie’ che ci si ostina a mostrare come segno della crescita del Paese.  Sacrificati al saccheggio delle materie prime, dal commercio di armi, droga e persone. Capri d’oggi che si comprano sulle strade e il cui prezzo si negozia a seconda del peso e le dimensioni dell’animale.
C’è stata un’epoca nella quale identificare il tiranno sembrava facile. Lo si vedeva da vicino e aveva il volto del latifondista, del truffatore inveterato, del politico di circostanza o del dittatore i cui slogan erano stampati o disegnati sui muri dei paesi e delle città. C’erano personaggi ben noti per i quali incollare un nome e un indirizzo era ancora possibile. Il male sembrava circoscritto, localizzato e il cambiamento relativamente facile: abbattere il tiranno perché il mondo riprenda il suo corso abituale. Accadeva spesso, peraltro, che ad un tiranno ne seguisse un altro oppure che il mondo tanto agognato rassomigliava paurosamente a quello appena abbattuto.
 Oggi tutto sembra più difficile perché alla tirannia non corrispondono più i volti o i nomi ma un sistema. Sembrano come tirannie senza tiranni che funzionano perché hanno imparato a memoria i meccanismi di funzionamento della dominazione globale. Vero, sappiamo i nomi delle famiglie e delle banche di notazione che incarnano il potere finanziario. Le sedi dei ‘think-tank’ che governano il pensiero le scelte dei politici. La strategia delle multinazionali delle armi che convincono alla calma i più riottosi. Conosciamo bene le scuole e le università dove si sono formati e i gruppi di potere a cui appartengono per regnare. Potremmo persino citare i luoghi dove passano le vacanze e il tipo di Dio che credono di tenere in ostaggio per garantirsi la tranquillità dell’anima.
In fondo sono gli stessi che sacrificano i poveri del loro popolo come si fa coi capri della festa prossima ventura. La tirannia non ha più bisogno di tiranni solo perché essi, da tempo, si sono bene accomodati dentro di noi. Il primo passo per riconoscerli e buttarli fuori sarà quello di riassaporare l’amaro gusto della libertà e camminare insieme nel deserto come mendicanti di verità.

         Mauro Armanino, Niamey, 25 giugno 2023

Ndr: Nel prossimo articolo pubblicherò un testo che chiarisce il significato del termine Tabaski.

sabato 17 giugno 2023

PER POI MORIRE A NIAMEY di Padre MAURO ARMANINO (Con nota del redattore)

 


Per poi morire a Niamey

John è morto all’età di 19 anni di tubercolosi nel campo di Hamdallaye. Appena quattordicenne aveva abbandonato il Sudan del Sud perché, dalla sua nascita, non aveva conosciuto nient’altro che la guerra. Voleva un mondo che non aveva mai visto prima e del quale le immagini lo seducevano per scappare lontano. Raggiunta infine la Libia, con altri compagni di viaggio, non ha potuto evitare di essere imprigionato e ridotto in schiavitù nei campi di detenzione libici che l’Europa finanzia. Ivi diventa maggiorenne finché, per accordi umanitari, arriva a Niamey e soggiorna per un paio di settimane nel campo di transito per i rifugiati. Il villaggio che ospita il campo si chiama Hamdallaye, nome arabo che significa ‘ Lode a Dio’e si trova a una trentina di kilometri dalla capitale. Affetto di tubercolosi soccombe alla malattia nel campo di transito che lo ha accolto per il viaggio definitivo nel cimitero cristiano di Niamey. La tomba è stata scavata il mattino stesso della sepoltura che si è celebrata alla presenza di alcuni compagni di viaggio e vari operatori dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Il feretro semplice ed essenziale, con quattro piccole maniglie, e poi la terra a coprire il corpo di John, nome che vuol dire ‘Dono di Dio’.

Questo venerdì mattina, giorno della sepoltura, a Niamey era sereno dopo la pioggia dei giorni scorsi, attesa e temuta come accade nel Sahel. Accanto al feretro di John, nell’atrio adibito per le preghiere prima della sepoltura, stavano in silenzio alcuni eritrei, sudanesi e originari del Camerun che lo hanno accolto per i pochi giorni di vita che gli rimanevano. Era arrivato ammalato per le condizioni di vita disumane nei campi di detenzione in Libia. Prima che l’assistenza medica potesse intervenire John è partito altrove onde raggiungere l’unica patria che non ha territorio, bandiera o esercito che difenda le frontiere. Dal Sudan del Sud, ultimo nato nel consesso dei popoli per la secessione dal Grande Sudan, John ha terminato l’esodo nel Niger. La sabbia del cimitero cristiano di Niamey l’ha accolto senza fare distinzioni, discriminazioni o differenze. La tomba vuota è stata riempita dal feretro e poi dalla sabbia ancora fresca perché scavata di prima mattina da due volontari. Il canto a voce sommessa di un eritreo ha dato il tono alla semplice preghiera di commiato. Da una patria abbandonata per la guerra all’altra senza documenti di viaggio perché nascosta da qualche parte agli occhi profani dei potenti che fanno le guerre. 

La sua famiglia è stata informata dell’ultimo viaggio di John, partito in fretta senza prima conoscere la destinazione del viaggio.



     Mauro Armanino, Niamey, 16 giugno 2023

Ndr: L'eterno riposo dona a lui o Signore, e splenda a lui la luce perpetua, riposi in pace. Amen

Che sia eterno riposo anche per tutti i migranti annegati nel Mediterraneo vicino alla Grecia. Dicono che il peschereccio su cui viaggiavano portasse dai 600 ai 750 migranti. Non so come potessero starci tutti, e un centinaio di bambini erano stipati nella stiva del natante. Solo poco più di un centinaio di persone sono state portate in salvo. 

Da ANSA: 

Passano le ore e il mare non restituisce altri corpi dopo i primi 78 riportati mestamente sul molo di Kalamata mercoledì. Ma il naufragio a Pylos, nel sud del Peloponneso, è ormai destinato ad entrare nella storia come una delle peggiori tragedie di migranti nel Mediterraneo con un bilancio che rischia di registrare "fino a 600 morti", molti dei quali non saranno mai ritrovati. E a diventare una vera e propria strage di bambini. Ce n'erano "almeno 100 chiusi nella stiva", raccontano i superstiti ai medici e ai volontari che li assistono. "Secondo le testimonianze, al momento dell'incidente molte donne e bambini stavano dormendo", Ha dichiarato Christina Nikolaidou, responsabile della comunicazione dell'Oim Grecia.

Il peschereccio Adriana naufragato, secondo i soccorritori è partito vuoto dall'Egitto, si è fermato nel porto libico di Tobruk per caricare i migranti e poi ha proseguito la sua rotta verso l'Italia.

Che Dio li accolga nella sua Gloria!

sabato 10 giugno 2023

LE VITE BRUCIATE DEL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO

Harraga - dipinto di Khetib  Sid Tlemcen

Le vite bruciate del Sahel

Li hanno trovati carbonizzati a qualche chilometro da Madama, nel deserto nigerino che lambisce quello della Libia. Sei migranti che l’incendio del veicolo che li trasportava ha ridotto in cenere e che i militari nigerini, accorsi sul posto, non hanno potuto identificare. Poco lontano dai resti giacevano, feriti dalle fiamme di un altro veicolo, altri dieci migranti. Vite bruciate di giovani che la saggia follia del miraggio di un futuro altro, ha buttato lontano dalle piste conosciute dagli autisti delle camionette. Questi giovani bruciati sono metafore di quanto, da troppo tempo ormai, accade nel Sahel e nel Continente.

In Algeria li chiamano gli ‘Harraga’ che, nell’arabo maghrebino, significa ‘coloro che bruciano’ (i propri documenti). Si tratta di giovani adulti che, in assenza di prospettive d’avvenire, sono spinti ad abbandonare l’Algeria con tutti i mezzi possibili, spesso con imbarcazioni di fortuna. La costa spagnola dista a circa 200 kilometri dalla costa algerina e sono in tanti ad aver tentato il viaggio della vita che non raramente, porta alla morte. Lo stesso nome è ripreso in Tunisia che, vista la cronica instabilità della Libia, sembra essere diventata il più importante luogo di partenza per i migranti che ‘bruciano i documenti’, gli Harraga.

Tunisini, algerini, senegalesi, guineani, maliani e rifugiati dalle guerre del Corno d’Africa, il Sudan, il Congo Democratico e altri Paesi, bruciano per andare altrove. Troppo spesso, infatti, si sentono intrappolati da stati autocratici nei quali la censura, la miseria e la disoccupazione spingono i giovani a rincorrere un futuro confiscato per sempre. Molti scelgono la lotta col mare, col deserto e soprattutto col destino che altri hanno firmato per loro. C’è un crescente senso di disperazione che, come un vento impetuoso, porta lontano, sempre più lontano le speranze. C’è chi brucia dentro per inseguire il desiderio di vivere, c’è chi brucia i documenti e chi, come accaduto la settimana scorsa, brucia nel deserto. 

Pazzi, profeti, esagerati, irresponsabili o forse semplicemente giovani con la fiamma che brucia frontiere, documenti, permessi di transito e leggi che dovrebbero proteggerli. Nel passato erano i militari che, in buon ordine, scortavano i migranti in Libia perché potessero lavorare il tempo necessario per aiutare la famiglia in patria. Arrivarono le leggi, le frontiere di esportazione nuove di zecca, con l’incriminazione e l’arresto degli autisti e di quanti favorivano la migrazione. Il risultato, ancora parziale, sono centinaia di morti nel deserto (528 persone in un trimestre, secondo un recente rapporto dell’Organizzazione Internazione per le Migrazioni, OIM). D’altronde l’organizzazione ‘Border Forensic’, in un documento pubblicato il mese scorso, indica che i migranti, su piste isolate, hanno scarse possibilità di sopravvivenza nella traversata del deserto.  

Ritorna in mente lo scritto di un poeta turco di nome Nazim Hikmet…’Che io bruci/ che cenere io diventi/ come Kerem/ se io non…/ se noi non bruciamo/ come le tenebre diventeranno luce’?

Nazim Hikmet 

                  Mauro Armanino, Niamey, giugno 2023



giovedì 8 giugno 2023

È TEMPO ...DI ATTESA : monastero di San Benedetto - MILANO



Ringrazio l'amica ALESSANDRA GIUSTI  LÉVÊQUE

dell'invio della locandina

per chi abita a Milano o vicinanze, è un'occasione per partecipare
 a questo incontro spirituale


BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi