AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 19 settembre 2016

Avviso ai visitatori

Su suggerimento di P. Nicola Galeno ocd, vi informo che da oggi, per chi desidera seguire Elena Rocca e Padre Gerolamo Graziano, ho creato due etichette, che troverete alla destra della home page (pagina iniziale) sotto le diciture ELENA ROCCA e PADRE GEROLAMO GRAZIANO. Chi invece volesse seguire tutte le pubblicazioni di Padre Nicola, non ha che da cliccare sull'etichetta (sempre nell'elenco delle etichette in prima pagina) il suo nome, ovvero Padre Nicola Galeno. 
Ci sembra che in questo modo possiate più agevolmente cercare quanto desiderate.
Buona lettura!
Danila Oppio



Padre Gerolamo Graziano della Madre di Dio (1545 - 1614)

Padre Gerolamo Graziano della Madre di Dio (1545-1614)

DIVAGAZIONI SU DI UN 4° CENTENARIO IN SORDINA (47)





ILLUMINAZIONI INTERIORI (03)

   C’è il detto: tutti i Salmi finiscono in gloria. Ma come finisce allora questo Diario tanto affascinante che ci ha fatti entrare nel vivo dell’ultimo quarto di secolo del 1500? L’immagine è quella del caro Confratello più carico di un somaro insieme al suo umile accompagnatore, essendosi azzoppati i muli nell’attraversamento di un ponticello pericolante. L’altro imprecava contro i diavoli che avevano orchestrato l’incidente; gli stessi che la notte prima lo avevano sbattuto giù dal letto... “Io però lo rimproverai per queste bizzarrie, invitandolo a mettersi sulle spalle sella e bisacce, mentre io mi caricavo tutto il resto delle mercanzie con molta fatica, perché dovemmo fare a piedi e sotto la pioggia più di tre leghe con tutto quel carico”.

Caro P. Gerolamo Graziano, non sono nulla quei chilometri fatti in mezzo al fango rispetto ai quattro secoli occorsi prima che tu venissi riscoperto, almeno da noi italiani. Ti siamo grati per averci svelato aspetti ignoti della fisionomia spirituale della nostra S. Madre Teresa, infondendo nel nostro spirito l’anelito di spenderci sempre e soltanto per la gloria di Dio.

 Con questo 16° Dialogo si chiude il tuo Diario (Peregrinazione di Anastasio).


Cirillo. – Allora ascolta quanto io conservo scritto di pugno dalla madre Caterina di Gesù, fondatrice del monastero di Beas, una delle maggiori sante dell’Ordine e che ha goduto più favori soprannaturali. In alcune sue lettere dice testualmente quanto stava sperimentando:
   “Stavo ascoltando messa e raccomandavo a Dio V. R. e le fondazioni. Mi parve che la santa Madre dicesse di riferirgli che non si separasse dal suo dito, e che non lo desse a nessuno finché fosse vivo, perché le sarebbe stato utile per aiutarlo nelle fondazioni ed in cose personali di V.R. proteggendolo ed aiutandolo alla virtù. La cosa fu talmente chiara, che mi sentii ansiosa di avere anch’io un’altra reliquia della nostra (Santa) Madre”.

   Anastasio. – Occorrerebbero molte risme di carta per narrare tutto quanto mi è capitato con questo dito che tagliai più di ventisette anni fa e porto con me. Ma va’ pure avanti.
  
Cirillo. – Nel medesimo quaderno dice:
   “Per V.R. mi disse che riguardo alla pena che sente quando lo criticano di alcune cose, per esempio: che viene meno al suo compito perché è remissivo nel castigare, è troppo blando e gli manca brio per fare il prelato, che questo non gli dia pena, sebbene lo dicano, e non si affanni in cambiare la sua indole e modo di procedere, perché più facilmente si commetteranno errori che indovinare le cose; vada sempre avanti con l’abituale timor di Dio, perché in siffatta maniera si servirà molto Nostro Signore e si ricaveranno grandi guadagni; che lo prendano pure come vogliano. Per quanto concerne i castighi, scelga quello che più si avvicina alla carità ed al perdono, perché questo è il modo di fare di Dio, e con meno pubblicità e più segretezza nelle cose che riguardano il prossimo”.

  -  Nelle prediche si insista molto perché le confessioni siano ben fatte, perché questa è una cosa molto importante: infatti nulla brama tanto il demonio quanto di mescolare il veleno con la medicina.
   - E’ una cosa bruttissima che i confessori raccontino cosa alcuna di quanto avvenga in confessione: non si deve né raccontare né trattare sia il male che il bene appreso in confessione.
- Si ponga un freno al parlar male delle beate, perché ne esistono molte fra loro che sono anime molto gradite a Dio.
- Uno non disapprovi lo spirito col quale procedono gli altri: tutti possono azzeccare, ciascuno nel suo genere; sono molti i danni generati da questa critica vicendevole.
- Il Prelato non creda alla leggera a qualsiasi cosa scritta o detta riguardo alle mancanze dei propri sudditi; cerchi piuttosto di sospendere il giudizio finché non si sia ben informato.
- Si sforzi di introdurre in tutti i conventi la mentalità che non bisogna ricercare il benessere temporale alla stessa maniera dei secolari: si fidino di Dio e vivano nel raccoglimento, perché sovente accade (col pretesto del sostentamento della casa o del profitto delle anime) che si finisca poi per introdurre un’eccessiva comunicazione coi secolari con grande danno per gli spiriti.
- Il Prelato cerchi di acquisire per sé stesso e lo insegni ai suoi sudditi, che quando c’è da prendere una qualsiasi decisione grave, si ponga dapprima nel raccoglimento della preghiera, perché da questo comportamento escono solitamente dei buoni effetti.
- Il Prelato cerchi di fare il possibile per trovarsi presente alle fondazioni, e questo è importante per molte ragioni: tra le altre, per ovviare all’inconveniente che ne segue quando i sudditi fanno una fondazione: sono soliti infatti prendere proprietà delle case che fondano; capita perciò che nascano delle controversie e divisioni nelle quali si perde tempo, essendoci molte teste.
   - Nei nuovi monasteri di monache da fondare porti come priora colei che ha esperienza di governo (anche prendendola da un altro monastero), perché chi non ha quest’esperienza farà meno danno in un monastero già fondato che in uno da fondare ex novo.
   - La superiora da mettere nel monastero sia la più obbediente al Provinciale, perché così la casa farà progressi nell’obbedienza.
   - Insegni alle priore come allevare le proprie suddite staccate da tutte le cose esteriori ed interiori, e lo sia lei pure, perché sono spose di un così grande re come il Cristo.
   - Il Prelato non vada a fondare monasteri di monache senza avere alcun principio di sostentamento: le monache entrando non debbono aver molto bisogno dei secolari in modo da salvaguardare la stima dell’Ordine.
    - Cerchi di visitare personalmente i conventi e nel caso dovesse inviare qualcuno al suo posto, questa sia una persona umile, di esperienza e di spirito; deve stimare molto il Prelato, perché se non è, vorrà introdurre nuovi modi di governo, donde scaturisce un gran danno per l’Ordine.
   - Dovunque si trovi, il Prelato lodi la penitenza e riprenda gli eccessi nel vitto: purché non si danneggi la salute, la penitenza, l’austerità ed il disprezzo di sé aiutano sempre molto lo spirito.
   - E’ bene che non ci siano rielezioni di priori nei conventi di frati: anche se a volte è necessario rieleggere quanti hanno esperienza, la cosa più normale è che quanti sono stati Prelati tornino ad essere sudditi perché sappiano ubbidire ed umiliarsi, e grazie all’esempio di queste due virtù i fratelli ricavino un grande profitto; quando tornano ad essere rieletti, compiono ottimamente il loro ufficio.
   - Si osservi la norma che stabilisce gli esercizi spirituali ed il raccoglimento per alcuni giorni in vista del profitto delle anime.
   - Nel giorno del giudizio ai Prelati verrà richiesto un severo rendiconto, e molti di loro dovranno fare tanto purgatorio – ed alcuni di loro l’inferno – per i peccati altrui, anche se per i propri non vengono condannati

sabato 17 settembre 2016

Don Giusppe MazzantI: MALATTIA E MORTE DI ELENA ROCCA (1893-1919)






Don Giuseppe Mazzanti: MALATTIA E MORTE DI ELENA ROCCA (1893-1919)

   







                                                                                                                  Elena   Rocca (1893-1919)

......................................................

“Ringrazio Dio di avermi fatto assistere
alla morte di quell’Angelo,
morte che ha saputo diffondere sull’animo mio
un senso ineffabile di giocondità”.

(Inizio della lettera di Don Giuseppe Mazzanti a 16 giorni dalla morte di Elena)


Imola 18 gennaio 1919

   Carissimo Padre,
Le avrei scritto molto tempo prima intorno alla morte dell’Elena se non fossi stato impedito dalle troppe occupazioni.

Mi proverò a buttar giù alla meglio, e un po’ in fretta!, ciò che ò visto, che ò provato e provo ancora nell’animo mio.

Elena ammalò il 27 u. s. Sembrava un male trascurabile, ma la sera del 29 il medico riscontrò una polmonite.  Proprio nella stessa sera si metteva in letto anche il fratello Canonico. L’una e l’altro avevano contratto il morbo fatale, il Canonico per dovere e carità di ministero, Elena per sola carità, giacché da mesi passava da una casa all’altra facendo iniezioni e confortando le amiche inferme.
Tra queste fortunate vi è pur mia sorella che durante l’ottobre scorso à sentito i benefici servigi di questa creatura Santa.

La mattina del 31 mi recai dall’Elena. Essa mi guardò col suo immutabile e tranquillo sorriso e mi chiese di benedirla. Avrebbe voluto comunicarsi, ma lo stomaco si ribellava a qualunque cibo. Si confessò nello stesso giorno al suo Confessore ordinario. Il dì appresso era più sollevata; combinai di viaticarla e le portai una minima parte di sacra specie. Ma quando, deposto il SS.mo sul piccolo tavolo preparato nella stanza, mi accostai per chiederle se se aveva bisogno di conciliarsi, essa, prendendomi un braccio, Non mi comunico, disse, se prima non ò parlato a D. Rocco.

   Le altezze dell’Elena mi erano affatto ignote e quel suo atto mi lasciò quasi mortificato. La avvisai che il fratello febbricitante non si sarebbe potuto alzare, che gli domandava un sacrificio troppo grande. Tutto fu inutile; il rifiuto e il comando erano recisi.

Il povero canonico alzatosi lasciò il letto, venendo a confortarla. Rimasero insieme un quarto d’ora, ignorando noi tutti ciò che si dissero quelle due anime. Il Canonico non doveva più vedere la sua Elena.

Così confortata la giovinetta si comunicò edificandomi col suo portamento devoto e con le sue infuocate preghiere. Non mi allontanai più dal suo letto. Il male faceva rapidi progressi, lasciandoci tuttavia la speranza della guarigione.

Non era ancora trascorsa un’ora dalla Comunione quando l’Elena mi chiamò e stringendomi e baciandomi la mano quasi a ricompensarmi della mortificazione causatami, mi disse: Sono raggiante, sono contenta, vado in Paradiso.  Presagiva dunque la morte e presagiva anche il Paradiso.

Non troppa fretta, Elena, soggiunsi io. Preghi piuttosto Gesù che la lasci ancora a conforto dei suoi e a suo maggior profitto spirituale. Del resto, continuai io, lei si piega a qualunque volere di Dio? Accennò di sì col capo. Mi pregò poscia di non allontanarmi e che l’aiutassi a sostenere le tentazioni.  Del male fisico non si lagnò mai, anzi desiderò di averne tanto per amore del suo Dio.    

Sapendo di trovarmi con un’anima singolare, dissi qualche cosa al fratello per sapermi come regolare. Pranzai appena e ritornai al suo letto. La natura soffre, mi disse una volta. Le andavo leggendo preghiere e le suggerivo buone cose come ella desiderava. Ai medici che vennero per un consulto: non mi ingannino, disse, tanto so che muoio.

Verso le 19.30 c’era nela stanza un terzo medico, che sostituiva quello curante; poco dopo entrò pure quest’ultimo. L’inferma si era messa seduta sul letto come se fosse sana; incrociò le mani tra le quali stringeva il Crocifisso e disse ad alta voce una lunga e tenera preghiera raccomandando ad uno ad uno i suoi di casa a Gesù.

Ricordò me pure e ciò mi fa gioire. Tengo più a questa preghiera dell’Elena che a tutte le ricchezze di quaggiù. Buona Elena, ti ringrazio e ti benedico! Fammi degna di te!... L’atteggiamento con cui pregava, le espressioni nobili, infuocate non potevano non commuovere. Il medico curante non poté resistere e lasciava la stanza dicendo tra i singhiozzi: E’ una Santa! E’ una Santa!
  
Più tardi chiamò il medico rimasto a sostituire quello di casa, il tenente medico Gamberini di questa città, e arditamente gli chiese se era cristiano. Senza dubbio, rispose l’interpellato. Allora lei deve sapere, spero, le preghiere, e volle senz’altro che il medico le dicesse con lei. Gli fece recitare il Pater, l’Ave, il Gloria, l’Angelus ed il Requiem. Il buon dottore, curvo sull’inferma, docile come un bambino la seguì parola per parola, scandendo le sillabe, proprio come lei voleva.

Poi nuovamente interrogandolo, mentre gli stringeva la mano come per compiacersi di avere al letto un medico cristiano: à dei bambini lei? – Sì, Elena, ne ò due. – Ebbene, soggiunse con tutta l’effusione della sua carità, li educhi nella religione cristiana! Il medico trattenne a stento le lagrime, e, lo farò, disse; ma tu, Elena, tu piuttosto prega per i miei bambini. – Quando?... poi ridendo allegramente: Ah! Sì, sì, quando sarò in paradiso! Tutti si piangeva.
  
Intanto il mostro d’inferno che sapeva d’aver dinanzi un’eroina, tentava i più studiati assalti. I famigliari ebbero momenti di timore sentendo che l’Elena si accusava cattiva, che non aveva mai amato Dio, che aveva finto sempre, ma che ora la commedia cessava, mentre era troppo tardi. Però confidava sempre nella divina misericordia. Per me quelli erano lampi fulgidi di una umiltà sentita e profondamente radicata.
  
La lotta divenne violenta e fu vista dibattersi sul letto più di un’ora senza requie. Coraggio, Elena, le diceva ogni tanto. Gesù s’appressa e le vuol bene. Più le dispiace di non averlo amato, più Gesù le perdona. – Sono all’inferno, mi disse una volta. Ah mio Dio! Non vi ò mai voluto bene. Nessuno può capire quanto io sono stata cattiva. Poi agitandosi sempre mi afferrò un braccio e mi sussurrò. Voglio far la confessione... generale, se non la faccio non muoio. Allontanatisi gli altri, si trasse sulla sponda del letto perché potessi sedere e mi pregò di non stancarmi; poi cominciò a confidarmi le sue pene.
  
Io ascoltavo quell’Angelo che mi edificava; piangevo ed arrossivo; ero indegno di esserle accanto. La lasciai, come era mio dovere nella sua grande umiltà, mentre mi sentito tentato a dirle forte forte: Elena, tu sei una santa.
  
Ricevuta con allegrezza l’assoluzione si acquetò. – Erano le due di notte. Cominciai di nuovo le preghiere degli agonizzanti e questa volta in italiano. Elena mi seguiva, ed era così presente a se stessa che ad un tratto mi fermò e volle che le ripetessi un passo, non ricordo quale, che forse avevo letto male. Poi il suo volto si coprì di pallore. La morte era imminente. I fratelli piangenti, credendola spirata, trassero lungi la madre che poco prima Elena aveva teneramente abbracciata infondendole coraggio.

Rimanemmo io solo ed il medico a raccogliere gli ultimi rantoli. Alle due e 15 un altro lievissimo sospiro e l’anima candida spiccò il volo per i Cieli. Il volto d’Elena sfolgorò un attimo improntandosi ad un sorriso così bello che sempre ò conservato. Così morì la nostra Elena ravvolta nell’umiltà in cui era sempre vissuta. Purtroppo l’ò conosciuta mentre mi sfuggiva.

Se non avesse comandato a tutti di pregare per lei, di non dimenticarla sotto il pretesto che la credevano buona, io sulla sua tomba starei come dinanzi all’Altare. Ringrazio Dio di avermi fatto assistere alla morte di quell’Angelo, morte che ha saputo diffondere sull’animo mio un senso ineffabile di giocondità.
  

Otto giorni dopo anche il povero Canonico Rocco, lui pure rassegnatissimo e pieno di edificazione, seguiva nella tomba la sua amata Elena. Quando certi fiori vengono divelti la terra si fa brulla, ci annoia, ci fa sentire la nostalgia del Cielo. Preghi per me. Se qualche altra volta potrò servirla mi reputo onoratissimo.
                                     Sac. Don Giuseppe Mazzanti
                                       Vice Cancelliere Vescovile


(Elena Rocca con la sua candida veste di Figlia di Maria)


L’ISTANTE DEL TRAPASSO DI ELENA

Sorella, consumasti il tuo Calvario
con uno schianto sovra questa terra,
eppur non so spiegarmi quanto avviene...
Scompaion tutte quelle contrazioni
dal viso. Per incanto si distende
un riso celestiale: già contempli
il sospirato Sposo nel fulgore!

(Ferrara 22-3-2016) , Padre Nicola Galeno


giovedì 15 settembre 2016

Menzione d'onore per Poesie d'Amore: PETTIROSSO

Ho ricevuto oggi l'antologia poetica edita da A.L.I. Edizioni Penna d'Autore, titolata Poesie d'Amore - Poeti contemporanei. Molto ben curata, il volume stampato con un'elegante veste grafica, copertina in similpelle, immagine a colori che rappresentaAmore e Psiche di Antonio Canova, commissionata nel 1787, in stile neoclassico che ispira emozione. Fregi e scritte in oro.  

Insieme all'Antologia ho ricevuto il diploma con Menzione d'Onore, ottenuto per la mia poesia Pettirosso.




Ed ecco il testo della poesia: 


Pettirosso

Ecco il pettirosso
Che la mattina presto
Da un ramo dell’abete
Guarda alla finestra

Attende che gentile
Mano sbricioli del pane
Per la sua grande fame.

Non fugge spaventato
Ormai confidente e sazio
Saltellando sopra il gelo
Di un rigido gennaio.

Mi rassomiglia un poco
Anch’io attendo trepida
Briciole di cuore
Spezzate da un poeta.

Versi e parole buone
Il saluto del mattino
L’abbraccio della sera
In volo sopra il mare.

Danila Oppio

mercoledì 14 settembre 2016

Il canto della Fata . seconda edizione 2016

Ecco, fresca di stampa, la seconda edizione dell'antologia edita da L'ArgoLibro, de

 IL CANTO DELLA FATA 



A questa antologia ho partecipato con una filastrocca dal titolo e testo:

Fata fatina

Fata fatina
la notte s’avvicina
la bacchetta
nella tua manina
per far sognare
una bambina.

Sogni scintillanti
le stelle
come diamanti
lucciole lucenti
giochi divertenti.

Fata fatina
dall’ala azzurrina
raccontami una storia
da imparare
a memoria
così che domattina
la possa narrare
alla mia bambina

Danila Oppio

martedì 6 settembre 2016

Padre Gerolamo Graziano della Madre di Dio (1545-1614)

Padre Gerolamo Graziano della Madre di Dio (1545-1614)

DIVAGAZIONI SU DI UN 4° CENTENARIO IN SORDINA (46)





ILLUMINAZIONI INTERIORI (02)

   La vita somiglia a volte all’attraversamento di una grotta dal fondo molto scivoloso. Disponiamo purtroppo soltanto di una fioca lampada e l’uscita si sembra sempre più lontana. Quale sorpresa trovarvi al termine persone care che ci hanno seguito coi loro palpiti! Sentendo le loro confidenze abbiamo una strana sensazione: vedevano meglio loro stando fuori che non noi alle prese con quel buio fitto!

E’ ancora il 16° Dialogo del caro Confratello a consentirci tutte le citazioni.


Cirillo. – In un’altra lettera autografa la stessa Madre dice queste parole: “Tramite corriere scrissi la settimana scorsa, rispondendo a Paolo sopra la questione delle dicerie. Ne trattai con Giuseppe, che mi disse di avvisarlo che aveva molti nemici visibili ed invisibili e perciò stesse ben attento. Non vorrei pertanto che si fidasse troppo di quelli dell’Egitto (Vostra Paternità glielo dica) e neppure degli uccelli notturni”.
  
Anastasio. – La madre Teresa – usando un linguaggio cifrato – aveva dato ad Anastasio il nome di “Paolo”, ed a nostro Signore Gesù Cristo quello di “Giuseppe”, quando le diceva qualcosa in una rivelazione. Così pure chiamava i Calzati “quelli dell’Egitto” e le monache Calzate “uccelli notturni”.

L’origine di questa lettera si deve alla visita che stavo facendo alle monache Carmelitane Calzate di Paterna. Trovai che un frate aveva sollevato contro tre di loro una orribile falsa testimonianza. Per liberarle dall’infamia, che era sulla bocca di tutti a Siviglia, punii quel frate facendogli mettere addosso uno scapolare di strisce di diverso colore – come comanda la Costituzione –. In seguito, quelle stesse tre monache che avevo liberato dall’infamia, ed alcuni frati Calzati – tra quelli che avevo trattati molto amichevolmente e mi fidavo di loro – levarono contro di me terribili false testimonianze, inviando i processi al nunzio Sega, e da tutto ciò derivarono non pochi travagli per me.

   Cirillo. – Oh, mi venga Dio in aiuto! E con quanta ragione dice qui la Madre di non fidarti di “quelli dell’Egitto” (che erano i Calzati dell’Andalusia), né degli “uccelli notturni”! (che erano le Calzate di Paterna).
  
Spiegami anche queste parole che la stessa Madre dice in un’altra sua lettera autografa in mio possesso: “Stavo pensando chi dei due volesse più bene a Vostra Paternità: Io trovo che la signora donna Giovanna ha marito ed altri figli cui voler bene, mentre la povera Lorenza non ha altra cosa sulla terra all’infuori di questo Padre. Piaccia a Dio di conservarglielo, amen; io la consolo molto. Mi dicono che Giuseppe l’ha rassicurata di nuovo, e con ciò tira avanti, benché con travagli e senza sollievo per loro”.

 Anastasio. – In questa lettera la madre Teresa chiama se stessa “Lorenza”. E perché tu lo capisca sino in fondo, devi sapere che lei amò me tenerissimamente ed io lei più di qualsiasi altra creatura della terra. Dopo di lei viene mia madre donna Giovanna Dantisco, che mi voleva un bene superiore a quello verso gli altri suoi figli. Ma questo grande amore, che io portavo verso la madre Teresa e lei a me, è di un altro stampo di molto superiore a quello che abitualmente si trova nel mondo: quello è rischioso, imbarazzante, causando pensieri e tentazioni non buone che sconfortano e rendono tiepido lo spirito agitando la sensualità. Quest’amore invece che io portavo alla madre Teresa e lei a me, causava in me purezza, spirito e amor di Dio, ed in lei consolazione e sollievo dai suoi travagli (come mi disse sovente); e così, io non vorrei che nemmeno mia madre mi volesse più bene di lei. Benedetto sia Iddio che mi diede un’amica così buona!, che mentre lei è in cielo non si affievolirà quest’amore, e posso nutrire fiducia che mi sarà molto proficuo.

Ma guarda che cosa sono le lingue mordaci!, che per la grande comunicazione e familiarità che regnava tra noi due, alcuni maligni giudicavano che non fosse un amore santo. E se lei non fosse stata così santa com’era ed io il peggiore al mondo, di una donna sui sessant’anni così ritirata e onesta non c’era ragione per dei sospetti. Nonostante ciò, occultavamo questa amicizia così intima perché non venisse interpretata male.

   Cirillo. – Benedetto sia Iddio perché un’anima così santa ti ha tanto amato, ed aveva da parte di Dio l’assicurazione che non ti avrebbe tolto quella consolazione! Ma che cosa vogliono dire queste parole da me lette in un’altra sua lettera di sua mano?

   “Ritengo sia un grandissimo favore di Dio, che fra tante tempeste Paolo stia così forte per sì grandi decisioni, che una sola ora in un mese è tanto, avendo così tante occasioni per perdere la pace. Sia resa gloria a Chi glielo dà. Se porta a termine quel contratto, non v’è altro più da desiderare per la mia consolazione, perché tutti gli altri travagli debbono alla fine finire; e se non dovesse essere così, non ha importanza.

Vostra Paternità lo avvisi che io conserverò quella scrittura per chiedergli la parola qualora venisse meno. Viene a proposito per i timori nei quali mi trovo, perché tutta la mia pena è questa: che Paolo non faccia cosa in cui devii dalla volontà di Dio. Su questo, Giuseppe ha rassicurato molto Angela dicendo che va bene e meritando sempre di più”.
  
Anastasio. – Qui la madre Teresa di Gesù chiama se stessa “Angela”, il Cristo “Giuseppe”, e “Paolo” Anastasio E tu devi sapere che quando eravamo assenti, io le rendevo conto di tutto quanto passava nell’intimo del mio spirito e sovente glielo scrivevo in quadernetti che lei conservava. Quando mi vidi in mezzo a forti contrasti ed imbarazzi, il Signore m’infuse grandi propositi di fare lo stesso voto fatto a suo tempo dalla madre Teresa di Gesù, cioè di fare in tutto la cosa più gradita a Dio, e le diedi la mia parola che l’avrei osservato.

Mentre andavo indagando se fosse bene emettere questo voto, mi consigliarono di non farlo per evitare scrupoli, e che piuttosto lo proponessi con fermezza. Lo scrissi pertanto alla Madre come quando si stipula un contratto. Questi desideri di fare la cosa più gradita a Dio – anche a costo di perdere mille vite per esso – andava sempre più crescendo dentro di me. Intendo sia questo quanto dice la madre Teresa in questa lettera.

   Cirillo. – Ho visto molte lettere autografe della stessa madre Teresa legate in un libro di quattro dita di spessore. Di esse – quantunque ci fossero molte cose ancora da domandare – non voglio più trattare, perché voglio piuttosto una tua spiegazione su di un altro foglio della stessa santa Madre che dice queste parole:  “Me ne stavo un giorno con molto raccoglimento raccomando Eliseo a Dio. Intesi: ‘E’ un mio figlio veritiero, non mancherò di aiutarlo’, o una parola di questo genere che non ricordo bene”.

“La vigilia di San Lorenzo, dopo la comunione, si trovava la mia mente così disattenta e distratta, che non ero capace di niente. E cominciai ad avere invidia di coloro che vivono nei deserti, parendomi che essi, non vedendo né intendendo nulla, dovessero andar liberi da queste distrazioni. Intesi allora queste parole: « T'inganni molto, figlia; anzi, le tentazioni del demonio sono là più forti che altrove. Abbi pazienza, perché finché si vive, non c’è riparo».

Stando così, mi sentii improvvisamente raccolta, inondata nel mio interno di tanta luce da sembrarmi d'esser trasportata in un altro mondo. E si trovò lo spirito dentro di sé come in un boschetto o in un giardino molto delizioso, che mi richiamò alla mente ciò che si legge nei Cantici: Veniat dilectus meus in hortum suum. Vi scorsi il mio Eliseo, certo non di pelle scura ma con una bellezza insolita: sopra la testa aveva come una corona di fiori di diadema prezioso, mentre molte fanciulle camminavano innanzi a lui con in mano delle palme, tutte cantando lodi al Signore. Io non facevo che tenere aperti gli occhi per cercare di distrarmi, ma senza riuscirvi. Mi pareva che vi fosse una musica di uccelletti e di angeli, di cui l’anima godeva anche se io non la sentivo, ma lei rimaneva in quel godimento. Io osservavo che non c’era lì nessun altro uomo.

Mi fu detto: « Egli ha meritato di essere in mezzo a voi. E tutta questa festa che tu vedi ci sarà nel giorno che lui stabilirà in onore di mia Madre. Affrettati, se vuoi arrivare dove egli è ». Questa visione mi durò più di un'ora e mezza, senza potermi distrarre, e con grande gaudio, cosa differente da altre visioni. E quello che da questo ricavai fu più amore per Eliseo e tenerlo più presente in quella bellezza. Ho avuto paura se fosse tentazione, giacché immaginazione non fu possibile”.

   Anastasio. – Anch’io temo che questa potesse essere un’illusione del demonio, perché conosco molto bene quanta differenza vi sia tra la mia anima e spirito e quello della santa madre Teresa e come io sia cattivo. Quello che potrei dire con certezza in questo caso è che nessuno ha desiderato così tanto il profitto ed il bene delle religiose Carmelitane Scalze come me, e neppure ha patito al pari di me perché perseverassero nell’osservanza della Regola e Costituzioni con le quali la santa Madre le aveva fondate e perché non le cambiassero i Prelati che dopo di me le governarono. Quanto dice a proposito della festa della Vergine Maria penso si debba al fatto che io cercai di istituire in tutti i conventi la festa della Presentazione della Madonna in memoria del favore fattomi dal Signore nel giorno della presentazione del Breve ai frati Calzati a Siviglia quando – come ho già detto – mi vidi nel pericolo maggiore sino allora sperimentato.

*    *    *

Altre visioni di altre monache sante

   Cirillo. – Altre serve di Dio dotate di grande spirito scrivono di propria mano cose che mi piacerebbe domandarti. E la prima sia la madre Maria di san Giuseppe, priora di Lisbona, che in un quadernetto dice queste parole:   
“Dopo che catturarono nostro Padre mandandolo prigioniero a Madrid, mentre stavo in orazione, vidi un grosso serpente con sette teste, ed il Padre che, con le mani giunte ed il viso rivolto al cielo, si stava sollevando così in alto che non potevano raggiungerlo tutte quelle teste che con la bocca spalancata gli andavano dietro. Mi pare che lui venisse portato in una città molto risplendente, mentre le teste di quel serpente andavano disfacendosi ad una ad una; rimaneva soltanto il corpo senza testa, ciò che abbiamo già visto adempiuto. Quando vidi che portavano il Padre in quella città, io mi rattristai, perché pensai che dovesse morire prima di uscire da quel carcere, e che quella città fosse il cielo”.
  
Ed aggiunge: “Stando un giorno afflitta per la terribile sentenza emessa contro quel Padre innocente e santo, il Signore mi fece capire che mediante l’abito dei Padri Calzati Lui gli avrebbe restituito l’onore innalzandolo ad un grado che non immaginavamo. Avvenne questo in (di) maniera tale che mi scomparve tutta quella pena, e mai più l’ho avuta per le sue vicende; e rimasero tali effetti nell’anima, che in ciò non ho alcun dubbio.
  
   Anastasio. – Questo serpente dalle sette teste dovette significare la Consulta con i suoi sette definitori. Ed è nelle stesso tempo meraviglioso e spaventoso che mentre io pativo e restavo prigioniero nella terra dei turchi, prima ancora che io prendessi l’abito dei Calzati, morissero quasi tutti questi Padri che emisero la sentenza. Il governo della Consulta continuò ad esserci, non però come prima. Ho poi sperimentato che con l’abito dei Calzati il Signore mi ha utilizzato in cose importantissime del suo servizio.

   Cirillo. – Simili a queste parole sono quelle che scrisse la madre Anna di san Bartolomeo, compagna della madre Teresa. Suonano così:
   “Mentre lui si trovava in carcere dopo essere scaduto da Provinciale, vide un agnello che veniva cacciato fuori dall’ovile da molti lupi, finendo in mani di altri nemici, ma che Nostro Signore lo tirava fuori, gli ridava l’abito e lo faceva emergere su tutti”.
  
Un’altra monaca ebbe molte prove della sua liberazione e del suo ritorno nell’Ordine. Ad un’altra Nostro Signore confidò molte parole dicendo che avrebbe favorito il suo servo prima che giungesse l’ora della sua morte.
  
In un quaderno scritto dalla madre Maria di san Giuseppe [Dantisco], priora di Consuegra, sono scritte queste parole:
  “In quei giorni, mentre la madre Anna di san Bartolomeo entrava in una grotta che avevamo là a Madrid, vide una moltitudine di demoni che stavano facendo un gran fracasso lì dentro con delle lettere”.
  
Anastasio. – Mi hanno raccontato molte cose che sono capitate a quest’Anna di san Bartolomeo riguardo alle mie vicende. Ma queste lettere o dispacci della grotta debbono significare la moltitudine di processi che si scrissero contro di me. Venni poi a sapere che il Padre fra’ Elia di san Martino, da Generale dell’Ordine, li bruciò perché venissero dimenticate tutte quelle calunnie.

   Cirillo. – La stessa Maria di san Giuseppe [Dantisco] scrive di suo pugno quanto segue:
   “Una religiosa molto credibile – che è già morta (Maria della Natività) – mi raccontò di aver sentito da una certa persona spirituale e addentro in molti dettagli dell’orazione (Anna di Gesù) che mentre lo stava raccomandando a Dio alcuni anni prima che finissero i travagli di Madrid, lo vide in figura di stella molto risplendente    e lo facevano passare da un posto all’altro dicendo: ‘Tanta luce dà qui questo, come là’. Questa sopraddetta persona disse alla religiosa: ‘Annoti e si ricordi di ciò per i tempi avvenire, perché non so cosa possa capitare a questo Padre’.
  
Anastasio. – Dio può benissimo far sì che si produca tanto frutto con un abito come con un altro, come ho visto per esperienza.

   Cirillo. – E la stessa Maria di san Giuseppe aggiunge nel medesimo quaderno:

“Anche il dottor Bernabé del Mármol mi disse che passando da Alba quando cominciavano le sommosse di Madrid, una religiosa molto serva di Dio del nostro monastero delle Scalze aveva cercato in tutti i modi di parlargli. Essendoci finalmente riuscita, gli disse che voleva soltanto far avvisare Anastasio di tenersi pronto a patire tre grandi travagli che presto gli sarebbero capitati; sebbene lui avesse molto desiderato patire, mai avrebbe previsto questi. E così fu: la privazione dell’abito, i travagli a Roma col Pontefice e la prigionia. Così il dottor Mármol capì che queste tre cose erano proprio quelle dette dalla religiosa”.
Seppe anche dal Padre Giovanni Diaz, discepolo del Padre maestro Avila, che proprio allora stava dicendo messa e raccomandando il Padre a Dio, perché soffriva a vederlo in mezzo a tanti travagli. Nostro Signore gli disse queste parole: ’Lascia che faccia il pieno di travagli, perché è questo che lui desidera e lo fa contento’.
  
Anastasio. – Questo Padre Giovanni Diaz fu un gran servo di Dio e di molta orazione, nipote del Padre maestro Avila, al quale rimasero tutti i suoi scritti, facendo stampare l’Audi filia (Ascolta, figlia) ed altri libri. L’espressione “lascialo fare il pieno di travagli” corrisponde a verità, perché proprio quando quelli si facevano più pesanti, mi venivano in mente queste parole che Geremia dice del Cristo: Saturabitur opprobriis, e queste mi erano di grandissima consolazione.

   Cirillo. – Nello stesso quaderno la stessa Madre aggiunge queste parole:
   
“Un Padre dei nostri Scalzi mi raccontò che all’epoca della persecuzione dei Calzati, andando lui come compagno di V. R. e afflitto nel vederlo perseguitato, si sentì dire da V. R. : ‘Fratello, si abbatte per questo? Maggiori travagli dovrò sopportare dai miei stessi Scalzi nel corso del tempo, che questi sono un niente’. E replicando lui: ‘Com’è possibile, Padre, che glieli diano i suoi stessi figli?’, V. R. gli disse che gliel’aveva detto la nostra santa Madre e pertanto la riteneva una cosa certa”.
    
Nel medesimo foglio si aggiunge che “Una religiosa era molto angosciata per i travagli del Padre e si lamentava con Nostro Signore perché permetteva ciò facendo perdere all’Ordine un tal Padre. Sua Maestà le fece intendere che tutto sarebbe andato bene e che avrebbe ricevuto grandi frutti da quelle infamie. Lui stesso farebbe capire ancora di più a tutti il suo valore. Quando poi le giunse la notizia della sua prigionia a Madrid, seppur con grande fatica la medesima religiosa lo stava raccomandando a Dio nel giorno della martire santa Caterina. Le parve di vedere la Madonna con ai suoi piedi il suddetto Padre: lei lo stava proteggendo. Le disse: ‘ Tu lo vedrai presto nell’Ordine’. E rimase così consolata e certa di ciò che, quantunque dicessero che c’erano tante difficoltà per la sua liberazione, sperò sempre di vederlo libero e con l’abito della Madonna del Carmine, come di fatto lo vide”,etc.

   Anastasio. – Grandi sono i beni e favori ricevuti stando ai piedi della Madonna: su di loro ho messo la bocca ed il cuore. Pensavo al fatto che il suo dito pollice per me significa e ricorda il grande potere che la Vergine detiene, superiore a quello di qualsiasi creatura; l’indice la sua sapienza, il medio la sua bontà e rettitudine, il cuore la sua misericordia ed il mignolo la sua umiltà. Ebbene, questo genere di orazione mi ha arrecato grandi frutti durante molti anni, e mi è piaciuto ascoltare questa relazione di questa serva di Dio.

*    *    *
   Cirillo. – Conservo molte altre cose autografe delle religiose più sante dell’Ordine, ma non te le voglio dire, perché la maggior parte di loro non parlano delle tue vicende personali, ma degli avvisi che la madre Teresa di Gesù ha detto loro durante l’orazione raccomandandosi che ti venissero riferite per il bene dell’Ordine o profitto delle anime.
  
Anastasio. – Non fai bene a tenermele nascoste: le ascolterò più volentieri delle precedenti. Quelle che parlano bene di me le ritengo un inganno, secondo quelle parole dello Spirito Santo (che è la veritiera e sicura rivelazione): Popule meus, qui te beatum dicunt, ipsi te decipiunt: Popolo mio, chi ti chiama buono ti inganna; gli ammonimenti della madre Teresa, quando fornisce insegnamenti, sono di maggior frutto.

(Continua)

Padre Nicola Galeno della Madonna del Carmine, ocd

Parma 2-4-2014

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