AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

domenica 24 marzo 2019

TRINITÀ - Conferenza di Padre Claudio Truzzi OCD - parte sesta



6 – DIO PADRE e  SPIRITO SANTO in Teresa (185-189)
o              Teresa presenta la Paternità di Dio in stretta relazione con Gesù Cristo – come sempre. Come pure bisogna rilevare le coincidenze del suo pensiero con i Vangeli.
o              Forse l’origine di tutto si deve ad una rivelazione che ebbe un grand'impatto in Teresa: in essa le si rappresentò l’intimità reale tra il Padre e il Figlio. Scrive:
«Vidi la sacratissima Umanità in mezzo a tanta gloria come non l’avevo mai vista. In modo chiaro ed ammirabile vidi Cristo nel seno del Padre, ma non so dire in che modo, perché mi parve di essere alla presenza della divinità senza nulla vedere. Rimasi così stupita e fuori di me che passai vari giorni senza rinvenire. Mi pareva d’aver sempre innanzi la maestà del Figlio di Dio…, e lo vedevo bene» (V 38,17).
Rimase fuori di sé al vedere la maestà del Figlio, compenetrato con la stessa sostanza della Divinità, simboleggiata dal petto del Padre.
o            Non è strano che Teresa parli con tanta unzione del Padre, poiché un giorno udì dalle stesse labbra del Signore che il Padre si dilettava nell’anima sua.
Un giorno, mentre era molto preoccupata per la riforma dell’Ordine, il Signore le disse:
«Tu fa’ quello che puoi. Per il resto lascia fare a me, senza inquietarti. Godi il bene che ti è dato, che è molto grande. Il Padre mio si compiace di te, e lo Spirito Santo ti ama» (Rel 13 – Favori celesti).
In un’altra occasione vedrà come Gesù Cristo la portava al Padre e gliela consegnava.
«Fui presa da un grande rapimento, nel quale mi sembrò che nostro Signore mi portasse l’anima dinanzi al Padre e gli dicesse: “Colei che mi desti, ecco io ti do”. E mi parve che il Padre mi attirasse a sé» (Relazioni 15- Favori celesti).
o           Da simile esperienze s’intuisce pure la tenerezza con cui ella abborda tutto ciò che riguarda il Padre. L’esperienza, tuttavia, si fa ancor più intima e sublime quando è il Padre stesso che dichiara il suo amore a Teresa e le parla di tutto ciò che Lui ha fatto per lei. Un giorno stava meditando sul mistero trinitario, Teresa vide ed udì ciò che segue: «Mi parve che la Persona del Padre mi attirasse a sé, dicendomi parole molto soavi. Mi disse, fra l’altro, mostrandomi il gran bene che mi voleva: “Io ti ho dato mio Figlio, lo Spirito Santo e questa Vergine. E tu, che mi vuoi dare in cambio?» (Rel 25 – 12/1/1572, Avila – Fav. Cel.).
Il Figlio, lo Spirito Santo e la Vergine costituiscono il regalo del Padre a Teresa. Appare così chiara-mente che dal Padre ha origine tutta la vita cristiana.
o            Teresa, però, non ci offre soltanto una dottrina consolante su Dio Padre; lei ci offre pure, c’insegna ad entrare in comunione con Lui. Nel “Cammino di Perfezione” stende uno stupendo commento all’orazione di Gesù [il Pater], lasciandovi impressa un'immensa tenerezza e delicatezza verso il Padre.
o             In questa preghiera, il cristiano – così come Gesù – esprime il desiderio di sommergersi nel petto del Padre. Ebbene, per conseguire ciò il credente deve seguire in tutto Gesù, suo inviato, con cui si pone in intima comunione: «Come si vede bene, Signor mio, che siete il Padre di un tal Figlio, e che vostro Figlio è Figlio di un tal Padre!» (CP 27,1). E tutto ciò – vale a dire, questa intercomunicazione di sentimenti – le sono rivelati, a Teresa, nella contemplazione del Padrenostro, dove, secondo il suo parere, si racchiudono tutti i misteri dell’orazione.
o               Per comprendere il senso profondo della prima invocazione della preghiera del Signore, “Padre”, sarebbe bene chiedergli di donarci la perfetta contemplazione, giacché in questa parola si racchiudono tutti i nostri desideri e sogni. Esclama Teresa:
«Non bastava, Signore, che ci accordaste di chiamarvi nostro Padre alla fine della preghiera? Ma voi ce ne favorite e ce n’empite le mani fin dal principio! Il nostro intelletto dovrebbe andarsene così rapito e la nostra volontà così compenetrata da non essere più capaci di pronunciare parola. Oh, figliole mie, come verrebbe bene parlarvi qui, della contemplazione perfetta!» (CP 27,1).
o              La contemplazione gustosa dei misteri racchiusi nella parola “Padre”, che Gesù ci ha rivelato nella sua preghiera, suscita in noi desideri di vedere il suo volto, di salire al cielo e dimenticare la terra. Il Padre vive nel cielo e noi ci troviamo ancora lontani da Lui; per questo, l’opinione di Teresa è che:
«Abbandoniamo la terra, figliole mie! Non è ragionevole che dopo aver conosciuto l’eccellenza di un tal favore, ne facciamo ancora così poco conto per voler restare quaggiù» (CP 27,1).
Come, abbandonare? Vivendo ogni momento come visse il Figlio, con la brama di compiere il mandato del Padre, però con desideri ardenti di tornare quanto prima davanti a Lui. “Padre” è quella parola preziosa che riempie di miele la bocca di Teresa e pone in tensione tutto il suo essere. Per questo esorterà le sue monache così:
«Giacché il buon Gesù vi ha dato un Padre così buono, non nominatene altri. Procurate, piuttosto, d'esser tali da gettarvi tra le sue braccia e godere della sua compagnia» (CP 27,6).
o                Secondo Teresa, il Padre ci dona ciò che ha di più prezioso: lo Spirito, suo Figlio e la Vergine. Queste tre realtà portano l’aroma del suo essere e ci offrono il profumo della sua persona da diverse angolature.
o                Teresa considera Gesù come un regalo del Padre a nostra misura, e adatto alla nostra conoscenza.
o                Cristo ci rende figli del Padre e ci sospinge a dirigerci a Lui proprio da simile dignità e grazia. Teresa esclama: 
«Volendo che vostro Padre ci ritenga per figli, ci date tutto quello che potete, e siccome la vostra paro-la non può mancare, obbligate vostro Padre ad esaudirci. E questo non è da poco per Lui, perché in tal modo ci deve sopportare…, perdonare come al figliol prodigo tutte le volte che ritorniamo ai suoi piedi, consolarci nei nostri dolori e procurarci di che vivere, come si conviene ad un buon padre» (CP 27, 2).
Il testo trasuda tenerezza non soltanto verso il Padre, ma pure verso Gesù Cristo Gesù: è lui che ce lo ha fatto conoscere! Il ricordo della parabola del figlio prodigo tinge di gioia le sue parole; è come se dicesse: il Padre, lo è pure per il peccatore, che perdona e consola.
o                Gesù Cristo, però, non soltanto ci rende figli del Padre, ma al Padre chiede il poter rimanere con noi. Non è, infatti, Lui il suo regalo per il mondo? Tutto un capitolo del “Cammino di perfezione” è dedicato alla meditazione di questo fatto inaudito (CV 33). Teresa conclude le sue riflessioni con queste laconiche parole, di grand’espressività: «Oh mio Dio! Qual eccesso d’amore in quel Figlio. E che eccesso pure in quel Padre!» (CP 33,3).
In tutta la storia di Gesù, secondo Teresa, è implicita la presenza del Padre. Lei non aveva sentito parlare di ciò che oggi si chiama il “dolore” di Dio. Questa teoria [ancor da approfondire teologicamente], è stata accolta favorevolmente dal pensiero cristiano, poiché ci offre un’immagine di Dio più umana, più distante dal Dio “motore primo” e più prossima al buon Padre che soffre per la sorte dei suoi figli. Ecco un testo che non demerita in nulla fra le spiegazioni che attualmente si danno al dolore di Dio nella donazione del Figlio per noi. «Ma voi, Eterno Padre, come avete potuto acconsentire? Perché avete voluto che vostro Figlio fosse ogni giorno in balìa di gente così perversa come noi? L’avete già voluto una volta con acconsentire alle sue domande, e avete visto in che modo fu trattato. Ed è possibile che la vostra tenerezza permetta che sia esposto ogni giorno – sì, dico, ogni giorno – a tanti maltrattamenti? Oh, quanti se ne devono fare ai nostri giorni, a questo divinissimo Sacramento!» (CP 33,3).
Teresa suppone chiaramente l’esistenza del dolore di Dio: Dio soffre ogni volta che gli uomini disprezzano il Figlio.
o                Teresa si sente tanto impressionata dall’amore del Padre e del Figlio agli uomini che si perita di supplicare il Padre in favore del Figlio, affinché non gli permetta di soffrire tanto! Gli chiede, soprattutto, che poiché Egli rimase con noi nel SS. Sacramento, non sia disprezzato questo mistero d’amore (cfr CP 33).
o                Come vediamo, la persona del Padre acquista un rilievo speciale contemplandola compromessa nell’opera di Gesù Cristo. [Anche questo è “moderno”, in quanto la teologia tende a leggere il mistero trinitario non tanto dalla speculazione, quanto dalla sua attività e presenza nel N. Testamento].
o                Per Teresa, la nostra aspirazione suprema dev’essere il Padre: «Dio introduce l’anima nella sua stessa mansione che è il centro della medesima anima!» (7M 2,9); ma per ascendere sino a Lui, non abbiamo altra via che Gesù Cristo:
«Se abbiamo bisogno di trattare, pensare ed accompagnarci con chi, pur essendo come noi, compie per Dio delle magnifiche imprese (i Santi), a maggior ragione non dobbiamo separarci dalla sacratissima Umanità di ns. Signore Gesù Cristo, unico nostro bene e rimedio» (6M 7,6).
L’incontro col Padre non necessita di superare una gran distanza, giacché Egli si trova unito al Cristo ed allo Spirito nel cuore del credente:
«Posso assicurarvi che vi troverete presto contente (del Pater), comprendendo di aver in voi questo Padre celeste, cui potete rivolgervi senza bisogno di affaticarvi per cercarlo altrove» (CE 50,2).
TERESA e lo SPIRITO SANTO
➢   Le allusioni allo Spirito Santo sono numerose negli scritti di Teresa e la sua figura si trova perfettamente incastonata nel suo sistema dottrinale.
➢   Innanzitutto la Sua presenza si lascia sentire nel saluto all’inizio delle sue lettere. Ai suoi lettori, Teresa augura la grazia dello Spirito. Come Gesù dopo la Pasqua, anche lei intende comunicare lo Spirito. Questo fatto è molto significativo, poiché indica che in tale grazia vede concentrati tutti i beni che uno possa desiderare ai suoi parenti ed amici.
➢   Come in tutta la tradizione della Chiesa, Teresa attribuisce allo Spirito il carisma dell’illuminazione per comprendere e captare le verità di Dio o, meglio, la verità di Dio e la grazia  di poterle comunicare. Lei stessa, non poche volte, testimonia la necessità che abbiamo dello Spirito per poter trasmettere i misteri divini.
Così leggiamo agli inizi delle IV Mansioni:
«Per poter parlare … devo raccomandarmi … allo Spirito Santo e supplicarlo che parli in luogo mio … per poter dire e far capire qualche cosa delle mansioni che rimangono» (4M 1,1).
Non meno espressiva si dimostra in questo senso, poco dopo:
«Piaccia a Dio che di un argomento così difficile sappia almeno dire qualche cosa! Certo che se Egli e lo Spirito Santo non muovono la mia penna, ne sarò affatto incapace». (5M 4,12).
Teresa è convinta che i suoi libri debbano molto alla Spirito Santo (cfr. 6M 1, 1):
«Con l’aiuto dello Spirito Santo, veniamo ora a parlare delle VI mansioni …»).
➢   L'illuminazione raggiunge pure confessori e direttori: 
«Queste parole mi s’impressero così  profonda-mente che mi parvero dettate dallo Spirito Santo a mio spirituale rimedio, e ne rimasi molto confusa» (V 23,16).
➢  La Santa attribuirà allo Spirito il perfezionamento della fede. Nel capitolo 22 della “Autobiografia” sostiene che la fede degli apostoli divenne autentica solamente dopo la venuta della Spirito. La parola “fede” qui si riferisce in pratica al mistero dell’Incarnazione.
➢   Non è, quindi, strano che lo Spirito sia Colui che illumina il cristiano dalle sue prime esperienze fino alle più sublimi, giacché è l’autore della Scrittura.

L’INCONTRO CON LO SPIRITO
➢  Pensiamo che, come successe con Gesù Cristo, tutta una serie di avvenimenti prepararono Teresa all’incontro con lo Spirito.  Ella ricorderà sempre con nostalgia quel fatto che la portò alla scoperta del ruolo dello Spirito nel suo processo di santificazione. L’avvenimento ci è narrato da lei stessa con profusione di dettagli.  Ecco le linee principali.
Nel vespro di un giorno di Pentecoste, dopo la messa, stava leggendo in un libro i diversi segni che accompagnano i cristiani, secondo il loro grado di perfezione. Il libro si soffermava specialmente nella presenza dello Spirito Santo. Teresa era, quindi, in piena sintonia con la festa che stava per esser celebrata.
[Prima di proseguire conviene segnalare qualcosa – a nostro giudizio, rivelatore –, ed è che il giorno di Pentecoste suole essere denominato da lei “Pasqua dello Spirito Santo”].
«Mentre m’indugiavo in considerazioni, fui sorpresa da un gran rapimento senza che ne capissi il motivo. Incapace l’anima di trattenersi in sé, sembrava volesse uscire dal corpo per l’impazienza di raggiungere quel bene: era un trasporto diverso dagli altri, così impetuoso da non sapermi dominare. E la mia anima, n’era tanto alterata che non capivo cose avesse o volesse. Non potendo reggere, neppure seduta, cercai di appoggiarmi, perché le forze naturali mi stavano abbandonando».
Si tratta, quindi, di un’autentica estasi. Immediatamente dopo avvenne la visione dello Spirito:
«In questo stato mi vidi sul capo una colomba molto diversa dalle nostre, senza penne e con ali come a scaglie di madreperla che davano splendore. Era più grande delle colombe ordinarie, e mi sembrava di udirne il fruscio delle ali. Avrà volato per lo spazio di un’Ave Maria, ma io la perdetti presto di vista, perché, immersa nel rapimento, mi andavo smarrendo a poco a poco».
Il sentimento fu tanto forte e l’impatto che causò nel suo spirito tanto elevato, che Teresa parlerà di “gran pace” e “spavento”. Riassume l’esperienza di tal avvenimento così:
«Lungi dal turbarsi ed empirsi di terrore, come avrebbe dovuto, il mio spirito si raccolse in gran pace, in compagnia di quell’Ospite così amorevole; bandì ogni senso di paura e, pur rimanendo nel rapimento, cominciò a godere quiete e soavità. Non è a dire la gioia di quel rapimento: passai la maggior parte della festa così sbalordita e fuori di me da non sapere cosa facessi, incapace di persuadermi di essere stata oggetto di tanta grazia». (V 38,9-10).
➢  È evidente che si tratta di una grazia speciale. Teresa aveva sperimentato molte visioni. Nel porre in evidenza in tal modo quest’ultima ci sta indicando che bisogna situarla tra le più sublimi. Chi la conosce sa bene come lei stessa faccia notare notevoli differenze tra questi fenomeni mistici.
Tra gli effetti più rilevanti che questa grandiosa visione produsse nella sua anima, si enumerano i seguenti: stordimento  – la Santa dirà che restò come imbambolata –,  esperienza di un godimento interiore molto intenso ed aumento dell’amore di Dio e di tutte le virtù. Non è strano, quindi, che molti anni dopo, ricordi con nostalgia quest’avvenimento, e che, sempre allorquando parla dello Spirito, alluda ad esso.
➢  Si sentì amata, protetta avvolta dallo Spirito. Un giorno udrà dalla bocca di Gesù stesso: «Godi del bene che ti è dato, che è molto grande. Il Padre mio si compiace di te, e lo Spirito Santo ti ama» (R 13).

LA PRESENZA DELLO SPIRITO
➢  Quando parleremo dell’esperienza trinitaria, vedremo che Teresa percepiva, insieme alle altre Persone divine, lo Spirito Santo dentro il proprio io. Ricordiamo un testo ormai classico:
«Qui le tre Persone si comunicano con lei, le parlano e le fanno intendere le parole con cui il Signore disse nel Vangelo che Egli col Padre e con lo Spirito Santo scende ad abitare nell’anima che lo ama ed osserva i suoi comandamenti” (VII M. 1, 7).
➢  Teresa crede che allo Spirito Santo competa la trasformazione del cristiano. Utilizzando il simbolismo del fuoco, ci dirà che è Lui che lo accende per consumare i figli di Dio in ardori divini. Così che, parlando nelle Mansioni di questo (5M 2,3), seguendo il filo del suo discorso con l’immagine del “baco da seta”, scrive:
«L’anima – di cui quel verme [baco da seta] è l’immagine – comincia a prender vita quando per il calore dello Spirito Santo inizia a valersi dei soccorsi generali che Dio concede ad ognuno, ed a servirsi dei ri-medi che Egli ha lasciato alla sua Chiesa, come le frequenti confessioni, le buone letture e le prediche».
➢  In modo simile si pronuncia nelle “Meditazioni sul Cantico dei Cantici”:
«Credo che lo Spirito Santo faccia da mediatore tra l’anima e Dio. Egli, infatti, muove l’anima con ardenti desideri, e fa che s’accenda di quel fuoco sovrano a cui è tanto vicina» (PdA 5,5).
È lo Spirito, quindi, per Teresa, colui che realizza la santificazione del credente.
Nella tradizione era sempre stato considerato come l’agente della santità.
Da parte sua, Teresa, seguendo questa tradizione, cerca di determinare l’attuazione di questa santità nella vita soprannaturale.
Così [cfr citazione precedente] lei ci parla di chi è colui che muove i nostri desideri e li accende affinché s’elevino a Dio. Per questo gli attribuisce l’innamoramento della volontà. Parlando del caso in cui l’immaginazione [“pensiero”, dice lei] sia distratta, turbando la quiete dell’anima, per consolazione degli spirituali scrive:
«Per instabile che possa essere la vostra immaginazione, troverete sempre, tra il Padre ed il Figlio, lo Spirito Santo. Egli infiammi la vostra volontà, e se non basta ad affascinarvela la considerazione di un così grande interesse, ve la incateni Lui con il suo vivissimo amore» (Cammino. 27,7).
Il testo è prezioso, dal momento che Teresa intende l’orazione come un’immersione intra-trinitaria, dove il credente entra in comunione vitale con le Persone divine. Allo Spirito Santo tocca l’innamoramento della volontà, luogo dove la Santa situa l’essenza della santità.
➢   Riassumendo  potremmo dire che lo Spirito Santo è l’anima della santità.
Quando Teresa afferma ciò, sta parlando della propria esperienza.
Conviene non dimenticare che la sua conversione definitiva e totale si consumò dopo una preghiera allo Spirito Santo. In quell’istante si sentì trasformata ed interiormente divinizzata.
L’accaduto si riferisce a quel momento in cui ella, bramando d’esser tutta di Dio, notava che qualcosa in lei ancora poneva resistenza. Su proposta del suo confessore iniziò a recitare il “Veni, Creator”. Cadde in un rapimento ed udì quelle parole: «Non voglio più che conversi con gli uomini, ma soltanto con gli angeli» (V 24,5).
Teresa noterà che, da quel momento, si ritrovò interiormente incentrata in Dio; quel giorno, e grazie allo Spirito, oltrepassò l’atrio della santità.

Xilografie sul Canto dei Cantici di Alessandro Nastasio


sabato 23 marzo 2019

In cammino verso la Pasqua con Edith Stein - esercizi spirituali


Esodo 3, 1-15
Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava.3 Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». 4 Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». 6 E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.
7 Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Ittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9 Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato no a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. 10 Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?». 12 Rispose: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte». 13 Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: «Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi». Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?». 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi». Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.



III settimana
1. Commento
Visibilità e invisibilità
“Vedere Dio ... Il racconto biblico di Mosè ruota intorno a queste due parole ... Mosè ha visto Dio, o no?” (P. Beauchamp, Cinquanta ritratti biblici, Cittadella, 20042 p. 75). I solo primi 6 versetti contengono 8 parole relative al vedere. Il racconto della chiamata e della missione (7- 9) insiste ancora su Dio che “vede” (versetti 7 e 9) l’oppressione degli Egiziani. La missione di Mosè sarà di annunciare la visione (versetto 16): “Va’! Riunisci gli anziani d’Israele e di’ loro: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, mi è apparso”. L’angelo del Signore, che non è descritto, si fa vedere da Mosè ma è il Signore stesso che parla alle sue orecchie. Tutto il racconto seguente vedrà Dio e Mosè che si parlano faccia a faccia. Ma, all’inizio, per mettere in scena il Dio che appare, c’è bisogna di un mediatore. Il mediatore di questa visione è “l’angelo del Signore”. L’angelo è una figura che rivela e al tempo stesso nasconde, che manifesta la presenza divina senza negarne l’invisibilità. . Risveglia la nostalgia per il mondo divino che rimane al di là della visibilità, secondo le parole di Dionigi l’Areopagita: “Nessuno non ha mai visto e nessuno mai vedrà il segreto di Dio nella sua essenza”, (Gerarchia celeste, IV,3). Il portico per entrarvi è la scena del roveto ardente, la figura angelica educa lo sguardo del lettore, accendendo il desiderio di vedere Dio, e rivelandogli al contempo che questo Dio rimane profondamente celato al nostro sguardo.
La localizzazione della visione
Dio si rivela a Mosè nell’immagine di un fuoco. Mosè vede qualche cosa di contrastante: un roveto che arde ma che non si consuma. Un roveto ardente non è nulla di straordinario. La meraviglia di Mosè nasce dalla contraddizione: un roveto che arde e non arde. Il roveto ardeva per il fuoco ma non si consumava (v. 2). Mosè semplicemente il fuoco. Il Signore non è la fiamma, è nella fiamma, invisibile nel visibile, e da questo stato segreto passa ad uno stato vero, quando gli rivolge la parola per chiamarlo per nome. Roveto e fuoco sono sacralizzati formando “una fiamma divina” come è scritto nel Cantico dei Cantici (8,6). “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!” Mosè “vede”, ma ciò che vede apre il sentiero del “cuore”: si parlano e ciò implica la volontà e il desiderio. Mosè desidera vedere. Il suo pensiero matura in decisione. Per questo si avvicina ma la voce gli proibisce di farlo. L’esperienza del limite del vedere è espressa dal gesto di coprirsi il volto. L’uomo non può guar- dare Dio, ma Dio si fa vedere da lui.
La vocazione e la missione di Mosè
Se la visione provoca la distanza, la parola al contrario introduce il dialogo, che tende a col- mare la distanza. Mosè vede il fuoco ma non riconosce la presenza del Signore sino a quando non ascolta la sua voce. Dio chiama, Mosè risponde. Il volto è coperto ma la parola diventa dialogo. Non si può vedere Dio ma si può ascoltarlo. San Gregorio di Nissa commenta: “Un giorno, in pieno meriggio, fu colpito da una luce così intensa che superava quella del sole e quasi lo accecò. L’insolito fenomeno, pur avendolo sbalordito, non gli impedì di levare gli occhi verso la cima del monte, dove vide un chiarore di fuoco attorno a un cespuglio, i cui rami però continuavano a restare verdi anche in mezzo alle fiamme come se fossero coperti di rugiada. A quella vista Mosè esclamò: «Andrò a vedere questa grande visione» (Es 3,3) e mentre pro- nunziava queste parole avvertì che il chiarore del fuoco raggiungeva contemporaneamente e in- credibilmente tanto i suoi occhi come il suo udito” (Vita di Mosè I, 20). Dio si fa conoscere mediante la parola come il Dio dei padri. È la parola che svela progressivamente il progetto divino di liberazione. Mosè è chiamato ad ascoltare il suo Dio, più che a vederlo: l’ascolto chiede attenzione. Posso guardare pensando ad altro. L’as- colto esige invece che tutto converga nell’unità di questo sforzo di attenzione e di apertura.
Dio ha visto l’oppressione del suo popolo: “Ho osservato la miseria del mio popolo (3,7.9). Esiste uno stretto legame di causa ed effetto tra i versetti 9 e 10. La causa è ciò che Dio ha visto, l’effetto è la missione di Mosè: “Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato no a me ...” (3,9). Per la prima volta, Dio gli presenta il contenuto della sua missione: “Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!” (3,10). Ma Mosè risponde subito con un’obiezione: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto? (3,11). Dio risponde alla prima obiezione: “Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (3,12). Ma la parola è soprattutto il tramite della più grande rivelazione: il Nome divino al versetto 14.
La rivelazione del Nome divino
“Il nome divino è allora rivelato sotto due forme; «Egli è», la terza persona di un verbo; la si scrive YHWH. Ma non è così che Dio lo rivela prima di tutto a Mosè (Es 3,14). «Io sono colui che sono (o che sarò)». Dio anticipa così la prima parola del Decalogo: «o sono YHWH che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto». Dio «declina» il suo nome declinando il verbo essere. Poiché la rivelazione non consiste solamente in questo verbo essere, ma primariamente nel soggetto: Dio dice «Io». Mancando «Io», «essere» si cancella. Dire «Io», è parlare. Dio si rivela come Colui nel quale essere e parlare fanno un tutto [...] Dalla stessa fonte, Mosè ha visto la Vita nel roveto ardente e ascoltato la Parola”. (P. Beauchamp, ibidem p. 77) L’ultimo versetto (v.15) del nostro racconto riassume tutti i nomi divini: Élohim, YHWH, il Dio dei Padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Gia- cobbe. La seconda parte del versetto è un’esclamazione liturgica, parallela a quanto leggiamo nel Salmo 134,13: “Signore, il tuo nome è per sempre; Signore, il tuo ricordo di generazione in generazione”. Il libro dell’Apocalisse prova molto probabilmente a tradurre questi aspetti quando presenta Dio con questa triplice formula: “Colui che è, che era e che viene” (Ap 1,4).



Esercizio spirituale:
“Crederete che IO SONO” (Gv 13,19)
Nella preghiera di questa domenica, riconosciamo nel Signore “la fonte di ogni bontà” e di “tutta la misericordia”. Domandiamo la grazia di capire meglio qual è l’iniziativa divina nella nostra vita. Seguiamo il consiglio di san Giovanni della Croce: “In primo luogo bisogna sapere che se l’anima cerca Dio, ancor di più il suo Amato cerca lei. [...] In questa opera Dio è l’agente principale” (Fiamma d’amore viva 3, 28-2


Lettera a Roman Ingarden dell’8 novembre 1927 (LEV, 2001)


Contesto: Questa lettera segue a quella presentata nella II settimana. Edith Stein e Roman Ingarden, che si erano conosciuti al tempo degli studi a Gottinga, si rincontrano, dopo più di dieci anni, alla ne di ottobre 1927 a Spira. Edith ricorda il loro rincontro.






“Caro Signor lngarden,
appena ho avuto un po’ di tempo libero, l’ho utilizzato per scriverLe. Volevo farlo subito dopo il ritorno da Bergzabern perché sentivo che quanto Le avevo detto era molto frammentario, così scialbo e smorto a confronto con la realtà che ha alle spalle. [...] Lei vuole sapere quale impressione ho avuto dal nostro incontro: credo che si sia svolto tanto bene che meglio non ci si poteva aspettare. È già tanto se, dopo dieci anni che non ci vediamo e dopo un’esistenza vissuta in situazioni così diverse, si possa parlare liberamente e chiaramente. A dire il vero non mi aspettavo altro. Credo persino che ci siamo intesi meglio di come succedeva a Friburgo. Inoltre, mi sembra che allora eravamo troppo occupati con noi stessi per guardare l’altro nella maniera giusta. Mi ha resa molto felice il fatto che da un punto di vista religioso siano emersi più punti di contatto di quanto le Sue lettere lasciassero prevedere. Per quanto qualche volta già mi ero detta che in Lei tradizione ed educazione cattolica non potevano essere scomparse senza lasciare alcuna traccia. E non mi meraviglia affatto che la mia crescita all’interno del mondo cattolico per Lei non sia altro che un avvicinamento. Non so se i libri La possano aiu- tare a comprendere meglio la via da me intrapresa. [...] Non so se questo per Lei possa essere troppo. Penso che per prima cosa, dovrebbe servirsi della via intellettuale per giungere no ai confini della ratio e con ciò giungere alle porte del mistero. [...] Era evidente che non intendevo presentarLe il mio cammino come il cammino. Fondamentalmente penso che siano tante le strade che portano a Roma, come le teste ed i cuori degli uomini. Forse descrivendo la via da me intrapresa ho maltrattato troppo l’aspetto intellettuale. Nel lungo periodo di preparazione esso ha contribuito in modo sicuramente determinante. E tuttavia sono consapevole che decisivi sono stati gli avvenimenti reali, non il «sentimento», unito all’immagine concreta di un cristianesimo autentico attraverso testimonianze eloquenti (Agostino, Francesco, Teresa). Ma come posso in poche parole darLe un’immagine di quegli « avvenimenti reali»? È un mondo infinito, che si apre come qualcosa di totalmente nuovo, se si inizia almeno per una volta a vivere interiormente, anziché esteriormente. Tutte le realtà, con cui prima si aveva a che fare, diventano trasparenti e si iniziano a sentire in maniera autentica le forze che sostengono e muovono tutto. Come appaiono insignificanti i conflitti con i quali ci si scontrava in passato! E quale pienezza di vita, ottenuta con sofferenza e gioia, che il mondo terreno non conosce né può conoscere, contiene un solo giorno, così insignificante dall’esterno, di un’esistenza umana semplicissima! Ed è strano vivere, come uno di loro, tra persone che vedono soltanto la superficie, senza immaginare o notare tutto quello che gli altri hanno in sé ed intorno a sé. Rimane di stucco dinanzi a queste cose misteriose? Allora non si arrabbi con me, è mia intenzione, se lo desidera, ritornare sul terreno della ratio, dove si sente a casa; non ne ho dimenticato del tutto l’utilizzo, e la stimo - nei suoi limiti - persino più di prima”.
(Lettere a Roman Ingarden, p. 257-259)
Ri essione
Partendo dal racconto di Mosè, posso ri ettere sul mio atteggiamento verso il mistero di Dio. Quale incontro con il Signore è stata per me una rivelazione? Con quale/i Nome/i e con quale titolo mi rivolgo a Dio nella mia preghiera personale?



3. Pregare ogni giorno della settimana con Edith Stein
Lunedì 25 marzo – Annunciazione: imparare la giusta obbedienza
“Entrando da lei, disse: ««Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te»». (Lc 1, 28)
“La Vergine praticava questa perfetta obbedienza (a Dio), visto che si chiamava l’an- cella del Signore, e lo era realmente, mettendo a disposizione del Signore tutte le sue forze per servirlo” (Scritti spirituali).
L’obbedienza gode di cattiva stampa. Devo sempre discernere oggettivamente, visto che raramente ho un angelo di fronte a me. Ma una volta che l’angelo lascia Maria, ella prende l’iniziativa di andare in soccorso alla sua anziana cugina. La vera obbedienza dona il gusto dell’iniziativa, del piccolo “di più” nel servizio di Dio e del prossimo ...
Martedì 26 marzo: un amore senza frontiere
“Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” (Mt 18, 32-33)
“L’amore di Cristo non conosce con ni, non viene mai meno, non si ritrae di fronte all’abiezione morale e fisica. Cristo è venuto per i peccatori e non per i giusti. E se il suo amore vive in noi, allora agiamo come lui e andiamo dietro alla pecorella smarrita” (Il mistero del Natale).
Gesù ci mette difronte ad una esigenze divina, talvolta impossibile ai nostri occhi. Non facciamoci ingannare: è lo Spirito di Cristo, l’Amore di Cristo in noi che può renderci capaci di amare senza limiti.
Mercoledì 27 marzo: la casa di Dio
“Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5, 17).
“Al posto del tempio di Salomone, Cristo ha edificato un tempio di pietre vive, la comunione dei santi” (La preghiera della Chiesa).
Tutta la Parola di Dio mostra che il Signore è alla ricerca di un luogo dove il suo Spirito,
il suo Amore possa riposare (Gen 1). Dal Tempio di Gerusalemme sino al Cuore di Gesù, che è il luogo perfetto dove riposa lo Spirito. Uniti a Lui, formiamo il Tempio annunciato, la comunione dei santi (Ap 21). In Lui, con noi in Lui, tutto è compiuto.
Giovedì 28 marzo: rispondere a Dio
«Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere” (Sal 94).
“In ogni essere umano vi è un ambito che è libero da ogni vincolo terreno, che non proviene da altri uomini e non è definito da altri uomini. In tale ambito egli è solo dinanzi a Dio. È il punto più intimo dell’anima, l’io assolutamente individuale e libero, l’io personale (La struttura della persona umana).
Sono difronte a Dio e devo dargli risposta. Non solamente con la parola ma con le mie azioni. Mi prendo un breve tempo di solitudine per mettermi davanti a Lui.
Venerdì 29 marzo: il comandamento dell’amore
“Non sei lontano dal regno di Dio” (Mc 12, 34).
“Tutta la dottrina di Gesù può essere interpretata come una esegesi dei comandamenti e delle prescrizioni del comandamento dell’amore. (Formazione della gioventù alla luce della fede cattolica).
Amore di Dio e amore del prossimo fanno tutt’uno. Se vedo doppio, ho dunque un problema di vista! Che cosa posso fare oggi per amare il mio prossimo?
Sabato 30 marzo: siamo lucidi!
“Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano ” (Lc 18, 11)
“C’è una ragione per cui Dio si compiace solo dell’amore: tutte le nostre opere e i nostri sforzi sono nulla ai suoi occhi. Non possiamo dargli niente, non ha bisogno di niente e non chiede niente. Vuole solo una cosa: l’amore” (Scientia crucis)
Spesso siamo farisei che vogliono servire Dio ... ed averne gloria ... Possiamo farlo ammirando sempre di più il bene che fanno gli altri, pubblici peccatori o meno ...


Quaresima 2019 – In cammino verso la Pasqua con Edith Stein
III settimana - SUPPLEMENTO: una riflessione filosofica
Il nome col quale Dio stesso si è definito: «Io sono colui che sono»
“Quasi non si osa chiarire queste parole con altre. Tuttavia, se l’interpretazione agostiniana è esatta, si può dedurre: colui il cui nome è «Io sono» è l’essere in persona. Che il cosiddetto Primo ente debba essere persona, si può già dedurre da quanto si è già detto: solo una persona può creare, cioè tradurre in esistenza il suo volere. [...]
Il nome, con cui ogni persona definisce se stessa, è «Io». «Io» può definirsi solo un ente che nel suo essere è interno al suo proprio essere e, nello stesso tempo, al suo essere distinto dagli altri enti. Ogni Io è unico, ha qualcosa che non divide con nessun altro ente, qualcosa di «incomunicabile» [...].
Ogni uomo è un «Io». Ognuno incomincia a chiamarsi «Io». In questo è sottinteso che anche il suo «Essere Io» ha un inizio. Può darsi che egli pronuncia la parola «Io», prima ancora di possederne il significato completo. [...] L’inizio della vita cosciente dell’Io non coincide con l’inizio dell’essere reale umano [...].
Il suo essere è bisognoso e per se stesso è nulla: è vuoto, se non viene riempito e se non riceve contenuti da mondi situati «al di là» del suo dominio, quello «esterno» e quello «interno». E la sua stessa vita viene dall’oscurità e si dirige verso l’oscurità, ha dei vuoti che non possono essere riempiti e viene conservata di momento in momento. Una distanza infinita la separa evidentemente dall’Essere divino, e tuttavia gli assomiglia più di qualsiasi altra che possa trovarsi nel raggio della nostra esperienza: appunto per il fatto che è un «Io», che è persona [...].
In Dio non c’è – come nell’uomo – opposizione fra la vita dell’io e l’essere. Il suo «Io sono» è un presente vivo ed eterno, senza inizio né fine, senza vuoti, né oscurità. Questo Io ha in sé e per sé ogni pienezza: non la riceve da nessun’altra parte – è appunto ciò da cui ogni altro essere riceve tutto, ciò che condiziona tutto, è l’incondizionato. [...] «Io sono» significa: io vivo, io so, io voglio, io amo – tutto questo non è un susseguirsi di atti temporali, ma proviene dall’eternità nell’unità di un atto divino, in cui coincidono tutti i diversi significati di atto – essere reale, presente vivo, essere perfetto, movimento dello spirito, atto libero. L’Io divino non è vuoto, ma accoglie, riunisce in sé e domina ogni pienezza. [...] È l’essere pienamente reale in quanto non ha in sé nessuna possibilità inadempiuta. [...] Dio è il Creatore di tutto il mondo che diviene e viene meno ed ha stabilito l’ordine dei passaggi dall’essere possibile all’essere reale. Ci troviamo qui di nuovo di fronte al grande mistero della creazione: che Dio abbia cioè tratto diversi esseri dal suo unico essere; una molteplicità di enti in cui è sperato ciò che in Dio è unito. [...]
Dio ha fatto nascere, ha plasmato e mantiene nell’esistenza tutto ciò che esiste [...].

Vicino alla rivelazione del nome di Dio «Io sono» vi è nell’Antico Testamento questa espressione nel racconto della creazione: «Facciamo l’uomo a nostra immagine» (Gen 1,26) che i nostri teologi ritennero la prima spiegazione del mistero della Trinità; inoltre c’è quella
frase chiara del Redentore: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Il noi in quanto unità del’Io e del Tu, è un’unità superiore a quella dell’Io. È – nel suo significato più perfetto – una unità dell’amore. [...] L’amore è dono di sé ad un tu, e nelle sua perfezione – per il dono reciproco di sé , è l’essere-uno. Poiché Dio è Amore, l’Essere divino deve essere l’essere uno di una pluralità di Persona, ed il suo nome «Io sono» è equivalente a «io mi dono totalmente ad un tu», «sono un tutt’uno con un tu» e quindi anche ad un «noi siamo». [...]
(Edith Stein, Essere finiti e Essere eterni, Città Nuova Editrice, 19884, p. 366-373 passim)

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi