AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

venerdì 13 maggio 2011

"Anno Domini 2012" - La maestosa colonna sonora della fine del mondo

Music by: Alessandro Molinari
Orchestra: Czech National Symphony Orchestra
Conductor: Alessandro Molinari
Piano: Achille Gallo
Violin: Barbara Agostinelli
The soundtrack "Nibiru" is extract from the album "Anno Domini 2012"
Sound Engineers: Marco Lincetto and Goffredo Ghibellini
Recorded in Praga at CNSO Studios
Label: VM

Non so se questo tipo di musica epica possa incontrare il gusto dei miei lettori. A me piace, mi dà la carica per continuare a combattere le avversità. La mia battaglia contro il timore di non farcela, le mie debolezze! Non credo ai falsi profeti che ventilano la fine del mondo: oggi, quest'anno, tra cento o mille! La fine del mondo sarà una nostra scelta: è l'uomo a distruggere sé stesso e la natura, i propri simili. Ed è l'uomo che, rinnegando Dio, rinuncia alla possibilità di vivere in eterno. L'anima è immortale, sta a noi decidere se vogliamo che la sua immortalità sia felice oppure disperata. Dobbiamo vivere come se la nostra fine personale (la morte della materia) o quella dell'intero pianeta, debba accadere in ogni momento e se ci manteniamo nella grazia di Dio, nel Suo Amore, nulla dobbiamo temere

lunedì 9 maggio 2011

venerdì 6 maggio 2011

PADRE CLAUDIO TRUZZI . NOMINATO PADRE PROVINCIALE PER LA PROVINCIA LOMBARDA

In questi ultimi tempi ho pubblicato alcune conferenze-testo di Padre Claudio Truzzi, Carmelitano.
Oggi ho appreso che è stato nominato, durante il Capitolo Provinciale, PADRE PROVINCIALE DELLA  PROVINCIA LOMBARDA.
A lui auguri vivissimi di ogni bene, che il suo mandato sia proficuo e colmo di sereno discernimento.
Personalmente sono felice del suo nuovo incarico, di cui comprendo la responsabilità. Sono però persuasa che P. Claudio saprà svolgere la sua mansione in modo impeccabile, così come lo è  stato nelle vesti di Padre Assistente di alcune Comunità Secolari del Carmelo Teresiano ed in tutte le attività da lui svolte nel corso della sua appartenenza all'Ordine.

LA MIA PREGHIERA, CARO PADRE CLAUDIO,  TI  ACCOMPAGNERA'  COME SEMPRE! LA TUA SPIRITUALITA' SIA SORGENTE FECONDA DELL'ACQUA VIVA CHE E' CRISTO GESU' E LA SANTA VERGINE NOSTRA SORELLA E MADRE TI SIA ACCANTO NEL TUO IMPEGNATIVO MANDATO!

mercoledì 4 maggio 2011

DIO E L'UOMO - LE IMMAGINI DI DIO

Le conferenze di Padre Claudio Truzzi ocd
Quando Cristo apparve sulla terra, venne a presentarci il “Dio di sempre”, in forma, però, “nuova”; una forma che, lentamente ha aiutato l’uomo a cambiare. E se oggi Gesù Cristo ritornasse sulla terra, lo farebbe per aiutare a far nascere un uomo nuovo che in qualche maniera fosse capace di cambiare la maniera di “immaginarci” Dio.
(Intanto, per non "immaginarci" l'autore dei testi che sto postando, inserisco una sua foto in compagnia di Padre Nicola Galeno - quest'ultimo con la barba e del quale talvolta pubblico  sue poesie o foto)

LE IMMAGINI DI DIO

Non è facile parlare di Dio, anche se è uno di quei personaggi che, volenti o nolenti, si convertono in punto di riferimento per capire noi stessi. Ripeto, non è facile, perché supera la nostra comprensione. Non per niente affermiamo che Dio è un mistero, qualcosa che trascende la nostra conoscenza.
            Noi cristiani, figli pure noi di tempi e di spazi differenti, al momento di parlare di Dio ci espri­miamo con le categorie proprie delle culture in cui ci muoviamo. Per questo, di fronte all’immagine del Dio evangelico, andiamo forgiandoci nostre particolari immagini di Dio, che a volte finiscono, tuttavia, per sfumare l’immagine del Dio di Gesù. è sufficiente che ci soffermiamo sulla proliferazione dei nomi che utilizziamo per designare Dio, il “senza nome”: vita, luce, verità, bontà, misericordia, bellezza, sa­pienza, amore, santo, eterno, colui che è, signore dei signori, autore dei secoli, onnisciente, re dei re, anziano dei giorni, salvatore, giustizia, santificatore, redentore…
            Lungo i secoli sono apparse distinte forme di comprendere Dio, forme che hanno avuto alterna fortuna e che, quantunque alcune persistano molto radicate nella coscienza della gente, in un’epoca si cre­devano imprescindibili per comprendere Dio, ma, col tempo e con nuove sensibilità religiose, hanno perso di significato e terminano per non esprimere o dirci più nulla.
Esistono persino immagini di Dio che portano al rifiuto stesso di Dio, questo sì. Dobbiamo precisare, in proposito, che non rigettano Dio in se stesso, ma un Dio, cui onestamente non si può creder. A volte, l’attaccamento ad una determinata formula di spiegare o definire Dio, diventa un’attitudine idolatrica, in quanto c’impedisce di scoprire il vero senso di Dio.
Ci piaccia o no, il cristiano giunge a scoprire il volto e l’amore di Dio soltanto in Cristo, così come c’in­segna san Paolo, il quale riconosceva che dietro gli idoli degli ateniesi c’era un Dio sconosciuto e che «né morte, né vita, né angeli, né nessuna creatura ci potrà separare dall’amore di Dio che sta in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8, 38).
            Non è di secondaria importanza l’immagine di Dio che portiamo in noi: dietro ogni immagine di Dio si nasconde una forma di comportamento, d’intendere la vita, la religione, la nostra maniera di porci in relazione con Dio. Le immagini di Dio hanno un fine, quello di possedere un qualcosa in cui fissare l’immaginazione e la preghiera. Proprio così: frequentemente non ci siamo allontanati dal volto di Dio – come quello che appare nella vita e nel messaggio di Gesù – ma piuttosto da nozioni assunte dalla filosofia greca, predominante al tempo dell’elaborazione dell’immaginario cristiano, o dalle religioni esi­stenti nel mondo europeo precristiano, dove di fronte al “padre di misericordia”, al “signore di bontà”, ciò che predominava erano le nozioni di trascendenza, immutabilità, eternità e potenza.

Il Dio assoluto, onnipotente
Coloro che criticano quest’immagine di Dio, lo fanno rinfacciando a Dio – che ha creato tutto – di non assumersi la sua responsabilità di fronte ai disastri della propria creazione; e di non potergli chieder conto di ciò che ha fatto. Molti pensano, quindi, che, se l’essere umano vuole essere veramente libero, deve ribellarsi e rigettare l’onnipotenza divina.
– Il Cristianesimo afferma l’onnipotenza divina, però, non come qualcosa che si contrappone alla libertà umana, giacché, avendo Dio creato il mondo per un puro atto d’amore e di potenza, ha elargito all’uomo la libertà ed il senso di responsabilità. La libertà e la responsabilità, doni di Dio, sono le qualità che conferiscono all’uomo la dignità.
* Nell’immagine del Dio autoritario, l’obbedienza passa ad essere l’attitudine fondamentale nella rela­zio­ne del credente con Dio e, soprattutto, con le mediazioni umane o con i rappresentanti di Dio in terra. Si esalta tanto l’obbedienza che questa passa ad essere il sacrificio per eccellenza, e la comunità credente, la Chiesa si converte in una mal-definita comunità, in cui “alcuni comandano e altri obbediscono”.
Storicamente, l’immagine di questo Dio assoluto si venne imponendo nella misura in cui si svilu­p­pò la struttura gerarchica della Chiesa, che portò a che l’autorità si concentrasse sempre più in un potere monarchico: la persona del vescovo o del Papa. Per tutto ciò, non è strano che si creda che il Papa abbia un potere pieno, un potere senza limiti, cui si deve rispondere con un’ob­bedienza senza limiti. Un “potere senza limiti”, tuttavia è pura arbitrarietà ed un’obbedienza “senza limiti” alla pura arbitrarietà è negare valore ed esem­pla­rità all’obbedienza di Gesù di fronte alle media­zio­ni divine del suo tempo. Egli fu critico contro i rappresentanti religiosi del tempo, quando preponevano le “tradizioni” alla legge di Dio. – Ciò non tocca il caso dell’infallibilità del Papa, quando, solennemente, a nome della Chiesa ed in materia di fede e di morale, indica la retta interpretazione del Vangelo –
In certi movimenti religiosi del passato – come fu il giansenismo (movimento religioso del ‘700/800) – partendo dall’affermazione dell’onnipotenza divina, si elaborò l’immagine del Dio terribile, prepotente, per nulla consolatore: un Dio freddo ed indifferente al comune mortale; un Dio che abita lassù, nei cieli lontani, un Dio “elitista” che restringe la salvezza ad un piccolo numero di scelti.
* Una simile visione di Dio – che ci rende troppo preoccupati di avere Dio dalla nostra parte, e del pen­siero della salvezza o della dannazione – porta, necessariamente, al rigorismo sacramentale, ad allontanarsi dalla pratica sacramentale (e ciò non per freddezza, ma perché è convinto di non essere ben di­spo­sto per ricevere la grazia. Da qui la preoccupazione per la confessione (sino agli scrupoli) o la co­mu­nione sacrilega, affermando che è meglio allontanarsi dalla comunione (non ne siamo degni) e farla solo spiritualmente.
* D’altra parte, esso conduce alla proliferazione d’ogni tipo di penitenze fisiche, giacché la penitenza, si manifesta come segno d’esser stato scelto da Dio. Essa dà la sensazione che l’unica cosa che fa piacere a Dio è vedere come gli uomini si privano di tutto ciò che è piacevole nella vita per offrirlo a lui, e l’unica cosa che gli è gradita sono i sacrifici.
* Una simile visione di Dio conduce alla "ascetizzazione" della vita: è più importante rinunciare a tutto che render grazie a Dio per tutto ciò che la vita ci offre. Il piacere, la gioia, la vita stessa sono un pe­ricolo e, per supposto, un ostacolo che ci allontana da Dio. Per ciò s’impone di fuggire da tutto ciò che la parola “mondo” racchiude e a non desiderare di cercare Dio nell’umano, nella creazione, in ciò che, uscito dalle mani di Dio, era buono e bello.
Una tale visione di Dio, dove il Dio della giustizia ha soppiantato il Dio della misericordia, conduce ad una visione triste della vita e ad un vivere tragico ed angosciato l’esperienza religiosa.

Il Dio indifferente
È il Dio lontano, cui si rinfaccia d’abbandonare il mondo, dopo averlo creato. Se ne disinteressa, al­lon­tanandosene. “Dio creò il mondo; gli diede un calcio per farlo partire, e poi lo lasciò al suo destino”.
In questa prospettiva Dio appare come il responsabile della creazione con i suoi difetti, giacché si guarda alla creazione come ad una realtà brutta, insopportabile e crudele.
Si accusa questo Dio indifferente d’essere la causa per la quale l’uomo ha perso il paradiso e si sente esiliato nel mondo. L’uomo è angustiato per aver perduto la salvezza, poiché questa è appannaggio di pochi, gli eletti. Si tratta, quindi, di un Dio ingiusto ed arbitrario. Lui sa tutto e non muove un dito affinché le cose cambino.
* Da simile visione di Dio, il mondo è sperimentato come una prigione in cui noi siamo castigati senza saperne il motivo, per colpe che non abbiamo commesso. Il mondo, questo mondo, si oppone ad uno “dell’al-di-là”, quello paradisiaco, e Dio è il carceriere di questo mondo.
* Causa tutto ciò, si afferma che un Dio simile, che dà la sensazione che l’unica cosa che gli aggrada siano i sacrifici e l’incenso, è inaccettabile alla pietà, giacché l’essere umano non può desiderare di amare un tale Dio, e tutto perché, nemmeno Lui, in fondo, ama gli uomini.

Il Dio crudele
Altra immagine di Dio – collegata a quella prima – è quella del Dio crudele, che si compiace della sofferenza, che è responsabile di aver creato volontariamente un mondo cattivo e colmo di sofferenza, che volontariamente e coscientemente nega all’essere umano la felicità, imponendogli prove sovrumane, sacrifici assurdi. Mosé deve sacrificare tutte le sue amicizie terrene, e Jefte, la figlia. è il Dio che esige dall’uomo “un incenso continuo intriso di lacrime”.
* Simile visione di Dio crudele trascina un personaggio del secolo XIX, il poeta Lamartine, dopo un viaggio in terra Santa, 1830, a perdere l’incanto per la fede cattolica, affermando che tutta la storia della Chiesa non è stato altro che una storia di persecuzione. è l’immagine che scaturisce da una religione basata sul castigo, sulla condanna, e che non dubita – se è necessario – a ricorrere a metodi violenti per mantenere la verità ufficiale.
è normalissimo che di fronte ad una forma simile d’immaginare e rappresentare Dio, sorga la ribellione del credente. Di fatto, il tema della ribellione di fronte a Dio è stato frequente nei secoli. Soprattutto, però nel sec. XIX nella generazione dei romantici.
Victor Hugo giunge ad affermare dinnanzi all’arbitrarietà di Dio che “se c’è un condannato, accettare la salvezza significa collocarsi tra i privilegiati ed accettare l’ingiustizia istituzionale”. La Conte de Lisle parla del Dio invidioso, che si deve abbandonare. Bau­de­laire, nel poema “Abele e Caino”, ci presenta Caino, che, sfinito per le sue disgrazie e volendo vendicarsi, trascina Dio sulla Terra come in precedenza Dio aveva scacciato Satana, gettandolo nell’abisso: “Razza di Caino, sali fino al cielo. E sbatti giù Dio sulla terra!”. Vigny arriva a parlare del giudizio che bisogna aprire contro Dio per i problemi che presenta: la sofferenza e la morte.
* Un’immagine tale di un Dio, ­che reclama sacrifici continui (incluso quello del proprio figlio), che giun­ge a riempire di croci la vita dei suoi fedeli, dove tutto è rinuncia…, ha causato gravi danni alla fede ed allontanato molta gente dal cristianesimo. Non si può avere fede in un Dio che sembra più un mostro che il padre di Nostro Signore. Un Dio simile non lascia crescere; non permette di convertirci in adulti.
* Dinanzi ad una nozione simile di Dio, che giustamente si respinge, si volge, allora,  – come contrappo–sizione – lo sguardo a Gesù Cristo, che è rappresentato come il salvatore che non è indif­fe­rente, né ingiusto, né crudele, ma che offre la salvezza a tutti, facendosi vicino e solidale con i miserabili ed i peccatori. Gesù, quando soffre è vittima del Dio arbitrario ed indifferente; è il giusto dei giusti, la cui sofferenza è ancor maggiore: per questo la sua sofferenza è vista come la maggior ingiustizia della storia.
           
Il Dio puro amore
è l’immagine che soggiace alla preoccupazione di molta gente riguardo alla salvezza.
Già Origene, uno dei grandi teologi del sec. III, insegnava che la redenzione è un qualcosa che non raggiunge soltanto l’uomo, ma tocca tutta l’opera della creazione. In una delle sue opere “Sui principi” scrive che ci sarà la redenzione finale persino per il Diavolo: “Uno prima, altri poi, ritorneranno da lunghi e duri tormenti alle legioni angeliche, e si eleveranno più tardi ai gradi superiori e giungeranno alle regioni invisibili ed eterne”.
Questa visione di Dio conobbe successo nel mondo della letteratura, soprattutto dal sec. XVI, dove fu frequente il tema di Lucifero redento e la Salvezza di Satana: «Sei stato castigato nel tempo; hai sofferto molto perché eri l’angelo del male. Però, una volta amasti. Entra nella tua eternità. Il male non esiste più» (Alfredo Vigny, “Eloa”). Nel movimento romantico del sec. XIX scorre la preoccupazione per l’immagine di un Dio eccessivamente giustiziere, di fronte a cui si rivendica il Dio della clemenza e della pietà.
Abbiamo così un autore come Gustavo Benso Cavour che giunge ad affermare che “la misericordi di Dio è tanto grande che potrebbe persino liberare i condannati dall’inferno”; e Rosmini, nell’occasione della pubblicazione dell’opera del Cavour “Saggio sul destino dell’uomo” arriva ad affermare che “se i con­dan­nati non possono ormai più aver speranza di redenzione in un mediatore od inviato, non è necessariamente da accettare la conseguenza che a Dio sia impossibile trarre, per sua assoluta potenza e bontà, le anime dall’inferno”.
·         Dietro a tale immagine soggiace l’idea che Dio (che è amore), non può rinnegare se stesso, e pertanto finirà per salvare anche ciò che è la sua stessa negazione, e che non può permettere che nessuna delle creature, che uscirono per amore dalle sue mani, finisca per perdersi.
Qualcosa di simile ci dice Gio­van­ni Papini, nella sua opera “Il Diavolo”, quando al termine dell’opera afferma che “quelle anime credono realmente che il Padre non può torturare eternamente i suoi figli; pensano che un Dio tutto amore, come Cristo stesso l’ha presentato, non può negare eternamente il suo perdono, neppure ai suoi acerrimi ribelli. Alla fine dei tempi, cioè, del mondo attuale, la misericordia si sovrapporrà anche alla giustizia. Così non fosse, dovremmo pensare che neppure lo stesso padre di Cristo sia un perfetto cristiano… L’eterno amore, quando tutto sia compiuto ed espiato, non potrà rinnegare se stesso neppure dinanzi alla nera faccia del primo ribelle ed al più antico condannato”.

lunedì 2 maggio 2011

TERESA D'AVILA: CAMMINO DI PERFEZIONE CAP. XIII

CAPITOLO 13
Ancora della mortificazione, e dice che per arrivare alla vera sapienza bisogna fuggire i puntigli e le massime del mondo

1 - Ve l'ho già detto varie volte sorelle, e ora ve lo voglio lasciar scritto, affinché non lo dimentichiate mai: le religiose di questo monastero, non meno di chiunque vuol essere perfetto, devono fuggire le mille miglia da espressioni come queste. « Avevo ragione; mi han fatto torto; non c'era motivo di trattarmi così ».
Dio ci liberi da così cattive ragioni! Vi par forse ragionevole che il nostro buon Gesù soffrisse tanto, fosse ricolmo di tanti oltraggi e di così innumerevoli ingiustizie?
Chi non vuole altre croci fuori di quelle che sente di meritare, non so proprio perché sia venuta in monastero. Ritorni pure nel mondo! Ma anche là le sue ragioni non varranno, perché nulla vi potrà soffrire di così grave che ancora di più non si meriti.
Perché allora lamentarsi? Veramente non ne vedo il motivo.

2 - Quando ci fanno qualche onore o ci trattano con distinzione e delicatezza, allora sì bisogna tirar fuori queste ragioni, essendo appunto contro ogni ragione che così ci trattino in questa vita; ma quanto ai torti che ci fanno, e che così noi chiamiamo benché tali non siano, non vedo perché dobbiamo lamentarci.
O siamo spose di quel gran Re o non lo siamo. Se lo siamo, è forse di una donna onorata non condividere gli oltraggi fatti al suo sposo per la ripugnanza che ne sente?
Non è forse tutto in comune tra loro due, l'onore e il disonore? E se vogliamo dividerci e godere il regno del nostro Sposo, non è torse follia rifiutarci di prender parte ai suoi oltraggi e alle sue sofferenze?

3 - Non permetta Iddio che nutriamo simili pretese! Quella tra voi che si vede meno stimata, si consideri la più felice, ché tale è veramente, perché, credetemi, sopportando tutto con pazienza, avrà onore in questa e nell'altra vita.
 Che pretesa è la mia nel dirvi di credere a me quando fu così affermato dalla stessa infinita Sapienza! ...
Sforziamoci, figliuole mie, d'imitare, almeno in qualche cosa, la profonda umiltà della santissima Vergine, di cui portiamo l'abito.
Mi sento confondere quando penso che ci chiamiamo sue monache! Per quanto ci paia di umiliarci, saremo sempre assai lontane da ciò che esige il nostro titolo di figlie di tal Madre e spose di tale Sposo.
Se non ci mettiamo con diligenza a sradicare le imperfezioni che ho detto, quello che oggi ci sembra un nulla, domani forse sarà un peccato veniale, e tanto pericoloso da divenire, una volta trascurato, causa di molti altri. E questo, per un Ordine, è un vero disastro.

4 - Vivendo in comunità, dobbiamo star molto attente per non nuocere a chi fatica per nostro bene col darci buoni esempi.
Se intendessimo il danno di una cattiva abitudine, vorremmo piuttosto morire che introdurla.
In fine non si tratterebbe che di una morte corporale, mentre il danno del mal esempio rovina le anime e non finisce tanto presto, perché alle religiose che muoiono ne succedono altre, e queste seguono piuttosto la cattiva che la buona abitudine.
Mentre quella vi è sostenuta dal demonio, questa vien posta in dimenticanza dalla stessa nostra debolezza.

5 - Oh, la bellissima carità e il gran servizio che farebbe a Dio la religiosa che, sentendosi incapace di seguire le costumanze di questa casa, lo riconoscesse ed uscisse di monastero!
Pensi che ciò le conviene, se non vuole avere un inferno di qua, e, Dio non voglia, un altro di là.
Vi sono molte ragioni per temerlo, e forse non le comprenderanno bene come me né lei né le altre.

6 - Vi prego di credermi. In caso contrario vi do il tempo in testimonio. La vita che qui intendiamo condurre non è tanto da monache ma da eremite, e per questo bisogna staccarsi da ogni cosa.
Tale è la disposizione che, come staccarsi ho costatato più volte, il Signore accorda alle anime che Egli sceglie per questa casa. Forse il loro distacco non è ancora perfetto; ma che esse vogliano perfezionarsi lo provano la pace e l'allegria di cui si sentono pervase al pensiero di non doversi più occupare delle cose della terra e alla soavità che sperimentano in tutte le pratiche della religione.
Perciò, se una di voi è portata alle cose dei mondo e non mostra di correggersi, se ne vada pure, altrimenti le può succedere di peggio! Vada in un altro monastero se vuole essere religiosa, ma non si lamenti di me, quasi non le abbia fatto conoscere il genere di vita che volli introdurre in questa casa.

7 - Se sulla terra vi può essere il paradiso, esso è in questa casa: vita felicissima vi conducono infatti le anime che, disprezzando ogni propria soddisfazione, non pensano che a contentare il Signore.
Ma quelle che qui cercassero altra cosa, non solo non la troverebbero, ma perderebbero tutto.
Un'anima scontenta è come chi soffre d'inappetenza; per quanto il cibo sia buono e mangiato dai sani con piacere, egli ne ha nausea e si sente rivoltare lo stomaco.
In altri luoghi quell'anima si salverà più facilmente, e forse a poco a poco potrà arrivare a quella stessa perfezione che qui non sa sopportare perché abbracciata tutta in una volta.
Per l'interiore, prima di giungere al pieno distacco e alla mortificazione perfetta, si suole accordare un po' di tempo, ma per l'esteriore si esige che lo si faccia subito.
Se una religiosa vedendo come fanno le altre e trovandosi in così santa compagnia non fa progresso in un anno, temo che indietreggerà.
Non esigo che la sua perfezione sia come quella delle altre, ma che almeno dimostri di far profitto, provando che il suo male non è mortale: cosa, del resto, che non si tarda molto a vedere.

Santa Teresa di Gesù – Cammino di Perfezione

OMELIA DEL SANTO PADRE PER LA BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II

CAPPELLA PAPALE PER LA BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO GIOVANNI PAOLO II, 01.05.2011


Alle ore 10.00 di oggi, II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto, sul sagrato della Basilica Vaticana, la Celebrazione Eucaristica nel corso della quale ha proclamato Beato il Servo di Dio Giovanni Paolo II, Papa (1920-2005).
Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Papa ha pronunciato nel corso del solenne rito di beatificazione:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle! 

Sei anni or sono ci trovavamo in questa Piazza per celebrare i funerali del Papa Giovanni Paolo II. 

Profondo era il dolore per la perdita, ma più grande ancora era il senso di una immensa grazia che avvolgeva Roma e il mondo intero: la grazia che era come il frutto dell’intera vita del mio amato Predecessore, e specialmente della sua testimonianza nella sofferenza. Già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui. Per questo ho voluto che, nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, la sua causa di beatificazione potesse procedere con discreta celerità. 

Ed ecco che il giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato! 

Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi che, per questa felice circostanza, siete convenuti così numerosi a Roma da ogni parte del mondo, Signori Cardinali, Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Delegazioni Ufficiali, Ambasciatori e Autorità, persone consacrate e fedeli laici, e lo estendo a quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione. Questa Domenica è la Seconda di Pasqua, che il beato Giovanni Paolo II ha intitolato alla Divina Misericordia. Perciò è stata scelta questa data per l’odierna Celebrazione, perché, per un disegno provvidenziale, il mio Predecessore rese lo spirito a Dio proprio la sera della vigilia di questa ricorrenza. Oggi, inoltre, è il primo giorno del mese di maggio, il mese di Maria; ed è anche la memoria di san Giuseppe lavoratore. Questi elementi concorrono ad arricchire la nostra preghiera, aiutano noi che siamo ancora pellegrini nel tempo e nello spazio; mentre in Cielo, ben diversa è la festa tra gli Angeli e i Santi! Eppure, uno solo è Dio, e uno è Cristo Signore, che come un ponte congiunge la terra e il Cielo, e noi in questo momento ci sentiamo più che mai vicini, quasi partecipi della Liturgia celeste. 

«Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29). Nel Vangelo di oggi Gesù pronuncia questa beatitudine: la beatitudine della fede. Essa ci colpisce in modo particolare, perché siamo riuniti proprio per celebrare una Beatificazione, e ancora di più perché oggi è stato proclamato Beato un Papa, un Successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede. Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica. E subito ricordiamo quell’altra beatitudine: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17). Che cosa ha rivelato il Padre celeste a Simone? Che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Per questa fede Simone diventa “Pietro”, la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. La beatitudine eterna di Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ha la gioia di proclamare, sta tutta dentro queste parole di Cristo: «Beato sei tu, Simone» e «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». La beatitudine della fede, che anche Giovanni Paolo II ha ricevuto in dono da Dio Padre, per l’edificazione della Chiesa di Cristo. 

Ma il nostro pensiero va ad un’altra beatitudine, che nel Vangelo precede tutte le altre. E’ quella della Vergine Maria, la Madre del Redentore. A Lei, che ha appena concepito Gesù nel suo grembo, santa Elisabetta dice: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). La beatitudine della fede ha il suo modello in Maria, e tutti siamo lieti che la beatificazione di Giovanni Paolo II avvenga nel primo giorno del mese mariano, sotto lo sguardo materno di Colei che, con la sua fede, sostenne la fede degli Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro. Maria non compare nei racconti della risurrezione di Cristo, ma la sua presenza è come nascosta ovunque: lei è la Madre, a cui Gesù ha affidato ciascuno dei discepoli e l’intera comunità. In particolare, notiamo che la presenza effettiva e materna di Maria viene registrata da san Giovanni e da san Luca nei contesti che precedono quelli del Vangelo odierno e della prima Lettura: nel racconto della morte di Gesù, dove Maria compare ai piedi della croce (cfr Gv 19,25); e all’inizio degli Atti degli Apostoli, che la presentano in mezzo ai discepoli riuniti in preghiera nel cenacolo (cfr At 1,14). Anche la seconda Lettura odierna ci parla della fede, ed è proprio san Pietro che scrive, pieno di entusiasmo spirituale, indicando ai neo-battezzati le ragioni della loro speranza e della loro gioia. Mi piace osservare che in questo passo, all’inizio della sua Prima Lettera, Pietro non si esprime in modo esortativo, ma indicativo; scrive, infatti: «Siete ricolmi di gioia» – e aggiunge: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede: la salvezza delle anime» (1Pt 1,6.8-9). Tutto è all’indicativo, perché c’è una nuova realtà, generata dalla risurrezione di Cristo, una realtà accessibile alla fede. «Questo è stato fatto dal Signore - dice il Salmo (118,23) - una meraviglia ai nostri occhi», gli occhi della fede. 

sabato 30 aprile 2011

TOTUS TUUS EGO, MARIA, ET OMNIA MEA TUA SUNT! KAROL BEATO!


Rit. Aprite le porte a Cristo!
Non abbiate paura:
spalancate il vostro cuore
all’Amore di Dio.
  1. Testimone di speranza
    per chi attende la salvezza,
    pellegrino per amore
    sulle strade del mondo. Rit.
  2. Vero padre per i giovani
    che inviasti per il mondo,
    sentinelle del mattino,
    segno vivo di speranza. Rit.
  3. Testimone della fede
    che annunciasti con la vita,
    saldo e forte nella prova
    confermasti i tuoi fratelli. Rit.
  4. Insegnasti ad ogni uomo
    la bellezza della vita
    indicando la famiglia
    come segno dell'amore. Rit.
  5. Portatore della pace
    ed araldo di giustizia,
    ti sei fatto tra le genti
    nunzio di misericordia. Rit.
  6. Nel dolore rivelasti
    la potenza della Croce.
    Guida sempre i tuoi fratelli
    sulle strade dell'amore. Rit.
  7. Nella Madre del Signore
    ci indicasti una guida,
    nella sua intercessione
    la potenza della grazia. Rit.
  8. Padre di misericordia,
    Figlio nostro Redentore,
    Santo Spirito d'Amore,
    a te, Trinità, sia gloria. Amen. Rit.
LO VOGLIO RICORDARE COM'ERA, QUANDO FU ELETTO PAPA (LO STESSO ANNO 1978 IN CUI MORI' IL MIO PAPA', ED IL CIELO VOLLE CHE AVESSI UN ALTRO PAPA', SENZA ACCENTO MA TANTO TANTO GRANDE! E DESIDERO RICORDARLO COM'ERA POCO PRIMA DELLA SUA PARTENZA PER IL CIELO, PATER DOLOROSO!
NON AGGIUNGO ALTRO, TUTTI I MEDIA PARLERANNO AMPIAMENTE DI LUI,  NON HO ALTRO DA DIRE, SE NON CHE LA  BENEDIZIONE RICEVUTA A ROMA, DALLA SUA PAPAMOBILE ,MI HA ACCOMPAGNATO DA ALLORA. 
KAROL, TI VOGLIO BENE E SO CHE DAL CIELO BENEDIRAI ANCORA E SEMPRE I TUOI PROTETTI!

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi