AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

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DANZANDO IN PUNTA DI PENNA (tra versi poetici)
ILLUSIONI
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Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

giovedì 23 marzo 2017

Saranno canonizzati i pastorelli di Fatima Francesco e Giacinta

Saranno canonizzati i pastorelli di Fatima
 Francesco e Giacinta 
La Chiesa universale sarà arricchita di 36 nuovi Santi e 40 nuovi Beati. Papa Francesco ha infatti ricevuto stamane il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione della Cause dei Santi, autorizzando il Dicastero a promulgare i decreti ed approvandone i relativi voti favorevoli. Il servizio di Roberta Gisotti: 
Emozione per i milioni di devoti della Madonna di Fatima. Saranno presto canonizzati i Beati Francesco Marto e Giacinta Marto, i due fratellini che insieme a Suor Lucia Dos Santos, morta nel 2005, ebbero a Fatima le apparizioni della Vergine, di cui quest’anno cade il 100.mo anniversario, che sarà suggellato dalla visita di Papa Francesco, il 12 e 13 maggio, nel Santuario mariano nei pressi della cittadina portoghese. I due fanciulli morirono pochi anni dopo i miracolosi incontri con la Signora di Fatima, a soli 11 anni Francesco e 10 anni Giacinta.
Tra gli altri nuovi Santi, di cui è stato riconosciuto il miracolo, troviamo il Beato Angelo da Acri, al secolo Luca Antonio Falcone, il frate cappuccino che tra il 17.mo e 18.mo secolo percorreva instancabilmente il regno di Napoli, predicando la Parola di Dio con un linguaggio adatto ai semplici. 
Il Papa ha approvato anche i voti favorevoli del dicastero per la canonizzazione  di 33 martiri: i due sacerdoti diocesani Andrea de Soveral e Ambrogio Francesco Ferro e del laico Matteo Moreira, che insieme a 27 compagni furono uccisi in odio alla fede in Brasile nel 1645; e dei tre giovani adolescenti Cristoforo, Antonio e Giovanni anch’essi uccisi in odio della fede in Messico.
Sono 40 i nuovi Beati, 39 martirizzati nel 1936, durante la guerra civile spagnola: Giuseppe Maria Fernandez Sanchez con 32 compagni sacerdoti e fratelli coadiutori della Congregazione della Missione e sei laici dell’Associazione della Medaglia miracolosa della beata Maria Vergine. Oltre alla suora clarissa indiana Regina Maria Vattalil, nota per il suo instancabile lavoro tra i poveri, accoltellata in odio della fede nel 1995.
Tra i nuovi Venerabili: il sacerdote cappuccino Daniele da Samarate, morto nel 1924; Macrina Raparelli fondatrice della Congregazione delle Suore brasiliane Figlie di Santa Macrina, morta nel 1970; e la laica Daniela Zanetta, morta nel 1986.



sabato 18 marzo 2017

Due notizie interessanti da Radio Vaticana



◊  
Papa Francesco sarà in visita apostolica in Egitto dal 28 al 29 aprile prossimi. La notizia è stata ufficializzata stamani dalla Sala Stampa della Santa Sede. Il Pontefice era stato invitato dal Presidente della Repubblica, Abd al-Fattah al-Sisi, dai Vescovi della Chiesa Cattolica, da Sua Santità Papa Tawadros II e dal Grande Imam della Moschea di Al Azhar, Cheikh Ahmed Mohamed el-Tayyib. Grande la gioia nel Paese nord africano, soprattutto nella comunità copto cattolica. Lo conferma al microfono di Giancarlo La Vellamons. Antonios Aziz Mina, vescovo emerito di Giza: 
R. - La visita del Papa è una benedizione per noi, per la Chiesa e per tutto il popolo egiziano, che la accoglie con grande piacere. Siamo lieti che Francesco abbia accolto il nostro desiderio e venga per benedire la nostra terra. E’ una visita  che ci ricorda quella di San Giovanni Paolo II nell’anno 2000, l’anno del Giubileo.
D. - Papa Francesco viene in un Paese che ha vissuto vicende che hanno fatto soffrire innanzitutto il popolo egiziano…
R. -  Sì, tutta la zona, non solo l’Egitto, tutta la zona è provata e la presenza dei cristiani è sempre una testimonianza della croce. Noi, adesso, in questo tempo della Quaresima, viviamo con partecipazione il mistero dell’attesa, della gioia della Pasqua.
D. - Qual è la situazione dei cristiani oggi in Egitto?
R. - La situazione dei cristiani è la stessa di tutti gli egiziani. Siamo usciti adesso da una situazione difficile… Dopo le due rivoluzioni, cerchiamo di rimetterci in piedi. Abbiamo bisogno che tutto il mondo ci aiuti e ci sostenga e, come cristiani, viviamo un momento molto propizio e buono per la libertà di culto e la libertà di religione.
D. - Il rischio del terrorismo come viene avvertito oggi in Egitto?
R. - Il terrorismo va combattuto soprattutto con la forza del pensiero, con la cultura e con l’amore, la pace, la convivenza, l’uguaglianza dei diritti per ogni cittadino nella terra dove abita.
D. - Questa di Papa Francesco è una visita anche all’insegna del dialogo con l’Islam…
R. - Il dialogo con l’Islam continua e continuerà. C’è una grande voglia e volontà di proseguire in questo dialogo, perché è proprio una necessità. Non si può vivere in questo mondo senza dialogo, fra tutti i popoli, tutte le Nazioni e soprattutto fra le religioni, perché ogni religione ha i suoi dogmi, ma i credenti di ogni credo possono dialogare, parlare fra loro per trovare una via verso la convivenza, senza badare a quello che ci divide, ma per trovare quello che ci unisce.
D. - E l’Egitto è sempre stato un terreno fertile per il dialogo tra le varie religioni…
R. - Certo, perché l’Egitto di sua natura è sempre stato un incontro tra tutti i popoli: l’Asia, l’Africa, l’Europa qui si incontrano. Abbiamo sempre avuto una società cosmopolita, che raduna, che accoglie tutti i popoli di queste regioni. Siamo appena passati attraverso un periodo caratterizzato dall'estremismo, ma dobbiamo tornare alle radici della nostra natura di popolo pacifico, che vuole il dialogo e vuole la convivenza pacifica.
D.  – Cosa vi aspettate che Papa Francesco venga a dire in Egitto?
R. – Il Papa è l’unica forza nel mondo che quando parla, parla per difendere i diritti dell’uomo e i diritti dei popoli in nome di Gesù, in nome di Dio. Questo è il messaggio principale che noi aspettiamo che il Papa dica quando arriva in Egitto, per cercare di instillare questa cultura di pace tra i popoli di questa zona.
D. - E che cosa l’Egitto di oggi vuol dire a Papa Francesco?
R. - Siamo molto grati e ringraziamo il Santo Padre per questo occhio di riguardo che ha verso la nostra Nazione e verso il nostro popolo.

 
Si è spento oggi a Praga il cardinale Miloslav Vlk: aveva 84 anni. Era malato di tumore. Il Papa - in un telegramma inviato al cardinale arcivescovo di Praga Dominik Duka – esprime il suo cordoglio ricordando “con ammirazione la sua tenace fedeltà a Cristo nonostante le privazioni e le persecuzioni contro la chiesa, come anche la sua feconda e molteplice attività apostolica animata dal desiderio di testimoniare a tutti la gioia del Vangelo, promuovendo un autentico rinnovamento ecclesiale fedele sempre docile alle ispirazioni dello Spirito Santo”. Miloslav Vlk, ordinato sacerdote nel 1968, è stato perseguitato durante il regime comunista cecoslovacco. Costretto a esercitare clandestinamente il ministero, fece il lavavetri nel centro di Praga. Con la cosiddetta Rivoluzione di velluto e la caduta del comunismo nel 1989, cambia anche la sua vita. Nel 1991 San Giovanni Paolo II lo nomina arcivescovo di Praga e nel 1994 lo crea cardinale. Ma resta un uomo semplice e vicino alla gente. Condivide la spiritualità del Movimento dei Focolari fondato da Chiara Lubich. Nel settembre del 2009 accoglie Benedetto XVI a Praga. Riascoltiamo le parole del card. Vlk alla vigilia di quel viaggio. L'intervista è di Sergio Centofanti:
R. – Noi siamo un Paese in cui la fede cattolica, la fede cristiana, non è molto diffusa; la Chiesa è stata emarginata e lo è tuttora: siamo al margine! Nel periodo del controllo comunista, la maggioranza della Chiesa – soprattutto i laici – è rimasta passiva. E’ evidente, quindi, che il Santo Padre viene per rafforzare i fedeli: questo è il senso della sua venuta.
D. – Quali sono le sfide principali della Chiesa ceca, oggi?
R. – La Chiesa ceca, oggi, deve evolversi, aprirsi sempre più alla società, dialogare con essa perché ci sono – soprattutto tra i politici – tanti pregiudizi contro la Chiesa. E’ necessario mostrare attraverso il dialogo che i pregiudizi non sono veri.
D. – A 20 anni dalla caduta del comunismo, come è cambiata la situazione nel Paese?
R. – Politicamente, non c’è stato un grande progresso. Si è avviata una trasformazione economica, ma questa trasformazione si è fatta senza una base di valori. C’è tanta corruzione, non c’è una democrazia vera, seria, profonda.
D. – Lei ha vissuto la persecuzione comunista; per otto anni ha fatto il lavavetri a Praga. Come ricorda quel periodo?
R. – Per me – da un punto di vista spirituale – è stato un periodo molto forte, perché all’inizio avevo perso tutto: avevo perso la possibilità di svolgere pubblicamente il ministero sacerdotale, di predicare, di amministrare i Sacramenti e questa realtà mi ha portato a capire che Gesù Cristo è diventato Sommo Sacerdote sulla Croce, quando non ha potuto più muoversi, quando non ha potuto più benedire, quando non ha potuto più parlare. E io, in quel periodo, avendo perso tutto, mi sono sentito molto vicino a Gesù crocifisso e abbandonato e mi sono sentito veramente sacerdote. Per me è stata una grande grazia, perché ho scoperto di poter ritrovare Gesù, essere in contatto con Lui anche nel dolore, nelle situazioni negative – secondo le parole di Isaia nel capitolo 53, “l’uomo dei dolori”. In secondo luogo ho sperimentato la comunione con i fratelli, con i quali ho vissuto con Gesù in mezzo a noi, Gesù risorto – secondo la spiritualità focolarina – e questo mi ha sostenuto molto. Questa esperienza è stata molto, molto forte.

PROVE E DIFFICOLTA' NELLA PREGHIERA



PROVE E DIFFICOLTà NELLA PREGHIERA

Pregare. Però, talvolta, che fatica! Le difficoltà, le prove tante volte hanno la loro origine e la loro motivazione proprio in noi, creature  molto differenziate nello medesima la strada della vita spirituale: c’è chi è all’inizio, c’è chi è più avanti, c'è chi è più indietro, c’è chi persevera, chi tentenna... E tutto questo non può non avere delle ripercussioni nel processo di incarnazione del mistero della preghiera.
Ma le difficoltà e le prove possono venire anche da Dio. Perché il Signore ha i suoi compor-tamenti, che pur tutti coerenti alle sue intenzioni di amore;  tante volte hanno esigenze che riflettono le necessità, le situazioni dell’orante, e sono finalizzati ad aiutarlo a crescere, per liberarlo dalle sue pretese e dalle sue presunzioni, per radicarlo nella consapevolezza della gratuità del dono divino, e così via. 
Niente di strano, dunque, che in questo cammino dell’orazione ci siano delle prove, ci siano delle difficoltà.
 •  Cominciamo dalle più scontate e dalle più conosciute, perché chiunque si dedica anche poco alla preghiera e all’orazione le incontra.

1 - Le distrazioni
La prima difficoltà di cui S. Teresa parla, e di cui Giovanni della Croce, soprattutto nella “Notte Oscura”, fa delle analisi molto perspicaci, sono le distrazioni. Le conoscete le distrazioni nella preghiera? Si conosce più la distrazione che la preghiera, alle volte.
Tale fenomeno che accompagna la vita di preghiera, che cosa significa, quali cause ha e quali rimedi? 
Le cause delle distrazioni, non c’è bisogno di dirlo, sono molte. 
* La prima – che tutto sommato è anche una certa incolpevolezza – è una naturale instabilità del nostro spirito, della nostra mente, del nostro cuore, dei nostri sentimenti; un quoziente di volubilità fa parte della condizione normale dell’uomo. Da un lato per l’istintività, nella quale l’uomo è sempre inserito, e dall’altro per le sollecitazioni che, attraverso tutto l’apparato recettivo, l’uomo stesso riceve. Basta sentire una musica, che non abbiamo cercato e che magari ci fa venire il nervoso, che la preghiera ne viene disturbata. 
* Un’altra ragione e un’altra causa delle distrazioni è l'immaginazione, la fantasia. S. Teresa ha una particolare misericordia per le anime tormentare dall'immaginazione, perché lei si vede tra quelle. Dice che non era assolutamente capace di mettere a freno la sua immaginazione.
Del resto, per rendersene conto, basta leggere i suoi scritti, per osservare quella sovrabbondanza continua di immagini che sovrappone, che cambia, che perde, che ritrova. Era una creatura fantastica, proprio come umanità. E anche la fantasia, sappiamo tutti che non si distingue per razionalità. La Santa la chiamava “la pazza di casa” (Vita 17, 5-7), la fantasia, specialmente nell’orazione: finché non avrete legato questa pazza di casa, non avrete pace. 
Però, per legare la fantasia direttamente, bisognerebbe sapere da che parte sta; è una di quelle facoltà che c’è, indubbiamente, che opera senza esitazione, ma dove sta? A quali sollecitazioni e a quali meccanismi risponde?
* Un’altra causa di distrazione, e qui andiamo a qualche cosa di moralmente più significativo, è il poco controllo di sé
Un certo spontaneismo di comportamento, di mente e di spirito, per cui si va, senza riflettere, senza coordinare, senza soprattutto motivare i nostri atteggiamenti: «Perché guardi là? Perché mi va di guardare!». «Perché non guardi? Perché non mi va di guardare!». 
Nel nostro comportamento, queste risposte sono tra le più solite. Comportamenti immotivati e, proprio per questo, molto superficiali, molto immediati e poco riflessivi, che rivelano poco controllo di se stessi, poca volontà di mettere ordine nell’armonia delle nostre facoltà e delle nostre potenze, che tante volte sono... una disarmonia-armonia.
* Questo poco controllo di sé porta ad un’altra condizione personale, che è quella della dissipazione
Non siamo creature ordinate, coerenti, che sanno dove vanno, sanno quello che vogliono, scelgono perché hanno deciso di scegliere con motivazioni, ma creature disperse. Io dico che il vagabon-daggio spirituale è molto più diffuso che non quello materiale. 
La dissipazione! “Dove vai?”, “Perché?... Non lo so!” ...
Quella dissipazione che, per certi aspetti, potremmo anche dire che è neutra – in quanto non ha oggetti e motivazioni maligne, cattive –; per un altro aspetto, non è neutra perché l’uomo non può vivere così, non deve vivere così. Il Signore l’ha fatto ragionevole e deve sapere quello che fa, deve sapere perché lo fa e prima di fare deve scegliere che cosa vuole fare. 
Se uno non è fedele a questo progetto di Dio su di lui come creatura umana, è una creatura dissipata, di-spersa. 
È inevitabile che questa condizione di distrazione emerge soprattutto nei momenti in cui uno, nei confronti del suo atteggiamento normale, vuole raccogliersi. Si fa l’esperienza analoga a quella che fa una persona estremamente disordinata a casa sua: finché una cosa non la interessa e non ha bisogno di trovarla, ci sta benissimo nel suo disordine – evviva il disordine! evviva la libertà! –; ma il giorno in cui una cosa gli interessa e non la trova, non dice più "viva la libertà!". 
Ora, se io mi metto a pregare in una condizione dissipata, l’esperienza che faccio è quella della distrazione: non riesco a dare ordine al mio pensare, ai miei sentimenti, ai miei desideri, tutto diventa caotico, immotivato, irragionevole.
* Ma c’è di più. Molto spesso la ragione delle nostre distrazioni non è soltanto questa mancanza di controllo, di ordine, di compostezza interiore, ma è un’altra ragione che è più grave e moralmente significativa. Tante nostre distrazioni derivano dagli attaccamenti che abbiamo. Quando non siamo liberi, ma con la mente attaccata a qualche cosa, col cuore attaccato a qualche persona o cosa, con la sensibilità tentata per alcuni gusti, con le varie intemperanze ecc..., allora di lì nascono le distra-zioni. Resto continuamente sollecitato dal di dentro perché i miei attaccamenti personali mi con-dizionano la libertà, diventano remore, diventano rallentamenti, diventano pesantezze. Non sono più una creature disponibile, così come non sono più una creatura trasparente, limpida.
E allora i pensieri, le immagini, i desideri, i propositi che io posso anche fare per vivere in unione con Dio, subiscono troppe distrazioni tanto da finire con l’essere perdite di tempo. 
E l’esperienza che si fa è: non riesco a meditare, non riesco a pregare, non riesco a raccogliermi nel pensiero del Signore.
È evidente che queste diverse causalità delle nostre distrazioni è importante conoscerle, perché i rimedi sono legati alle origini delle distrazioni, alle loro motivazioni. Ecco allora che interviene una certa pedagogia nei confronti della distrazione, che parte proprio di qui: conoscere i motivi, mettere questi motivi di fronte a Dio, lasciarsi persuadere, attraverso la riflessione e l’impegno, per liberarcene.
Però, accanto alle distrazioni legate ai nostri attacchi e alle nostre scompostezze interiori ed esteri-ori, ci sono anche quelle dipendenti un po’ dalla nostra natura: l’irrequietezza della fantasia, la mobilità della mente, oppure l’effervescenza dei sentimenti e dei desideri che finiscono con l’essere caratteristiche di una persona. 
Non è che questa persona se li sia fabbricati lei: ci nasce in questo modo. È vero che può superarli a poco a poco, però, per lo meno in principio, questo lavoro diventa più difficile e minori sono i risultati immediati. Bisogna sapere che di fronte a certe impossibilità di raccoglierci, per la mobilità della fantasia, per la natura profonda del nostro essere, può anche accadere che il rimedio alle distrazioni sia proprio quello di cambiare l’occupazione spirituale e, invece di dedicarci alla orazione mentale, si debba prima passare per un periodo nel quale la preghiera vocale faccia da battistrada, e nel quale anche altri soccorsi di carattere esterno devono essere impiegati.
S. Teresa insegna che il ricorso alla preghiera vocale in certi stati di distrazione – quelli del primo tipo – è un ottimo rimedio, e bisogna che le anime amino la preghiera vocale, la pratichino con la necessaria perseveranza e anche con la necessaria umiltà. 
La pretesa di essere dei contemplativi è fuori luogo. La Santa dice di se stessa: “Io per ben 14 anni” – sono tanti eh! – “ho dovuto aiutarmi molto con la preghiera vocale per riuscire a fare la meditazione e l’orazione”.
E tra le preghiere vocali, per S. Teresa, oltre la preghiera liturgica, c’era la preghiera privilegiata del Padre nostro. Una preghiera che va assaporata, ripetuta in modo tale da penetrarne tutta la ricchezza. E, secondo Teresa, è questa strada della preghiera vocale che l’ha resa contemplativa. È un cammino.


LE PREGHIERE CHE ARRIVANO IN CIELO

Un sant'uomo si trovò un giorno sulla soglia di una chiesa molto magnificata perché vi si tenevano celebrazioni e preghiere con grande partecipazione di fedeli. 
L'uomo però rimaneva fermo sulla soglia e si rifiutava di entrare. 
«Perché non entri?», gli chiesero. «Non posso entrare», rispose. 
«Ma perché no?». 
L'uomo rispose: «Questa chiesa è stracolma, da una parete all'altra, dal pavimento al soffitto, di parole dotte d'insegnamento, d'intercessioni, di invocazioni e di preghiere dei fedeli, forbite, accurate, politicamente corrette. Non c'è posto per me qui dentro».
I circostanti non lo capivano e lo guardavano con stupore. 
Il sant'uomo aggiunse: 
«Celebranti e fedeli pronunciano con le labbra milioni di parole. 
Ma in cielo arrivano solo quelle che vengono dal cuore. 
Tutte le altre restano qui e riempiono la chiesa da parete a parete e dal pavimento al soffitto».

Nella preghiera è meglio avere il cuore senza parole che le parole senza cuore...     

2 - Le aridità
Ma c’è un altro fenomeno, che può somigliare alle distrazioni ma non è la stessa cosa, ed è quello delle aridità spirituali.
Le distrazioni sono scomposte mobilità del nostro spirito; le aridità invece sono, proprio come dice la parola, degli stati di rigidità, di secchezza appunto, dal quale non si riesce ad uscire, rimanendo quindi incapaci di pensare, incapaci di desiderare, incapaci di volere, in una esperienza estremamente faticosa per la vita di preghiera. Infatti la preghiera, in uno stato d’animo come quello dell’aridità, non ha agganci, non ha appigli, si trova nel buio, nel vuoto. 
E la Santa dice che queste aridità, il più delle volte, sono il frutto della dissipazione
Attraverso la dissipazione, la creatura diventa intemperante nell’uso delle creature. Vive troppo inten-samente le vicende puramente materiali e terrene, si preoccupa eccessivamente della salute, si preoccupa di ciò che ha mangiato e di ciò che deve mangiare, si preoccupa delle varie vanità della vita; e questo le toglie trasparenza, la rende opaca, la rende pesante e non sa più muoversi (35, 19, 2-5).
S. Giovanni della Croce parla di una creatura che, attraverso la dissipazione, è ingrassata troppo e non si muove. Fa riferimento al famoso verso: «Ingrassato, dilatato: recalcitrò» (Deut. 32, 15).
Questa creatura è nel buio. Buio che può diventare così profondo e così radicale da non riuscire più a muoversi. Questo tipo di difficoltà è più proprio - quando non è colpevole - di coloro che sono già parecchio avanzati nelle strade dell’orazione, cioè stanno percorrendo il cammino della purificazione passiva, sia dei sensi che dello spirito.
3 - Paziente attesa
Di fronte a queste varie difficoltà, il comportamento di un anima sarà differtente. 
* Per quelle da noi causate, come dicevo, sarà soprattutto un maggiore impegno per avere una vita ordinata, più temperante, sobria, non impegolata in troppi interessi e troppe curiosità, in troppi attaccamenti, in troppe fantasticherie. 
* Ma quando invece si tratta delle impotenze che vengono da Dio, tutto questo lavoro bisogna certa-mente continuarlo, ma non è detto che questo serva a fare scomparire la difficoltà. Il comportamento di fronte a questo tipo di impotenza o di aridità è quello della paziente attesa
E qui vorrei sottolineare qualche cosa che è tipico di santa Teresa e di S. Giovanni della Croce.
Quando si tratta di anime che attraversano periodi di questo genere, non bisogna mai consigliarle di fare dell’altro, di sospendere il tempo o l’impegno dell’orazione; ma la loro orazione deve diventare un perseverante esercizio di pazienza e di attesa
«È tempo perso! – si dirà – perché non si pensa a niente, non si prova niente, non si muove niente». 
È vero, si rimane nel buio, ma in esso il Signore opera
E non c’è da dire che la cura del buio non sia salutare. Non faccio nessuna allusione a certe terapie dello scuro che esistono oggi. È proprio un fatto spirituale. E sarebbe un grosso errore se, per liberare le anime dalla sofferenza dell’impotenza, dal tormento dell’essere al buio, dalla tribolazione ecc. le si invitasse a distrarsi e, poi, quando passerà, passerà! No! I Santi dicono: bisogna perseverare, sia nella distribuzione del proprio tempo di preghiera, sia anche nella valutazione della nostra vita, perché di solito questa impotenza e questa aridità non prendono soltanto il tempo della preghiera, ma prendono la vita. 
Un esempio molto classico è che, di solito, noi facciamo con molto interesse le cose che fanno parte della nostra vita; una madre di famiglia fa anche le cose volentieri, pure se costano; c’è interesse, ci si pensa, ci si appassionata anche se magari si tribola, si brontola... Insomma è un interesse che aiuta a vivere. 
Quando l’orazione sembra non interessare più, cosa bisogna fare, smettere? No, bisogna andare avanti, fare lo stesso quello che bisogna fare e... tornerà il bel tempo! È un esercizio nel quale l’iti nerario della orazione fa maturare la speranza. Spoglia la speranza da tutte quelle motivazioni umane, spicciole, e radica la Speranza nel comportamento del Signore, del quale non si capisce il perché e che tuttavia si accetta, dicendo: Signore, se a te piace, va bene così.
È un comportamento questo che mette ancora in luce come, tra vita di preghiera e vita, non ci sia un dualismo; e mette anche in evidenza come certe difficoltà e certe prove della preghiera non si fermano alla preghiera, ma sconfinano nella realtà totale della esistenza di una creatura.
Ritorniamo quindi a quella assoluta necessità di continuare a fondare e a radicare la vita di unione con Dio nell'esperienza della umiltà. Già parecchie volte ho fatto accenno a questa umiltà e qui riemerge, soprattutto nella preoccupazione di Santa Teresa. Pregare non vuoi dire riuscire a pregare, ma vuol dire credere che il Signore ci chiama a una comunione d’amore con Lui, sperare che questa comunione, di cui Lui prende l’iniziativa, si realizzerà e pagarne con amore tutti i prezzi.
Detto questo, però, bisogna anche sottolineare che santa.Teresa e san Giovanni della Croce danno dei suggerimenti didattici concreti per uscire da questo insieme di difficoltà nella vita di orazione.
4 - Alcuni suggerimenti
1. Il primo suggerimento è il ritorno allo spogliamento, al distacco: "Amare Dio è spogliarsi per Dio di tutto ciò che non è Dio" (25, 5, 7). 
ll distacco dal peccato è ovvio: orazione e peccato non vanno d’accordo. 
Ma anche distacco dalle vanità, dalle futilità della vita. Nella vita istintivamente condotta, le cose inutili fanno la parte del leone. Faccio un esempio: non abbiamo mai tempo per pregare e poi perdiamo tanto tempo in chiacchiere che sono pettegolezzi, curiosità... Ecco allora il distaccarci attraverso un proposito costante e sistematico, perché per ognuno il distacco ha degli oggetti particolari. Se gli piace un po' troppo il vino, naturalmente sa bene come indirizzare il suo impegno di distacco; a chi piacciono un po’ troppo i profumi sa bene dove indirizzare il suo distacco. Per rimanere a cose materiali. 
Poi ci sono tutte quelle istintive aderenze che ci troviamo e che troppe volte coltiviamo proprio per superficialità, per conformismo, per moda, per abitudine, per pigrizia, per spirito di comodità... 
Lì bisogna lavorare. Allora: vita e orazione vanno in osmosi. Nella misura che il distacco cresce, nella stessa misura lo spazio della orazione come dimensione spirituale aumenta. 
2. Un altro suggerimento è quello dell’esercizio del raccoglimento ascetico
Ho detto "dell’esercizio"; non parlo cioè di un valore spirituale generale, che è fissare in Dio il proprio spirito; ma parlo di un raccoglimento ascetico, che si esercita attraverso alcuni impegni particolarmente propizi al raccoglimento vero. 
ll silenzio, per esempio. Fare silenzio, circondarsi di silenzio è certamente un aiuto. La solitudine, il ritiro anche materiale, isolarsi dagli altri, cercare degli ambienti, trovare degli spazi dove non siamo circondati da presenze che ci sollecitano, ma siamo piuttosto provocati ad una interiorizzazione, ad una esperienza di interiorità. 
Questo è un esercizio ascetico e questo significa che chi vuole vivere di orazione questo esercizio lo deve praticare. "Io pregherei tanto volentieri ma non ho tempo!". Su via, non dica bugie: spreca tanto tempo! Cerchi piuttosto di sprecarne un po’ di meno e vedrà che il tempo per pregare lo trova. Il tempo dedicato alle cose inutili o anche il tempo dedicato alle cose meno importanti della preghiera, evidentemente bisogna che lo ridimensioniamo, che ne facciamo oggetto di un impegno. 
Vivere di orazione, dedicarsi alla unione con Dio significa anche queste cose.
E tutto questo impegno del raccoglimento ascetico attraverso esercizi di silenzio, di solitudine e di ritiro, è un impegno che va anche controllato. Va seguito attraverso, per esempio, un esame di cosci-enza. È una perfetta illusione vivere così come viene, in nome di una cosiddetta libertà spirituale.
3 – Un altro grande rimedio a queste difficoltà di raccoglimento, di orazione, è l’esercizio della lettura spirituale. S. Teresa di Gesù, a proposito della lettura spirituale, ha fatto una esperienza veramente grande. Quando l’Inquisizione fece bruciare tutti i libri spirituali del tempo, Teresa pianse. 
La lettura spirituale è un esercizio che possiamo anche chiamare propedeutico alla orazione e alla vita di orazione, ma molte volte è anche un esercizio di orazione, perché diventa contestuale la lettura e l’attivazione del nostro pensiero, dei nostri sentimenti, dei nostri desideri, della nostra volontà.
La Santa raccomanda la lettura dei libri spirituali con molta insistenza ed è per questo che anche nella vita delle sue monache ha prescritto l’orario della lettura spirituale: devono leggere ciascuna per conto suo. Per dire quanta importanza le dava! E la Santa questa lettura spirituale delle sue monache la voleva anche un po’ "guidata", in quanto dovevano renderne conto alla priora. Sembra una disposizione puramente disciplinare, invece è tutto un metodo, per cui attraverso la lettura, si arriva all’orazione. 
Una lettura che si deve fare prima e fuori del tempo dell’orazione, ma anche una lettura che si fa durante la orazione, quando evidentemente emergono le difficoltà di cui abbiamo parlato.
La Santa sa che il libro per eccellenza è Cristo. Ecco il perché della lettura del Vangelo e la lettura dei libri che parlano dei misteri del Signore Gesù. Tutte le sue esemplificazioni concrete a proposito dello sviluppo della orazione in qualunque suo grado sono tutte esemplificazioni che partono da un mistero personale di Gesù: lo contempla nell’agonia, lo contempla nella flagellazione, lo contempla sulla croce, lo contempla nella risurrezione. 
Questo è il libro spirituale: questo Cristo, questa persona di Gesù che annunzia il mistero di Dio e lo rivela, e i libri che a questo mistero del Cristo, rivelatore del Padre, prestano particolare attenzione. 
è una insistenza nell’insegnamento teresiano che merita di essere sottolineata
4 – Ma c’è ancora un altro mezzo, di cui la Santa parla, per aiutare le anime a superare le difficoltà del cammino della preghiera e dell’orazione. È il mezzo della direzione spirituale. La Santa dice che è molto importante avere una direzione spirituale illuminata e saggia; nello stesso tempo si lamenta che troppe volte la direzione spirituale paralizza le anime proprio per la inettitudine con cui viene esercitata.
Qui dovremmo fare un discorso molto più dettagliato, però è certo che abbiamo bisogno di essere aiutati. Il cammino della orazione è un cammino che ha le sue difficoltà; è meraviglioso, ma ha le sue difficoltà di discernimento, d'impotenza, di perseveranza; ha le sue crisi di scoraggiamento, di abbat-timento. E chi pretende di passare attraverso tutto ciò da solo, il più delle volte si perde. Noi ci troviamo qui di fronte ad una situazione che nel tempo di s.Teresa non poneva grandi problemi perché i direttori spirituali abbondavano. 
Vorrei dire con tutta schiettezza che oggi mancheranno forse i direttori spirituali, ma mancano so-prattutto le anime che si fanno dirigere. Una buona chiacchierata... un buon consiglio..., quel prete è simpatico... Ma appena ci s'impegna sul serio e ci si sente prendere per mano senza tanti fronzoli e tanti compiacimenti, allora non so come stiano le cose.

Card. Ballestrero – Da ""Dio è mio e per me..."

(Adattata  da p. Claudio Truzzi OCD)

GESU' PARLA IN PARABOLE - Padre Claudio Truzzi OCD


gesù parla in parabole
1 – Ci sono molte persone che iniziano a leggere la Bibbia, ma si fermano quasi subito, dicendo di non riuscire a capirla. Il linguaggio della Bibbia è per loro incomprensibile, difficile...
Come si spiega tale convinzione, quando, invece, il linguaggio della Bibbia è molto semplice ed elementare? Non ci sono, infatti, parole difficili, astratte, complicate; non ci sono i paroloni dei teologi e dei filosofi; ci sono invece le parole di tutti i giorni, le immagini prese dalla vita quotidiana.
Perché allora ci sfugge la semplicità della Bibbia? Perché non comprendiamo i discorsi di Gesù, il suo linguag-gio povero, le sue parabole che possono essere raccontate anche ad un bambino?
2 – C'è, inoltre, un altro atteggiamento nei confronti della Bibbia: coloro che leggono e credono di capire tutto... arrivano a far dire alla Bibbia tutto quello che passa nella loro mente. Anche in questo caso il significato della Parola di Dio sfugge e viene alterato.
Vale, allora la pena affrontare l'argomento del linguaggio di Gesù e soprattutto il suo parlare in parabole,   così frequente nei Vangeli.
*  GESù è LA PAROLA
Prima di esaminare il linguaggio usato da Gesù, facciamo una considerazione su Gesù stesso.
Gesù è la Parola del Padre. «In principio era la Parola, e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio...» (Gv 1,1). «Dio... ha parlato a noi per mezzo del Figlio... che è irradiazione della sua gloria ed impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua potente parola...». (Ebrei 1,1)
Che cosa significa che Gesù è la “Parola”? Che cos'è la Parola?
La parola è la manifestazione di chi la pronuncia, il suo comunicarsi, il suo farsi conoscere.
Gesù è “la parola del Padre”. Significa allora che Gesù è la manifestazione del Padre, Dio rivelato agli uomini. Per questo è detto: «Dio nessuno l'ha mai visto, proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre , lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). E Gesù risponde a Filippo che chiede di vedere il Padre: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre...» (Gv 14,9).
Il Padre si rivela agli uomini in Cristo che ne è la manifestazione, la rivelazione, ossia la Parola.
*  GESù PARLA AGLI UOMINI
è proprio della parola il comunicare. Gesù viene proprio a far conoscere agli uomini i piani di Dio, e per far questo molto insegna, spiega, parla, ammonisce, rimprovera, racconta..
Egli potrebbe scegliere qualsiasi forma di comunicazione e qualsiasi tipo di linguaggio. Ma, che cosa sceglie?
Non i paroloni astrusi dei dotti, dei sapienti, degli scienziati: sceglie invece le parole umane più comuni, la lingua del suo tempo, della sua razza, nella forma più semplice parlata dal popolo.
Il linguaggio che egli ha scelto non è, per questo, valido soltanto per i suoi contemporanei. Se fosse così egli avrebbe scelto di parlare una sola volta, in un certo tempo, perché tutti gli altri uomini, coloro che non sono stati ammessi a sentirlo direttamente, non potrebbero ricevere il suo messaggio.
Gesù ha affermato (Luca 21,33): «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».
Quindi le parole che pronuncia Gesù non hanno valore e significato soltanto per i suoi contemporanei, ma sono valide per tutti gli uomini di tutte le epoche: sono sempre attuali.
Ma chiediamoci: i contemporanei di Gesù lo capivano? Pochi, molto pochi.
Gli uomini di oggi capiscono Gesù, il suo messaggio? Pochi, molto pochi.
Abbiamo detto che Gesù viene appositamente per parlare agli uomini, per annunciare loro il Regno di Dio, e per far questo sceglie un linguaggio facile, alla portata di tutti, un linguaggio da povera gente, e però sono pochi quelli che lo capiscono...! Siamo di fronte ad un fatto che ha dell'incredibile, se non fosse così frequente, oggi, ieri, all'epoca stessa di Gesù.
• Allora dobbiamo pensare che Gesù non ha scelto la via giusta per farsi capire, non ha scelto il linguaggio giusto? Eppure, se crediamo che egli è Dio, non possiamo che concludere che il linguaggio scelto da Gesù è il migliore sotto ogni aspetto, altrimenti egli non lo avrebbe fatto suo. Non esiste perciò un linguaggio più efficace, veritiero, semplice, accessibile, completo, significativo.
• Allora, qual è la causa che rende così difficile capire ciò che Gesù dice? Così difficile che si rinuncia ad ascoltarlo, a non prenderlo neppure in considerazione, ad agire come se non avesse parlato? A non tenere conto di ciò che ha detto? Eppure sono cose grandi, che riguardano il destino dell'uomo, la vita e la morte, il senso stesso dell'esistenza umana e dell'universo!
Consideriamo dettagliatamente i “singoli problemi”:
– primo: in che cosa consiste il linguaggio in parabole di Gesù, – poi perché ha scelto di parlare in parabole,
– quindi vedremo perché è possibile non capirlo, – e infine che cosa bisogna fare per capirlo.
*  CHE COS' è IL PARLARE IN PARABOLE?
Tutti quanti ricordiamo qualche parabola di Gesù imparata a scuola, alla lezione di catechismo, o anche ripresa, a volte, dalla letteratura, ed entrata nel linguaggio comune.
Le più note parabole di Gesù sono quelle del Figliol prodigo, del Buon samaritano, quella del Seminato-re, del Buon Pastore, Gli operai dell'ultima ora, o quella dei Talenti.
Di queste parabole, con tutta probabilità ricordiamo pure bene la situazione, alcuni particolari si sono stampati senz'altro nella nostra memoria, come le favole ascoltate da piccoli o qualche libro di avventure letto nella nostra adolescenza. Ma se qualcuno ci chiedesse che cosa significa una di queste parabole, oppure ci chiedesse di spiegargli i vari particolari della parabola, incontreremmo forse qualche incertezza o addirit-tura non sapremmo affatto che cosa rispondere. Un fatto però è certo: le immagini reali, concrete della parabola si sono stampate indelebilmente nella nostra memoria e le ricordiamo bene.
Ecco che cos'è una parabola: un discorso fatto per immagini ricavate dalla vita di tutti i giorni. Tali imma-gini significano dei concetti che sarebbe lungo e complesso (e in certi casi impossibile ed equivoco) spiegare soltanto con le parole. Le immagini sono prese da una realtà che si conosce per indicare una realtà che non è conosciuta a chi ascolta. Tra le due realtà esiste una relazione di somiglianza. è un metodo usato anche dagli uomini: far comprendere una realtà che s'ignora cercando dei riferimenti nell'esperienza che è stata già fatta.
Ma questo tipo di linguaggio, usato da Gesù, diventa espressivo al massimo; le relazioni sono perfette, le immagini vive e forti, vicine al cuore dell'uomo.
Per capire come le immagini rappresentino i concetti facciamo qualche esempio.
Nella parabola del “Figliol prodigo”, il fatto che il Padre lasci partire il figlio da casa indica la libertà dell'uo-mo voluta da Dio e da Dio rispettata: l'uomo è libero di distaccarsi dal Padre, di andare dove vuole; è libero di disubbidire, di sbagliare; è libero di abbandonare Dio.
L'accoglienza che il Padre riserva al figlio angosciato e pentito, consapevole – dopo averne fatto esperienza che non si sta bene che nella casa del Padre –, significa la misericordia di Dio, prontissimo a perdonare, a dimenticare; prontissimo a dare al figlio che ritorna il posto d'onore nella casa.
Vedete quante parole abbiamo dovuto usare per cercare di spiegare le semplici immagini della parabola; e le nostre spiegazioni non sono certo esaurienti, perché in quest'immagini si può leggere altro; si possono trovare altri significati.
– A volte Gesù, invece di fare un lungo racconto in parabole, si limita ad una similitudine, ad una espressio- ne, chiamando con il nome di una cosa conosciuta, una realtà sconosciuta di ordine spirituale. Ad esempio, indica lo Spirito – di cui i suoi ascoltatori non hanno conoscenza –, col nome di acqua viva, che tutti conoscono. Tra queste due realtà esistono alcune somiglianze che permettono di farsi un'idea di ciò che non si conosce, o almeno di un suo aspetto, basandosi su ciò che si conosce.
• Da notare, però, che ogni somiglianza è parziale, limitata: Gesù, infatti, per indicare lo Spirito – o meglio altre qualità dello Spirito –, lo paragona al vento ed anche al fuoco. Lo Spirito ha quindi, tra l'altro, alcune somiglianze con l'acqua, il vento e il fuoco... Naturalmente nessuna immagine esaurisce la ricchezza dello Spirito. Le parole sono perciò un mezzo limitato, anche quando sono pronunciate da Gesù. Sono però il mezzo che ci porta a Lui.
* PERCHè GESù PARLA IN PARABOLE?
Si dice, solitamente, che Gesù parla in parabole per essere capito da tutti, in quanto usa parole semplici, immagini tratte dalla vita quotidiana, alla portata di tutti.
Tale spiegazione non è esatta. Infatti, ci troviamo di fronte più volte ad un fatto curioso: quando Gesù parla in parabole nessuno lo capisce, neppure i suoi discepoli: «Pietro allora gli disse: – Spiegaci questa parabola. Ed egli rispose: – Anche voi siete ancora senza intelletto?» (Cf Mc 4,10; 13,33, 15,15).
Ma allora viene da chiedersi: Gesù parla in parabole per non essere capito? Anche questo non è esatto.
•• Vediamo di affrontare il problema, perché si tratta di un argomento della massima importanza.
La chiave per comprendere tale enigma  ce la fornisce Gesù stesso, in Matteo 13,10ss.
«Gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: – Perché parli loro in parabole? Egli rispose: – Perché a voi è dato co-noscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro no... Per questo io parlo loro in parabole affinché pur vedendo non vedano, e pur udendo non odino e non comprendano. E così s'adempie per loro la profezia di Isaia che dice: “Voi udrete ma non comprenderete, guarderete ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diven-tati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non inten-dere con il cuore e convertirsi, e io li risani. Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono!».
Gesù afferma chiaramente – citando il profeta Isaia –, che la parola è data, ma le orecchie del popolo si sono indurite, chiudono gli occhi; c'è il rifiuto ad accogliere la parola, la chiusura del cuore, la decisione di restare separati da Dio, la decisione di non convertirsi. Questo accecamento volontario è la causa della non-compren-sione dei misteri del regno dei cieli, non l'oscurità della parola presentata sotto il velo della parabola.
Per questo Gesù conclude molti suoi discorsi in parabola con l'espressione: «Chi ha orecchi per intendere, intenda!». è un invito alla comprensione, a cambiare atteggiamento, ad assumere un atteggia-mento di ascolto, di accoglienza della Parola.
Gesù afferma: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci!». (Mt 7,6). Nel Prologo del Vangelo di Giovanni è scritto (l, 5ss): La luce splende ne/la tenebre ma le tenebre non l'hanno accolta... Venne tra la sua gente, ma i Suoi non l'hanno accolto... Ma a quanti l'hanno accolto...».
••  Colleghiamo insieme questi passi.
Gesù non tace: parla, parla a tutti. E se parla è per essere capito, per dare Luce. Questa è la sua missione: Illuminare ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9). Egli sceglie la forma delle parabole affinché il suo messaggio s'imprima con forza nella mente di chi ascolta, di chi capisce e di chi non capisce. La parabola così ricevuta può destare il desiderio di comprenderla.
– Chi crede a Gesù avendo visto i suoi segni (Miracoli d'ogni tipo), ascolterà con attenzione, si farà suo discepolo per essere maggiormente illuminato. Infatti, ai discepoli spiegava ogni cosa (Mc 4,33).
– Chi non crede a Gesù dopo aver visto le sue opere, non ascolta col desiderio di capire, come luce che viene da Dio; non vuole approfondire la parabola che gli resterà oscura; oppure crederà di averla capita, e sarà soltanto un gesto di presunzione.
In altre parole, la parabola è il mezzo per raggiungere tutti, senza distinzione, senza esclusioni: chi si esclude lo fa da sé. I segni fatti da Gesù e le parabole da lui pronunciate sono per tutti: la spiegazione delle parabole è solo per chi la cerca, è soltanto per chi crede. Comprendere la rivelazione di Dio significa entrare in intimità con Dio, e non possono accedere a questa intimità i cani e i porci, ossia coloro che non si mettono nel giusto atteggiamento nei confronti di Dio. Per questo le parabole usano parole semplici, non parole astratte e difficili. Usa immagini note a tutti. è pronunciata in pubblico. Si imprime facilmente nella memoria.
Tutti odono, tutti possono guardare. La luce è per tutti, ma la riceve solo chi vuole, chi crede, chi domanda, chi si fa discepolo. Le parabole sono un modo per lasciare liberi gli uomini.
Quindi, in conclusione: Gesù parla per essere capito da tutti, ma lo capisce solo chi si fa discepolo.
*  GESù SPIEGA ANCQRA OGGI LE SUE PARABOLE
Qualcuno potrebbe obbiettare che Gesù non ha spiegato tutte le parabole che si trovano nel Vangelo, o se l'ha fatto, queste spiegazioni non sono state scritte dagli Evangelisti. Inoltre, noi non abbiamo la fortuna di avere Gesù vicino come i primi discepoli e chiedergli spiegazione di tutto ciò che dice o ha detto.
Nei Vangeli possediamo la spiegazione fatta da Gesù di circa 7 parabole. Le altre non sono spiegate. Ma una frase nel Vangelo di Giovanni ci apre la strada per la comprensione di tutte le parabole. «Ma il Conso-latore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv 14,26ss).
I discepoli – pur essendo stati vari anni con Gesù –, erano ancora «sciocchi e tardi di cuore» (Luca 24,25), non comprendevano bene le parabole neppure quando Gesù le spiegava. Non riuscivano ad afferrare neppure i discorsi di Gesù quando parlava apertamente. Ma ricevettero lo Spirito Santo – secondo la promessa di Cristo –  ed allora compresero tutto, ricordarono tutto, colsero il senso di tutte le parole delle Scritture.
La medesima cosa accade oggi a chi desidera esser discepolo di Gesù. è facile che quando si diventa discepoli non si abbia ancora capito molto. Si diventa discepoli di Gesù sull'esempio di altri, leggendo la Bibbia, mossi da qualcosa dentro di noi che ci spinge a credere, a fidarci... Forse per anni camminiamo così, a tentoni, intravedendo qualcosa, ma senza capire... Finché un giorno si chiede al Signore il suo Spirito, fidandosi della sua promessa, ed allora, ecco, tutto si rischiara. Lo Spirito, che è luce, viene e ci ricorda tutto quello che Gesù ha detto e ce lo fa comprendere. Allora cogliamo un altro valore delle parabole: Quelle immagini così vive e semplici impresse nella nostra memoria stavano lì in attesa della venuta dello Spirito, che viene e ne apre il senso misterioso, spirituale.
*  TUTTA LA BIBBIA è UNA GRANDE PARABOLA
Possiamo affermare: tutta la Bibbia è una grande parabola, in cui Dio parla attraverso azioni, attraverso i fatti accaduti a quanti ci hanno preceduto, attraverso i Profeti, attraverso ciò che Cristo ha fatto e detto. «Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro...» (I Cor 10,11).
La Bibbia non usa parole astratte, difficili. Dio si serve di fatti realmente accaduti per insegnarci delle verità profonde. Tutta la storia di Israele diventa una grandiosa parabola che fa comprendere l'agire di Dio, la sua volontà, il significato della vita e della storia dell'umanità, i disegni di Dio per la salvezza degli uomini.
La stessa Creazione diventa una parabola, un insegnamento di Dio che si manifesta a noi attraverso la realtà materiale per indicare la sua potenza, la sua sapienza, il suo amore. –[Come dice San Paolo, in Rom. 1, 18-21].
• E Gesù ci manifesta le medesime cose attraverso le opere che egli compie. Gv 10,38: «Se non volete credere a me, credete almeno alle opere».
   Di fronte a tali insegnamenti possiamo fare come molti contemporanei di Gesù e guardare senza vedere, ascoltare senza comprendere, e sarà un “non-vedere e un non-sentire” volontario e perciò colpevole.
Possiamo, invece, metterci in ascolto: è Dio che parla, è Dio che agisce, è Dio che si rivela. Questo è l'atteggiamento umile e attento del discepolo. Se facciamo così, tutto sarà chiaro per noi: conosceremo Gesù, conosceremo il Padre e pure lo Spirito, conosceremo cioè ciò che di più alto esiste e può essere conosciuto.
Ricordiamo: non è possibile conoscere Dio. Conoscere Dio è un regalo fatto da Dio a chi si fa suo disce-polo». Giac. 4,7: «Dio resiste ai superbi, ma agli umili fa grazia».
Il Signore dà la sua Luce, il suo Spirito a chi lo chiede. Gc. 1,5: «Se qualcuno di voi manca di sapienza la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data». Luca 11,19: «Il Padre darà lo Spirito Santo a coloro che, glielo chiedono».
Ancora una volta, a noi la scelta: chi noti capisce Dio che parla è perché non vuole capire.Chiediamo perciò lo Spirito Santo e diventeranno veri discepoli di Cristo e avremo la gioia di entrare nei misteri del regno di Dio!
LA PEDAGOGIA DI GESÙ
Educa con l'esempio ad affrontare persecuzione, passione e morte; ed insegna a vivere nella gioia della  risurrezione.
Il vangelo costituisce il codice della pedagogia cristiana. E lì che il cristiano apprende a vivere ed a comportarsi come seguace di Cristo. Così hanno fatto e fanno i santi di ieri e di oggi. Se san Francesco ha vis-suto sine glossa la povertà di Gesù, don Bosco ne ha imitato il gesto di accoglienza e di educazione dei piccoli e madre Teresa di Calcutta l'atteggiamento di assistenza e cura dei poveri e degli abbandonati.
Volendo individuare alcuni dei capitoli più significativi della straordinaria e sempre attuale pedagogia di Gesù, possiamo elencare i seguenti:
• Gesù accoglie i poveri e gli emarginati;                  • perdona e converte i peccatori;
• guarisce gli ammalati;                              • onora le donne;                    chiama alla sequela;
• accoglie i bisognosi e difende i piccoli e i deboli;          • insegna a perdonare e ad amare i nemici;
• rivela il Padre ricco di misericordia ed insegna a pregarlo con l'invocazione «Padre nostro»;
• educa con l'esempio ad affrontare la persecuzione, la passione e la morte;
• c'insegna, infine, a vivere nella gioia della risurrezione.
2.    Gesù medico delle anime e dei corpi
Illustriamo soltanto alcuni di questi capitoli di pedagogia cristiana.
• Cristo medico dei corpi e delle anime è un titolo fondato sulla realtà del Gesù terreno. Al tempo di Gesù, ovviamente, non esistevano le odierne conoscenze scientifiche circa le malattie e i microrganismi che le possono causare. Nè esisteva un'adeguata teorizzazione dei mali psicologici. Né erano conosciute, almeno in Israele, operazioni chirurgiche significative, ad eccezione della circoncisione, che, ha un carattere socio-reli-gioso, più che propriamente terapeutico. Anche le regole d'igiene erano rudimentali se non carenti, così che me le cure e le medicine, che spesso si riducevano a diete (Lc 8, 55), unguenti e cataplasmi (cf. Is 1, 6; 38, 21), colliri (cf. Ap. 3, T8), bagni (cf. Gv 5, 4). Nel NT vengono descritte menomazioni fisiche come la sordità e il mutismo (cf. Mc 7, 31-37), l'epilessia (cf. Lc 9, 38; Mt 17,14), l'idropisia (Lc 14, 2), le emorragie (cf. Mt 9, 20-22), ecc.
Sono innumerevoli i miracoli di guarigione. Gesù guarisce dalla febbre la suocera di Pietro con un gesto di grande affetto: le «toccò la mano e la febbre scomparve» (Mt 8, 15). Risana il paralitico al quale rimette anche i peccati (cf. Mt 9,1-8). Ridona la salute alla donna, che da dodici anni soffriva perdite di sangue (cfr Mt 9, 2–22). Restituisce la vista ai ciechi (cf. Mt 9, 27-31; 20, 29-34; Mc 8, 22-26): [straordinario il caso del cieco nato, che, gua-rito da Gesù, riempì di meraviglia non solo la folla ma gli stessi genitori (cfr Gv 9,11). Ridona l'udito e la parola a un sordomuto (Mc 7, 31-37) e l'uso dell'articolazione a un uomo dalla mano inaridita (cf. Mt 12-9-14). Risana un epilettico (cf. Mt 17, 1-21), un idropico (cfr Lc 14,1-6) e una donna curva, inferma da diciotto anni (cf. Lc 13, 10-17).
4.     Gesù vittorioso su Satana
Gesù vince non solo il peccato e le malattie, ma anche Satana. Egli libera gli uomini posseduti dal maligno: «Gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati» (Mt 8,16). Risanò i due indemoniati furiosi di Gàdara (cf. Mt 8, 28-34; Mc 5,1-20; Lc 8, 26-39), l'indemoniato di Cafarnao (Mc 1, 21-28; Lc 4, 31-37), un indemoniato muto (cf. Mt 12, 22-24), un altro cieco e muto (Mt 12, 22-24). è vero che a quel tempo disturbi, alterazioni funzionali e malattie come l'epilessia erano considerate conseguenze di possessioni diaboliche. Nella lotta con gli indemoniati, però, Gesù si trova davanti non soltanto a delle persone malate, ma all'avversario del bene, al tentatore e seduttore dell'uomo. E lo vince. Il potere di Gesù è superiore a quello di Satana. Negli esorcismi Gesù non soltanto guarisce una malattia, ma espelle colui che è avversario del regno di Dio. Nella lotta tra il bene e il male Gesù è il vincitore di Satana.
5. Gesù onora le donne. L'atteggiamento di Gesù nei confronti delle donne è un ulteriore esempio della sua disponibilità all'accoglienza ricreatrice degli oppressi ed emarginati. Per questo suo comportamento egli è stato considerato cifra di vera umanità. La testimonianza evangelica è univoca. Gesù accolse le donne, le stimò, le rispettò, le valorizzò. Egli visse in una società e cultura andro-centrica e discriminante nei confronti delle donne, avversate ed umiliate nei loro diritti fondamentali di persone: le donne erano proprietà prima del padre poi del marito; non avevano il diritto a testimoniare; non potevano apprendere la Torà.
In questo ambiente prevenuto, Gesù agi senza animosità, ma con libertà e coraggio.
Egli avvicina le donne, le guarisce, non discrimina le straniere [risana la figlia della donna siro-fenicia, Mc 7, 24-30], supera i tabù della loro impurità legale [guarisce l'emoroissa: Mc 5, 34], le porta come esempio [elogia la povera vedova: Mc 12, 41-44], ne vive l'amicizia [è di famiglia con Marta e Maria, sorelle Lazzaro: (Lc 10, 38-42)]. Una novità inconsueta è l'atteggiamento misericordioso di Gesù verso quelle donne, che erano disprezzate perché peccatrici od adultere, cioè la pubblica peccatrice che nella casa del fariseo per tergergli i piedi di olio profumato (Lc 7, 37-47) o la donna sorpresa in flagrante adulterio (Gv 8,3-11).
Le donne con Gesù ridiventano maggiorenni e vincono l'apartheid della loro cultura. Furono loro ad accom-pagnarlo fino alla croce senza tradirlo (cf. Mt 27, 55). Per questa fedeltà Gesù diede loro la gioia di essere le prime annunciatrici della risurrezione. Apparendo alla Maddalena, Gesù affida a lei il primo gioioso messaggio: «Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: "Ho visto il Signore", e anche ciò che le aveva detto» (Gv20, 18).
7. Il segreto del comportamento di Gesù
Analizzato alla luce della psicologia del profondo, il comportamento di Gesù è valutato molto positi-vamente: è l'atteggiamento di un uomo equilibrato e straordinariamente armonico. La fonte di tale atteggia-mento non è né la cultura del tempo, fortemente andro-centrica, né la semplice opposizione a tale cultura.
Gesù obbedisce, infatti, alla legge della creazione e della redenzione. Il suo criterio di valutazione è la realtà dell' “inizio”, quella della pari dignità e nobiltà dell'uomo e della donna (cf. Gn 1, 27). Per coloro che parlano di libello di ripudio permesso da Mosè, Gesù ribadisce che «all'inizio» (cf Mc 10, 6) non era così. Egli conosce la realtà della creazione e sa che non soltanto l'uomo, ma anche la donna è immagine di Dio. Sa anche che l'im-magine della persona umana, sfigurata dal peccato, è restaurata dal suo mistero d'incarnazione. Il suo quadro di riferimento è quindi la realtà dell'inizio e quella della pienezza del tempo: è infatti nel suo mistero che l'uomo e la donna ricuperano lo splendore della loro autentica immagine di figli di Dio, con pari dignità e nobiltà. In Gesù «non c'è più Giudeo né Greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna» (Gal 3, 28).
P. Luigi Carlo di Muzio – Adattato da P. Claudio
Ma Gesù sapeva tutto?
  «Ho voluto affrontare con i miei ragazzi del catechismo il problema Gesù. Trattandosi di ragazzi di seconda media, ho creduto opportuno approfondire con loro l'identità di Cristo.
Sul problema della sua “vera umanità” ho trovato seri ostacoli. Gesù Cristo – ho letto su un libro (con lo “impri-matur”) –, non sapeva tutto, dovette imparare: è stato libero... Avevo dedotto, quindi, che Gesù riuscì miraco-losamente a “spogliarsi” della gloria e della potenza che aveva prima d'incarnarsi. In tal modo, su questa terra viveva come ciascuno di noi. E quindi, per esempio, non sapeva oggi cosa gli potesse capitare domani.
Per scrupolo, ho voluto interpellare alcuni sacerdoti. Bene. Da qualcuno ho avuto conferma delle mie conclusioni; da altri sono stato passato per eretico. Per questi ultimi, Gesù era, oltre che uomo, anche Dio e quindi, in tale veste, nulla gli sfuggiva e tutto sapeva».
• Ecco in modo limpido un interrogativo che affiora spesso tra chi desidera approfondire la cosiddetta “questione cristologica” a livello teologico o anche semplicemente a livello pastorale e catechetico.
La questione della coscienza che Gesù ha della sua storia è ovviamente molto complessa. Il teologo, infatti, deve da un lato conservare fedelmente la proclamazione della divinità del Cristo, che è ribadita da tutti gli scritti neotestamentari, ma d'altro canto deve stare attento a non ridurre l'uomo Gesù di Nazareth ad una larva, cadendo così nelle eresie gnostiche.
Ebbene, propria di Dio è l'onniscienza; proprie dell'uomo sono invece la progressività nel conoscere e l'evoluzione bio-temporale. Non per nulla i Vangeli affermano che Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52), che lui ignora il giorno del giudizio (Mc 13,32) o chi gli abbia toccato il mantello (Mc 5,30-33), che le sue nozioni culturali riflettono le idee scientifiche inadeguate e persino erronee del suo tempo, e che egli soffre realmente.
Ora, la cristologia tradizionale aveva cercato d'ignorare o di semplificare questi dati indiscutibili attri-buendo al Cristo un umanità estremamente esaltata e quasi irriconoscibile: egli avrebbe cioè goduto della visione beatifica in ogni istante della sua esistenza terrena e le conoscenze sperimentali proprie di ogni uomo sarebbero state nel Cristo affiancate da una scienza infusa dall'alto. La cristologia contemporanea ha, invece, posto l'accento maggiormente sulla reale "carnalità" (Gv 1,14) del Cristo, sulla sua gradua-lità e sulla sua evoluzione cosciente.

Da queste due impostazioni nascono le reazioni antitetiche dei "consulenti" interrogati dal lettore. Naturalmente l'orientamento moderno è più fedele al dato biblico e salvaguarda meglio la realtà dell'umanità del Cristo, senza elidere la sua divinità.

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi