AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

sabato 18 febbraio 2023

Ciclo sul doppio compleanno di P. Carmelo (97) e P. Nicola (79)., Auguri ai due padri Carmelitani!



DOPPIO COMPLEANNO: P. CARMELO E P. NICOLA   119.669

(18 e 19 febbraio)

A volte mi par proprio che il poeta

abbia la stessa sorte del profeta:

per gli altri poetar senza che mai

nessuno poi lo degni d’un sonetto.

Sai che ti dico, caro Carmelino?

Quasi centottant’anni noi facciamo

insieme! Alla reciproca salute

brindiamo, scodellando questi versi!

Seppi ricuperare questa foto,

che ci ritrae insieme con Bernardo

ad Oita: che festoso compleanno,

l’ultimo celebrato là in missione!

Facciamoci un pittorico regalo.

Ho scelto belle immagini mariane.

Cantiamo giubilanti alla Madonna

finché calchiamo i piedi ancor quaggiù!

(Legnano 17-2-2023), Padre Nicola Galeno


MADONNA CON BAMBINO, S. GIOVANNI BATTISTA, 

S. ANTONIO ABATE E S. CATERINA D’ALESSANDRIA  119.670

 (Michelino da Besozzo)

Vergine, pare il Bimbo titubante

nell’infilare l’anello nuziale

nel dito della giovin Caterina.


Certo saprai un giorno a lui spiegare

quanto d’Amor bruciasse per Iddio.

Voleva il sangue sparger per il Figlio! 


 ANNUNCIAZIONE   119.671

(Vincenzo Foppa)

Arcangelo, ti sembra di sentire

scemare la fragranza dei tuoi gigli

dinanzi a questa Vergine, che grazie

al sommo suo candore dall’Eterno

prescelta fu qual Madre del Messia! 



L’ADORAZIONE DEI PASTORI  119.672

(Maestro delle Ore Landriani)

Vergine, ti stupisci che il Bimbetto

par voglia suggerirti col ditino

il punto assai preciso dove brama

il primo bacio della dolce Mamma!


MADONNA CON BAMBINO E S. DOROTEA E CATERINA  119.673
 
(Maestro della Natività Gualino)

Il Bimbo forse brama di potere
presto imitare i tanto riverenti
Angioletti, valenti suonatori.
Vorrebbe prima unirsi alla sua Mamma,
che sempre sa in quel Libro sprofondarsi
per elevare lodi al sommo Iddio



MADONNA COL BAMBINO ED ANGELI MUSICANTI  119.674
 
(Benedetto Bembo)

Vergine, sa lo sguardo penetrante
sempre intuire quanto il Pargoletto
si chiede con frequenza: “Gli altri bimbi
hanno anche loro Mamme così belle
e buone che si sanno circondare
d’Angeli estremamente riverenti?”.
 
     

          PARTICOLARE: ANGELI MUSICANTI   119.675

(Benedetto Bembo)

Angeli, siete sempre sì gentili.
Non è che voi vogliate un posticino
cedere a me nel Coro celestiale?
Sempre bramai d’unire la mia voce
alla sublime lode per Maria!


MADONNA COL BAMBINO  ED ANGELI MUSICANTI  119.676
 
(Maestro della Madonna Cagnola)

Il Bimbo pensa sempre: “Debbo proprio
ricredermi. Davvero il Paradiso
esistere sa pure sulla terra,
se quando sono in braccio alla mia Mamma
gli Angeli sanno farle concertini!”.

(Legnano 17-2-2023), Padre Nicola Galeno



AUGURI AUGURI AUGURI

  

Come liberare la pace nel Sahel, istruzioni per l'uso - di P. MAURO ARMANINO



 Padre Pierluigi Maccalli e sotto con Padre Mauro Armanino

Come liberare la pace nel Sahel, 
istruzioni per l’uso

L’amico Pierluigi Maccalli, ostaggio per più di due anni nel deserto, è stato per tanto tempo incatenato dai suoi rapitori. Attaccato come si fa coi cani e coi prigionieri perché non fuggano dalla prigionia, aveva pochi metri di spazio. Proprio a lui, da sempre artigiano di pace nel suo cammino umano e missionario, è toccato in sorte di fare l’esperienza della violenza. In quella circostanza, nelle fredde notti sotto le stelle ancora più luminose del deserto, avrebbe confessato di avere scoperto la libertà. Da allora Pierluigi, nel suo Paese e altrove, condivide, a chi l’ascolta e legge i suoi scritti, una testimonianza di pace. Lui, innocente ostaggio della violenza armata in nome di un dio camuffato da giustiziere, ha trasformato le catene in libertà.
Nel Sahel, altrove in Africa e in Europa, non si fa che parlare di armi, munizioni, militari, tattiche e strategie per ‘neutralizzare’ il nemico. Pure noi in Niger, nel nostro piccolo, possediamo aerei, droni, basi militari, soldati e cimiteri in abbondanza. Non mancano gli investimenti per il settore della difesa e non mancano neppure, nella stessa capitale, le classi fatte di paglia che ogni anno riducono in cenere alunni e strutture. I gruppi armati di dio, dei soldi, dei commerci e soprattutto dei propri interessi, non sono che pedine, vittime anch’essi delle forze del male. Esse, le forze schiave del male, operano in modo aperto e misurabile e assieme occulto, perché indefinito negli effetti poco prevedibili. Di tutto ciò la corsa al riarmo è il segno.
I numeri dell’Istituto Internazionale della Ricerca sulla Pace di Stoccolma, evidenziano che l’anno scorso è stato marcato da una spesa militare senza precedenti, di 2.100 miliardi di dollari. Il business della guerra è generato dai conflitti armati, le scelte militariste dei paesi belligeranti o cobelligeranti, impegnati a rifornire gli eserciti sul campo. Si prepara poi il business della ricostruzione e i diversi paradisi umanitari con, sullo sfondo, l’industria bellica al comando della politica che si nutre della vita di migliaia di esseri umani. Finché il detto latino anonimo assicura che ’ per volere la pace occorre preparare la guerra’ non sarà messo nelle pattumiere della storia, non usciremo dalla logica della spirale della violenza, di cui anche Dio è vittima.
Ecco perché è da prendere sul serio l’invito accorato dell’amico Pierluigi a ‘liberare la pace’. Nelle politiche, nelle religioni, nell’economia, nelle relazioni e soprattutto nello spirito umano, occorre ‘ripudiare’ la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Disarmare e soprattutto dis-armarsi nel pensiero, nelle parole, nelle scelte e nello sguardo, per liberare la pace, incatenata dalla menzogna e la paura dell’altro.

                                                                                             
Mauro Armanino, Niamey, 19 febbraio 2023


venerdì 17 febbraio 2023

IN MEMORIA DI SUOR M. IGINIA DI GESU'






Breve profilo biografico di 

Suor M. Iginia di Gesù

de Angelis Clara

nata a Genova il 26 febbraio 1940

deceduta a Torino - Casa Generalizia - il 16 febbraio 2023


"Alla mia morte, nella circolare, desidererei fosse scritto: Con il passare degli anni ho capito sempre più che la mia vita è continuamente stata posseduta da Gesù”…

Volentieri esaudiamo il suo desiderio, perché davvero Suor Iginia ha ‘scoperto’ ma ha anche lasciato che la sua vita diventasse sempre più DI GESÙ, come S. Teresa. 

Dopo la brutta caduta del 27 gennaio scorso, quando la spalla fratturata le faceva molto male, l’abbiamo sentita ripetere con convinzione: “Ho tanto male, ma… va bene così. Lo dico al Padre: va bene così!”. Nel momento della prova, la coerenza con il “sì” della sua consacrazione non è venuta meno.

Clara è cresciuta a Firenze con mamma Iginia. Ma quando aveva 16 anni, in seguito alla morte della mamma, è tornata a Genova con i nonni paterni. Qui ha conosciuto l’Azione Cattolica e ha cominciato un serio percorso spirituale che l’ha portata alla decisione della consacrazione, scegliendo di proposito un Istituto missionario. Per entrare in convento, a 21 anni, ha dovuto ‘combattere’ la contrarietà dei familiari, soprattutto del nonno, ma il coraggio non le è mai mancato!

Dopo la Professione, nel 1964, viene avviata allo studio universitario, consegue la laurea in Matematica, studia Francese per qualche mese ad Annecy e a Parigi e il 16 aprile 1969 può finalmente partire per il Madagascar, dove insegna nella scuola professionale di Ilanivato. Nel 1971 rientra in Ita-lia e per tre anni insegna a Milano. Il 17 ottobre 1974 parte con tre consorelle per fondare la Missione in Repubblica Centrafricana, a Baoro: è la prima Superiora della nuova comunità. 

Nel 1979 rientra in Italia, a Torino, e dà lezioni alle allieve infermiere di Villa Pia. 

Nel 1981 è inviata a Milano come insegnante di matematica nella scuola media, ma l’anno seguente è nominata segretaria generale della Congregazione e torna a Torino per un sessennio.

Nel 1988 è nuovamente a Milano: consigliera generale, superiora della comunità e insegnante, poi preside della scuola media. Fra il 1992 e il 1994 trascorre alcuni periodi in Rep. Centrafricana, fino a quando un brutto incidente la segna nel fisico e non le permette più di fare la ‘pendolare’. Durante il lungo periodo trascorso a Milano, lascia una traccia profonda nella vita delle allieve, delle oratoriane e delle loro famiglie, che segue nella loro crescita umana e spirituale. 

Nel 2005 è nominata economa del Noviziato di Torino. Nel 2007 è trasferita nell’infermeria della Casa Generalizia: ha 67 anni, non sono molti, ma il suo fisico è logorato, soprattutto a livello polmonare. Nonostante i problemi di salute e l’indebolimento progressivo della vista, collabora fino al 2016 con l’Economato generale, lavorando al computer con grande forza di volontà e dedizione.

Lo scritto con cui si è aperta questa circolare, continua: “la vita religiosa è bella e seguire il Signore riempie il cuore di gioia. Ora, alla fine della vita, penso non a quanto io ho donato, ma riconosco che è il Signore che ha agito. … il Signore è troppo grande, è sempre arrivato al momento giusto. Non mi è sempre stato facile sorridere, ma dentro sono felice e piena di gioia”.

Suor M. Iginia è mancata questa notte, all’1.45. Ringraziando il Signore per la sua testimonianza di grande amore per il Signore e per la vita comunitaria, pregheremo per lei il S. Rosario venerdì 17 alle ore 16.00. Il funerale sarà celebrato sabato 18 febbraio, alle ore 10.00, in Casa Generalizia. Suor Iginia sarà tumulata nel Cimitero monumentale di Torino. 

Torino, 16 febbraio 2023




martedì 14 febbraio 2023

L'URLO - trailer del film

VITA DI TERESA - LA "PICCOLA VIA" - quinta conferenza di P. CLAUDIO TRUZZI OCD


LA “PICCOLA VIA”

1 – Teresa e il Vangelo

Teresa, non ricevette mai una formazione teologica, a prescindere dal solito contesto di pietà e di libri di devozione proprie del tempo e dell’ambiente claustrale di allora.

Diremo semplicemente con la Santa stessa che: 

«Solo Gesù mi ha dato lezione. Non è stato un libro o una teologia ad istruirmi...».

Con un sorriso un po' birichino confesserà in una lettera: 

«Quando leggo certi trattati spirituali... il mio povero spirito è ben presto affaticato. Chiudo il dotto libro che mi spacca la testa e mi secca il cuore, e apro la Sacra Scrittura. Basta una sola parola perché scopra al mio animo orizzonti infiniti e la perfezione mi sembra facile». 

È soprattutto il Vangelo a costituire la bussola, il compagno fedele di viaggio: 

«Mi occupa durante la preghiera, trovandovi tutto quanto è necessario alla mia povera anima. Vi scopro continuamente luci nuove, significati nascosti e misteriosi». (A, 236)

Da tener presente che la presenza evangelica nella vita interiore di Teresa di Lisieux non si manifesta tanto sul piano di una conoscenza a livello conoscitivo. 

È piuttosto un "sapere Christum", un '"assaporare Cristo", così che il “gusto” di Lui entra in lei e diventa il sostegno e la strada del camminare spirituale. Afferma la giovane e non letterata monaca di clausura: 

«Mi basta anche un solo sguardo al Vangelo e subito respiro i profumi della vita di Gesù, subito so da quale parte correre». (C - 339)

Se poi vogliamo chiederci anche come i contenuti evangelici entrino nella sua vita, si deve riconoscere per lei una illuminazione interiore dello Spirito, che le fa leggere i testi con la “comprensione del cuore”, come afferma il Signore stesso nel Vangelo (Mt. 13,15). Una lezione, diremmo oggi, non teorica ma pratica, di un incontro “io-tu” con il Signore: intimo, profondo, silenzioso, personale, che tutto regola ed assorbe secondo una verità e certezza che è propria del Vangelo. Scrive Teresa: 

«Gesù non ha bisogno né di libri né di maestri per istruire le anime; egli, il maestro dei maestri, insegna senza il rumore delle parole... 

Non l'ho mai sentito parlare, ma io sento che Lui è in me, ogni momento. 

Egli mi guida e m’ispira ciò che devo fare o dire. Proprio quando ne ho bisogno, io scopro delle verità che prima non avevo mai compreso». (A-236)

Certo: Teresa ha ben letto qualcosa d'altro e ha sentito ed interpellato diversi “maestri spirituali”, oltre alla Sacra Scrittura! Ma quanto più l'incontro con il Signore diventa dimensione profonda ed esperienza personale, tanto più la letteratura, la scienza umana si allontana e perde ogni significato: 

«Quante luci ho trovate nelle opere del nostro Padre, san Giovanni della Croce! 

All'età di diciassette e diciotto anni non avevo altro nutrimento spirituale, ma più tardi tutti i libri mi lasciarono nell'aridità, e sono ancora in questa condizione...». (A-236) 

Non è disprezzo o noncuranza dell'umana scienza, ma esperienza d’una sapienza comunicata da un "Maestro interiore", Gesù. 

«Senza mostrarsi, senza far sentire la propria voce, Gesù mi istruisce segretamente, non attraverso i libri, poiché io non capisco ciò che leggo» (B-241). 

«Io capisco e so per esperienza che il regno di Dio è dentro di noi». (A-236))

•• Questo è il Maestro; e l'alunna Teresa? 

L'alunna Teresa Martin si considerava piccola, debole, povera di risorse. 

Si tratterà allora di trovare un sistema, un metodo, una via che permetta a lei, piccola, debole, povera, di entrare in rapporto, in sintonia con un tale maestro! 

Ecco qui che si apre e si delinea la “sua” via, una via "nuova", la via della “piccolezza”!

LA “NUOVA” VIA ALLA SANTITÀ

L’ “Ascensore” 

È sempre più che mai decisa a "diventare una grande santa", Teresa!  

Ma pur non trovando in se stessa la forza di giungervi, lei non rinuncia affatto a tale ideale.

Il termine “impossibile” pare a lei sconosciuto; il desiderio di soffrire [come se la sofferenza rappresentasse la più totale possibilità di donazione] le appare la strada adeguata. La santità, in definitiva, sembra dipendere tutta dalla sua capacità di sofferenza… 

Ma – ecco il problema! – Teresa si ritrova riportata coi piedi a terra, all'esperienza dell'impotenza. Tanto da giungere ad affermare il contrario del suo grande ideale giovanile: 

«lo non sono una santa. Non ho mai compiuto le azioni dei santi» .

L'apparente contraddizione tra il suo impegno costante e quest'esperienza di debolezza sta nel fatto che Teresa va radicalmente cambiando il modello di santità. 

La giovane entusiasta, “incrollabile”, capisce che non può farcela da sola se non falsando le cose... Ma 

«Invece di scoraggiarmi, mi son detta: “Il buon Dio non può ispirare desideri inattuabili, perciò posso, nonostante la mia piccolezza, aspirare alla santità. 

Diventare più grande mi è impossibile: debbo sopportarmi tale quale sono con tutte le mie imperfezioni. Nondimeno voglio cercare il mezzo di andare in Cielo per una via ben diritta, molto breve, una piccola via tutta nuova"». (C-271)

– Teresa ha sperimentato nel cammino spirituale diverse tappe: il desiderio forte della santità, la consapevolezza della povertà spirituale, il tentativo inadeguato dell'amore operoso. Ma simile cammino non potrà condurla ad amare Dio in modo adeguato! È una strada chiusa.

E allora lei ne cerca un'altra! È la stessa Teresa “bambina cocciuta!”.

Si rivolge alle Scritture per trovare una risposta, un “ascensore” che, elevandola “fino a Gesù”, la dispensi di «salire la rude scala della perfezione». La soccorre il Vecchio Testamento. Ha la gioia di scoprire nei Proverbi (IX, 4) queste parole: “Chi è molto piccolo venga a me”; e di apprendere da Isaia (LXVI, 13-12) quel che Dio prepara al piccolissimo che va da Lui: "Come una madre accarezza il suo bambino, così io vi consolerò, vi porterò sul seno e vi cullerò sulle ginocchia".

Ha trovato ciò che cercava. Interrompe la ricerca! E la conclusione sgorga immediata. 

«L'ascensore che mi dovrà far salire fino al Cielo, sono le vostre braccia, o Gesù! (C- 271). 

Non è necessario “crescere”; al contrario «bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più».  (ib).

•  Quali sono i tratti di tale "nuova via" per il cielo, che ha diretto ed ancora qualifica l'esperienza e la dottrina spirituale della Carmelitana di Lisieux? 

«Felice di chiamarmi Teresa di Gesù Bambino» – aveva confessato. Perché Dio è un bambino...

Potrebbe sembrare una affermazione irriverente, ma soltanto 

–  se Dio non avesse voluto farsi davvero bambino;

–  se Gesù non avesse affermato che per avvicinarsi a Lui abbiamo bisogno di diventare bambini;

–  se Lui stesso, ancora, non si fosse degnato un giorno di abbracciare una schiera di piccoli, come quelli che davvero gli assomigliavano;

–  se il suo Apostolo stesso poi non avesse ribadito la necessità di diventare piccoli,

–  se vogliamo vivere la nostra vocazione cristiana.

Esiste poi nel bambino qualcosa di particolarmente meraviglioso, un qualcosa che a null'altro potrebbe esser rassomigliato se non ad uno stato divino. Sul suo volto – dove non si è ancora fermata l'ombra della nostra malizia, dei nostri egoismi, delle nostre preoccupazioni – risalta, invece una visione di innocenza, di sicurezza e di pace che non è affatto possibile trovare nella comune realtà umana: sembrerebbe quasi che il ricordo del paradiso, donde il piccolo è venuto da non troppo tempo, sia ancora presente e vivo nella sua anima e nel suo volto. 

Per questo, forse, egli trova tanto facile il contatto con il mistero di Dio, quando, giungendo spontaneamente le sue manine, si pone a parlare col Cielo con la più grande dimestichezza. 

Simile presenza del “divino” nell'infanzia fu particolarmente avvertita da santa Teresa di Gesù Bambino, al punto che lei pose a fondamento del suo ideale di perfezione lo sforzo di rimanere sempre piccola, nel senso inteso dal comandamento di Gesù. 

Alcuni potranno esser tentati di scorgere in tale volontà di piccolezza – da cui la vita di Teresa fu fermamente conseguente –, il vezzo di una fanciulla malata di rachitismo. 

Ma tale idea, non potrebbe scaturire se non da una grave ignoranza storica sia della costituzione fisica, robusta e slanciata, di Teresa, sia della sua tempra psicologica, ardente ed altera; e sia, infine, delle importantissimi lezioni di salvezza, che ella seppe ricavare per sé e per noi tutti da quella sua dottrina spirituale.

Basta ricordare una sola di tali lezioni. 

Teresa osserva che il bambino, nella sua debolezza, è uno degli esseri più sicuri e più forti, e che il segreto della sua sicurezza e forza è appunto la stessa sua debolezza. 

Perché? Perché proprio per questa, infatti, egli ha diritto alla tenerezza e al riguardo; 

e proprio perché non è capace di nulla, ha il diritto a tutto. 

Interpretando alla luce di simile realtà il comandamento di Gesù, Teresa si accorge che l’uomo può disporre di una grande sicurezza e di una grande forza davanti a Dio, se, avvicinandosi a Lui, sa riconoscere la propria piccolezza, cioè la sua estrema debolezza ed incapacità assoluta. 

Così facendo, infatti, egli acquista il diritto a tutte le premure, a tutte le attenzioni e a tutto il compatimento dell'amore paterno di Dio.

Poste su questo piano le relazioni tra l'uomo e Dio, Teresa ne deriva, con la logica più sicura e disinvolta, le conclusioni più consolanti e più originali. 

«Finché il bambino è piccolo – pensa la Santa – gli si dà ciò che è necessario. Ma appena è cresciuto, suo padre gli dice: “Lavora, adesso!”. “Puoi bastare a te stesso”. Per non udire mai questo, io non ho voluto diventare grande, sentendomi incapace di guadagnarmi la vita, la 'vita eterna'...». 

In tal modo santità non diventa – come troppo spesso avviene – uno sforzo opprimente ed inutile di compiere qualche cosa di grande, che ci renda importanti ai nostri stessi occhi, ma piuttosto un riconoscimento umile e semplice della nostra impotenza, unito ad un'accettazione fiduciosa e riconoscente della bontà misericordiosa con cui Dio ci assiste e compatisce. 

– Quanto più un'anima si riconosce misera, tanto più la luce la investe; 

– quanto più si umilia, tanto più si avvicina alla sua rinascita; 

– quanto più scompare ai suoi occhi, tanto più si svelano in lei le meraviglie della Grazia.

«Non crediate che sia l'umiltà ad impedirmi di conoscere i doni del buon Dio: io so che egli ha fatto in me grandi cose...». 

Per un'anima “piccola”, quindi, non esiste più la preoccupazione delle opere: essa sa di non poter far niente e non sa contare se non sulle opere del buon Dio: 

«Io non voglio accumulare meriti... 

Al termine della mia vita, comparirò davanti a Voi a mani vuote...».

Persino il peccato, per quest’anima, ha perso ormai del suo mordente e non può più far gran male. «Perché i bambini cadono spesso, ma son troppo piccoli per farsi tanto male!». 

Il peccato, anzi, può diventare un polo negativo che richiami quello positivo dell'amore di Dio. 

«Tanto peggio per noi se ci bagniamo un poco – dice un giorno ad una novizia, che si sentiva incapace di superare una tentazione – Ci asciugheremo dopo al sole dell'amore!». 

In fondo, non è la debolezza della caduta che offende Dio, quanto l'orgoglio del peccato...

Lei si chiamerà così: “Teresa di Gesù Bambino” ... 

Noi uomini abbiamo tanta paura di farci bambini! Forse perché non ci siamo mai curati di vedere Dio stesso fatto bambino: nell'umiltà del presepio e nell' impotenza più umiliante del Calvario... 

Eppure, dal momento che è vero che Dio è un bambino, non può esistere altra via per la nostra vera grandezza, che scendere dal piedistallo della nostra malizia, e ritrovare la sorgente della Vita, in cui possa finalmente operarsi la nostra rinascita.

– La "Piccola Via"

La via tutta nuova, breve, diritta è dunque quella dei "piccoli", dei fanciulli del Vangelo, cui appartiene il regno dei cieli: “Se non diventerete come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli!” (Mt. 18,13). La novità è tutta quanta, fondamentalmente, in questa “piccolezza evangelica”. 

 I termini "petit" "petitesse", "piccole anime" ... ricorrono un'infinità di volte nella breve lettera che formerà il Manoscritto B – la magna carta della “piccola via” –, tanto da sembrare un'infatuazione. 

Ma è ben altro! È l'ambiente vitale in cui cammina, cresce e si sviluppa la piccola creatura, che è Teresa, ed anche tutte le “piccole anime” per le quali descrive la sua “piccola dottrina”. 

– Che cos'è, e che cosa comporta questa "piccolezza" evangelica?

La "piccola via" è la semplice via della "santità ordinaria"; la santità delle "virtù nascoste e ordinarie" (le "piccolissime cose", le "mie povere azioni"). 

Santità "comune", non riservata alle "aquile", ma alla portata di tutti. 

La perfezione, infatti, consiste «nel fare la volontà di Dio, nell'essere ciò che Egli vuole che siamo» (A-5), 

e dunque sta nel compimento esatto del proprio dovere, nel gran desiderio di far piacere al Signore. 

[È "l'eroismo del terribile quotidiano", come si esprimeva Papa PIO XI].Ed essa comporta oblio totale di sé, che lascia ampio spazio all'azione di Dio; ed è  nutrita da  profonda umiltà, che è verità su se stessi, che è convinzione e confessione di una povera realtà fatta di “infedeltà”, di "debolezze", di "colpe".

Di propria iniziativa Teresa si pone alla testa di questa schiera di “piccoli”. 

«Sono la più piccola; conosco la mia miseria e la mia debolezza» – confessa –, 

perché lei non ha e non può offrire che «piccolissime cose». (C-328). 

È persino convinta che farà rimanere perplesso il Signore al momento della morte, perché non ha opere da far valere davanti a Lui e si presenterà proprio a mani vuote (NV. 23 Giugno 317). 

Ma è proprio questa "povertà" che la rinfranca e la riempie di sicurezza e di gioia: 

«Non ho bisogno di crescere; al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più» (C-271). 

«È proprio questo che fa la mia gioia: non avendo nulla, riceverò tutto da Dio». (NV 23 giugno).

** Questa "piccola via" è in fondo, la via che ogni uomo, ciascuno di noi, deve seguire. 

Teresa sa che essa è percorribile e di fatto è percorsa da legioni di persone. 

Tale mezzo di santificazione non è frutto dello sforzo umano, ma unicamente un dono che scende da Dio. Però, non illudiamoci: lungi dal procurare una santità ridotta, esso è dotato di un'efficacia superiore alla più generosa ascesi, poiché eleva «fino al cielo».  

La cosiddetta “piccolezza”, la “povertà” spirituale non si oppone in nulla alla magnanimità della santità. La santità della "piccola via"– quella ordinaria, comune, che ogni piccolo e povero può e deve perseguire, non è una santità diminuita, dimezzata, edulcorata – come troppo spesso e con eccessiva superficialità si è voluto pensare e far credere – 

È la santità che promana nella sua vitalità da quella realtà che racchiude ogni espressione e dimensione di vita: l'amore! E l'amore – e quello che "compra" – non è mai "a basso costo"!

•  Lasciamoci amare da Dio!

Il desiderio di amare Dio sino alla pienezza è stata una realtà intensa nella vita di Teresa. 

Ma, unita al desiderio, c'è stata una profonda ed umile consapevolezza dell'incapacità di giungere da sola là dove intende giungere l'amore: Dio. E, alla banca dell'amore di Dio, spiega Teresa, saremo sempre dei debitori, e avremo sempre il conto in rosso!

Stando così le cose, che cosa rimane? Ecco: non rimane che la speranza e la preghiera che sia Dio stesso a colmare il dislivello ed a saldare il debito:  

«Signore dammi il tuo amore; fa crescere nel mio cuore il tuo amore. Anzi, dammi il tuo stesso cuore e allora potrò amarti come mi hai amato» (Poesie 21.24). 

«Fin dalla mia infanzia il tuo amore mi ha prevenuto – puntualizza lei –, ed è cresciuto con me; ed ora è un abisso di cui non posso sondare la profondità» (C-236). 

«O mio Dio, sei andato ben oltre la mia speranza ed io voglio cantare le tue misericordie». (C- 272)

È l'annuncio gioioso dell’“amore di Dio per l'uomo”, per questa creatura debole, piccola, bisognosa di essere sollevata. Il "canto" si arricchirà di altre voci scritturiste, ma nella ricchezza di contenuti ed esigenze è già tutto qui. 

Teresa può senz'altro intonarlo e proclamare che:

– Dio si china su noi come una madre sul suo piccolo. Si abbassa per sostenerlo nei suoi tentativi di sali-re verso Lui, lo stringe in un abbraccio che consola, unisce e lo fa partecipare alla sua vita di amore.

– e la massima espressione dell'amore di Dio, Cristo, si protende con le sue braccia, e come un ascensore sicuro e veloce innalza il piccolo e il debole sino alle altezze luminose e calde del cielo di Dio.

– la debolezza e la piccolezza soprattutto, attirano l'azione e forza di Dio nel suo amore per l'uomo.

E il "piccolo" può allora abbandonarvisi senza paure, così come il bimbo si addormenta nelle braccia del padre, e il peccatore, sia pure il più grande dei peccatori, potrà sempre ritornarvi con la fiduciosa speranza che il Padre è sempre pronto a riabbracciare il figliol prodigo.

•  Da bimba voleva "farsi santa"; da novizia nel 1890 affermava ed insegnava di “non conoscere altro mezzo per giungere alla perfezione che l'amore» (Lt 109). 

Quando il “vangelo della misericordia” le si rivela, capovolge tutto: questa è la via e la vita: 

«La mia via è fatta tutta di fiducia e d'amore… La perfezione mi sembra facile: vedo che basta riconoscere il proprio nulla ed abbandonarsi come un bimbo nelle braccia del buon Dio». (Lt. 202)

La "povertà spirituale" – che inizialmente era umiltà e impotenza – diventa ora ricchezza di forze, perché l'amore di Dio può e vuole agire in modo speciale proprio nel vuoto e nella piccolezza da ricolmare. 

Il “tentativo di amare” è diventato apertura all'amore, in un abbandono di completa fiducia in Chi solo può prevenire e dare forza di amare. 

«Gesù ha voluto mostrarmi l'unica strada che porta a questa fornace divina, ed è quella dell'abbandono del bambino che si addormenta senza paure nelle braccia del Padre suo».

Quando le si chiede in che cosa consista, in ultima istanza, la sua famosa "piccola via", 

ella risponde: 

«È il cammino della fiducia e dell'abbandono», 

una via di “fiducia amorosa”, 

di “speranza fiduciosa”.

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sabato 11 febbraio 2023

MIGRANTI NEL SAHEL, VOCE DEL VERBO DEPORTARE di Padre MAURO ARMANINO

Migranti nel Sahel, voce del verbo deportare

Le migrazioni fanno la storia e la storia è fatta di migrazioni. La mobilità è costitutiva dell’umanità perché la vita non è altro che una serie di cammini inventati nel tempo. La storia si ingegna a raccontare quanto ogni giorno trova scritto sulla sabbia prima che sia cancellato dal vento. Si tratta dei sogni che, impunemente traditi, rubati o confiscati dal sistema di polizia globale, sopravvivono e si tramandano alle generazioni future. I migranti, spesso senza avvedersene, sono delle migrazioni i drammatici artigiani e profeti. Per questo, senza destare sommovimenti, proteste e rimostranze degne di questo nome, sono ormai da anni oggetto di deportazioni. Basta andare sul net e scrivere questa sinistra parola, abbinata all’Algeria dei militari, del gas e del petrolio, per trovare in fretta una serie impressionante di notizie sul tema.

Sono sinonimi del verbo deportare, verbo transitivo … (che si dice di un verbo che non esaurisce l'azione in sé ma la estende su un “oggetto”), esiliare, bandire, confinare, relegare, deporre, proscrivere, trasferire a forza. Tutto è detto perché il verbo ‘transita’ sull’altro, appunto, come ‘merce di scambio’. Solo perché l’altro è riducibile ad ‘oggetto’ che la storia ha reso le deportazioni tristemente famose e attuali. Esse sono state applicate su vasta scala in Europa durante la Seconda guerra mondiale e poi applicate dappertutto.

‘Le deportazioni degli africani dall’Algeria al Niger continuano … in condizioni caotiche e persino mortali’, è scritto sul sito di ‘Meltingpot’ del 4 gennaio scorso. Algeria, l’Onu accusa: migranti deportati e abbandonati nel deserto al confine col Niger, del 21 maggio 2018…lo stesso sito ricorda che almeno 10 mila migranti sono stati abbandonati a partire da settembre. Continuano su larga scala le deportazioni dall’Algeria mentre le operazioni di rimpatrio verso i Paesi di origine sono state notevolmente rallentate, segnala il sito italy24press, del 3 gennaio di quest’anno. Algeri deporta nel deserto i migranti e a denunciarlo è l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM). Secondo l’organizzazione alcuni sono stati abbandonati dai trafficanti, altri sono stati deportati dalle autorità algerine. Riferito sito della rivista missionaria Africa’.

Questo verbo deriva dal latino deportare, infinito presente attivo di deporto, "portare via"… Nell’epoca dello schiavismo, Nel Sahel e altrove in Africa, si è cominciato col ‘portar via’ le persone a milioni dal Continente. Si è continuato col ‘portar via’ la sovranità dei popoli con colonialismo e poi col neocolonialismo che è perpetuato sotto altre vesti dalle attuali élite al potere. In questi decenni le geopolitiche della miseria hanno cospirato per ‘portar via’ il futuro dei giovani del Continente.

 ‘Sono migliaia i fantasmi nel deserto ai confini con la Libia. Migranti e profughi africani e asiatici prelevati dalle carceri libiche ed espulsi nel Sahara. La loro sorte è ignota. La denuncia viene dall’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu che a novembre ha pubblicato il rapporto 'Unsafe and Undignified', insicuri e privati della dignità. Nel 2019 e nel 2020 ha avuto notizie di 7.500 espulsioni arbitrarie di migranti e richiedenti asilo in Sudan, Niger e Ciad. Numero sottostimato, sostiene lo studio, per l’impossibilità di ottenere dati certi. Solo a dicembre o gennaio 2020 ci sono state oltre mille espulsioni nel deserto dalla Libia in Niger. I migranti vengono prelevati da centri e portati nei centri di raccolta dalle quali le unità di pattuglia in frontiera li deportano’. E’ il giornale Avvenire che pubblicava questa notizia tempi addietro.

Tutta deportazione, dunque, nasce dal ‘portar via’ ciò che costituisce quanto di più prezioso possieda una persona: il desiderio di un mondo differente. Un mondo che privilegi l’importazione di beni e capitali, l’esportazione di materie prime e di giovani come ‘mercanzia’ da trafficare, non può che utilizzare la deportazione come strategia di governo. Ed è proprio questo sistema che i migranti rivelano, denunciano e, a modo loro, sconfiggono.

       Mauro Armanino, Niamey, 12 febbraio 2023

martedì 7 febbraio 2023

UNA PREGHIERA PER LA PACE a SAVONA di RENATA RUSCA ZARGAR e ZAHOOR AHMAD ZARGAR

Una preghiera per la pace

di Renata Rusca Zargar

Io credo che su otto miliardi di abitanti del Pianeta siano poche migliaia quelli che cercano la guerra: i trafficanti di armi, chi ha venduto loro l'anima in cambio di ricchezza e chi sa manipolare e condizionare le persone comuni.

Infatti, credo che le aspettative del genere umano non siano certamente di uccidere, torturare, martoriare uomini, donne e bambini, togliendo loro casa e lavoro e abbandonando i paesi in macerie. Credo che nessuno, così facendo, possa trovare la pace interiore.

Ricorderò sempre di aver visto nel Ladakh in India sventolare le bandierine di un’antichissima tradizione buddista di preghiera il cui scopo era inondare il mondo con pensieri di pace e di bontà.


Praticamente, lo stesso scopo della preghiera collettiva organizzata dalla diocesi di Savona Noli domenica 5 febbraio presso il Teatro Nuovo di Valleggia. Infatti, la rappresentante buddista, Roberta Francaviglia dell’Istituto Soka Gakai, ribadiva la speranza insita nella preghiera che ci migliora per non farci sentire impotenti. Citava, poi, le parole consolatorie del maestro vivente Daisaku Ikedo: “Anche un singolo individuo può cambiare il destino dell’umanità.”


Nella platea, un folto pubblico ascoltava i vari leader religiosi uniti nella ricerca del bene per tutti noi, un bene che oggi ci sembra tanto lontano. Tutti si affidavano a Dio, mentre la signora Natascia De Rosso introduceva l’evento e presentava ognuno dei relatori.

Tutti, a cominciare dal pastore avventista Eugen Havresciuc, riconoscevano che ognuno deve iniziare da se stesso il percorso di pacificazione, andando a dormire con la coscienza pulita. “Non si possono avere fabbriche di armi e chiamarsi cristiani!”  sottolineava.



Particolarmente toccanti erano la lettura del Salmo 85 del pastore della Chiesa Evangelica Metodista di Savona Marco di Pasquale, il canto “Shalom” che Amnon Cohen della Comunità Ebraica aveva inviato da Israele e il canto alla Madonna e al mondo inviato da padre Gheorghe Andronic della Chiesa Ortodossa Rumena.

Intanto, Monsignor Calogero Marino, Vescovo cattolico, rievocava, tra l’altro, l’impegno di Papa Giovanni Paolo II per la pace e il suo indimenticabile discorso ad Assisi. Parole sempre attuali, così come la dedizione di Papa Francesco, perché è di vitale importanza intendere che siamo tutti fratelli e sorelle che condividiamo la comune umanità e che la pace è come un cantiere aperto che chiede la cura di tutti.

Anche Suamini Shudda Ananda Giri dell’Unione Induista Italiana confermava che lo sforzo deve essere nostro per vincere i demoni interiori e che dobbiamo riappropriarci dell’azione. Concludeva declamando il mantra Shanti.

Così pure il Presidente della Comunità islamica, Zahoor Ahmad Zargar, elevava a Dio una preghiera molto seguita dall’uditorio: “Vogliamo l’intervento divino che tocchi i cuori di tutti gli istigatori di guerra e volga il loro cuore malvagio verso una migliore comprensione. Abbiamo bisogno di pace e armonia. Preghiamo perché regni la pace tra noi. Oh, Dio, Tu sei la pace, da Te viene la pace, a Te ritorna la pace. Rianimaci con un saluto di pace e guidaci alla tua dimora di pace. (Mohamed pbsl)”. Infatti, il saluto che i musulmani si rivolgono è proprio “As-salamu alaykum” che significa “la pace sia con te”.

È vero, noi persone di pace ci sentiamo impotenti davanti ai governanti del mondo che seminano morte e distruzione ovunque. Emily Dickinson però scriveva: "Se potrò alleviare il dolore di una vita o lenire una pena o aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel suo nido non avrò vissuto invano." Cioè, cominciamo dal poco: se ognuno saprà seminare un granello di pace, forse, quel granello germoglierà e si unirà a tanti altri granelli che salveranno il Pianeta dal male.

Renata Rusca Zargar

Ho pubblicato in un precedente post il video relativo al discorso di Zargar, ma lo ripresento in questo link, se vorrete cliccarci su, lo ascolterete da qui.

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi