AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

EDIZIONI PER VOI

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DANZANDO IN PUNTA DI PENNA (tra versi poetici)
ILLUSIONI
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Buona lettura!
Oltre a questi e-book, l'autrice Danila Oppio ha pubblicato altri libri, la cui copertina è visibile sempre alla destra della home-page.

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Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

giovedì 31 ottobre 2013

NON SONO LI' (2 novembre ricordo dei defunti)

Ringraziando sempre il nostro Provinciale, Padre Claudio
                     Stoccolma: Cimitero nel bosco










Un grande e santo abate giaceva sul letto di morte.
 Intorno a lui si erano raccolti i suoi monaci e decine di affezionati
studenti che si erano ispirati alla sua vita e alle sue idee luminose. 


I più vicini a lui gli sussurrarono:
«Maestro, quando tu sarai morto, metteremo una grande e magnifica pietra sul tuo sepolcro ... ». 


«Che cosa vuoi che le scriviamo sopra?». 


Il vecchio saggio tacque un po' e poi sorrise:
«Scrivete: lo non sono sotto la pietra».
 Noi non saremo sotto la pietra..

L'importanza di avere un secchiello...

Ricevo da Padre Claudio Truzzi, Provinciale della Provincia Lombarda, questa storiella davvero adeguata alla giornata di domani.
Condividendola con voi, auguro buona festa di Ognissanti

In una viuzza stretta stretta, c'è una pizzeria minuscola con una porticina a vetri e un campanellino che tintinna appena, dove fanno la pizza più buona del mondo. 


Tobia passò davanti alla vetrina della pizzeria tornando dall'oratorio.
Non aveva voglia di rientrare a casa: erano due sere che a cena il clima era pesante.

Papà masticava ferocemente come volesse distruggere il supplì,
la mamma aveva gli occhi rossi e non parlava, Lucia, cinque anni,
guardava l'uno e l'altro con gli occhioni da uccellino spaurito.
Tobia parlava di tutto, ma nessuno lo ascoltava. 

Così, davanti all'insegna della pizzeria, si fermò a leggere.

La prima pizza dell'elenco era "Armonia"




Entrò e il vecchietto bianco che stava al banco gli scoccò un sonoro:
«Buongiorno!». 

«Vorrei prenotare una pizza "Armonia" formato famiglia. Per questa sera», disse. 

«Gli ingredienti base li mettiamo noi, ma devi portarmi da casa alcuni componenti indispensabili».

«Che cosa?». 

«Procurati un secchiello, riempilo di tutte le cose belle che trovi e vedrai. .. »


Tobia corse a casa. La mamma lo vide entrare come un tornado in cucina,

e ritornare poco dopo con un grosso secchio di plastica blu.
Tobia le mise il secchio sotto il naso. 

«Mamma, per piacere, metti un bacio nel mio secchio!». 

Sbalordita e sorpresa, la mamma di Tobia mandò un bacio nel secchio.

Tobia sparì di corsa. Cominciò a raccogliere tutte le cose belle che trovava:
una foglia verde, gli spruzzi della fontana, un po' di tramonto, due nuvole color arancio,
una preghiera della nonna, una carezza del nonno, il riflesso di velluto verde degli occhioni di Lucia,
 il ricordo di un bel voto, l'abbaiare di un cane, un «bravo» del papà (un po' stanco, ma quasi convinto). 

Alla fine, trafelato, il ragazzo tornò nella pizzeria con il suo secchio, che stranamente pesava. 

«Hai fatto un buon lavoro», disse il pizzaiolo.
«Ma manca una cosa».

 «Che cosa?», chiese Tobia.

«Una cosa molto semplice. Un tuo sorriso».

Tobia si chinò sull'orlo del secchio e si rispecchiò nell'acqua che aveva raccolto.

Felice e leggero per la scorribanda, fece il più smagliante sorriso del suo repertorio. 

Il vecchietto tutto bianco prese il secchio e lo versò nell'impasto che aveva preparato,

 allargò, appiattì, guarnì e infine infornò.

La piccola bottega si riempì di un profumo delizioso. 

Tobia corse a casa con l'enorme confezione e la gente si voltava al suo passaggio. 

«Mamma, non preparare niente. Ho portato la pizza!», gridò appena entrato. 

«Ma ... », la mamma fece per protestare, ma il profumo della pizza la riempì di tenerezza. 

«La pizza! Che bello!», cinguettò Lucia battendo le mani. 

Il papà arrivò a tavola un po' imbronciato, ma il profumo della pizza gli allargò la faccia in un sorriso.
E se il profumo era buonissimo, il gusto della pizza era «enormemente buonissimo», come disse Lucia.
Mangiarono ridendo e scherzando e alla fine il papà appoggiò una mano sul braccio della mamma e disse:
«Avete mai visto una mamma così enormemente splendente?». 



Tobia non si era mai sentito così felice.


Oggi, prendi un secchio di plastica blu ... 


PERCHE' NON CAMMINARE COI TEMPI?



Ho letto con vivo interesse questo articolo scritto con graffiante ironia, ma vorrei, prima di proseguire, aggiungere due "lenti ottiche" al fine di tradurre quanto sotto riportato.
1) Che la Chiesa cattolica tende a dividersi tra sostenitori pre e post Conciliari (Concilio Vaticano  II)   2) Che la giusta misura sta nel mezzo.


Un “telefono azzurro” per la liturgia

Con lo stile graffiante di sempre, in questo intervento Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro scattano la fotografia tristemente reale della celebrazione liturgica divenuta ormai “standard” nella stragrande maggioranza delle parrocchie italiane. dove “la festa siamo noi” e non più Gesù Cristo.

Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Ci vorrebbe un telefono azzurro anche per la liturgia. Anzi, soprattutto per la liturgia. Un telefono al quale i cattolici normali possano rivolgersi con fiducia e denunciare gli abusi. “Pronto, Telefono Azzurro per la Santa Messa? Volevo segnalarvi che nella parrocchia XY il prete Taldeitali fa tenere l’omelia alla suora laica che assomiglia a Rosy Bindi”. E, dall’altra parte del cavo, solerti operatori impegnati a stilare un cahier de doléance da girare, in forma ufficiale, alla Chiesa Cattolica apostolica di Roma. E poi ci vorrebbe l’altrettanto solerte intervento di Roma. Il primo sintomo dell’epidemia di abuso liturgico sta nella rottura definitiva dell’unità della Messa. Chiesa che vai, liturgia che trovi. Il periodo estivo, con le sue escursioni per spiagge, valli, monti, colline e vecchi borghi, è stato l’occasione tragica per riscontrare l’esistenza di una molteplicità di riti, che nessuno è umanamente in grado di catalogare. Per tentare una classificazione di questo scempio da decenni tollerato, quando non incoraggiato, dalle gerarchie, bisogna individuare alcune macro-categorie di orrori.
LE CHIESE RIDOTTE A LUOGHI PROFANI

II primo abuso, il più diffuso, è consistito e consiste nella inesorabile riduzione delle chiese a luoghi profani. Luoghi nei quali si entra e si esce come da un centro commerciale, senza genuflessione e senza saluto al Santissimo Sacramento, che del resto in moltissime chiese è relegato in posizioni misteriose ed introvabili, quando non addirittura fatto accomodare in locali attigui al tempio. I protagonisti di questa secolarizzazione delle chiese sono gli architetti e chi li ha incaricati, che hanno realizzato mostruosi edifici, i quali nulla hanno di sacro e spiccano anzi per la loro oggettiva bruttezza. La conseguenza di questa autentica profanazione è che le chiese sono diventate luoghi importanti solo quando vi si riunisce l’assemblea e inizia quella che menti teologiche raffinate definiscono “l’azione liturgica”. Fino a un secondo prima della Messa, la folla discorre amabilmente, si guarda in giro per vedere chi ci sia, controlla già impaziente l’orologio. Gli inginocchiatoi, per una preghiera di preparazione alla Messa, restano desolatamente vuoti, sempre che ancora siano presenti. Del resto, non è raro che lo tesso sacerdote giunga trafelato in sacrestia all’ultimo minuto, indossando in fretta e furia casule di nylon su camicioni dotati di praticissime cerniere lampo. Finita la Messa, in chiesa si scatena la bagarre, come all’uscita da San Siro a fine partita: la gente per lo più si da a una fuga precipitosa, altri si salutano calorosamente e ad alta voce si raccontano le ultime novità. Insomma, si “da corpo a una comunità viva”. Il ringraziamento nel raccoglimento e nel silenzio? Roba preconciliare. Nel tabernacolo, Nostro Signore presente nel Santissimo Sacramento, del tutto ignorato, assiste solo e silenzioso alla volgarizzazione della sua casa. Nella quale non mancheranno, ovviamente, applausi ai funerali, discorsi dal pulpito di sindaci atei per commemorare il defunto, concerti e conferenze, senza nemmeno preoccuparsi di lasciare vuoto il tabernacolo.

IL SACERDOTE CHE CELEBRA A BRACCIO
È sempre più frequente che il prete scelga di tradurre con le sue parole alcuni pezzi della Messa o anche di sottoporli a una specie di spiegazione alla Piero Angela di “SuperQuark”: Ecco, adesso recitiamo questa preghiera, dalla quale si capisce che Gesù ci ama”. Dal che si intuisce come nemmeno l’abolizione della temutissima Messa in latino sia stata sufficiente a spiegare ed a far capire tutto al volgo cattolico. Ci vuole la spiegazione del Mistero, il cartello da museo di scienze naturali per svelare ciò che Dio stesso ha voluto fosse velato ai nostri sensi, come recita la splendida preghiera di Tommaso d’Aquino.
L’ANDIRIVIENI PER LE LETTURE & LE “QUOTE ROSA”
Una delle pietre miliari consiste nel protagonismo dei laici. I quali devono conquistare più metri possibili sull’altare, proprio come i giocatori di rugby devono guadagnare campo per avvicinarsi alla meta. Il reclutamento di tali laici da liturgia subisce sorti altalenanti: si va dalle parrocchie (poche) nelle quali cattolici adulti sgomitano per avere un ruolo e così “animare la Messa”, a parrocchie (quasi tutte) in cui i laici vivono con fastidio o persine terrore il reclutamento frettoloso che precede la Messa (o che avviene a Messa già iniziata). Alcuni agenti del parroco vagano alla ricerca di chi “farà la prima” (lettura) o di chi porterà all’altare le offerte. Avendo cura di garantire che il 50% dei lettori siano donne, in omaggio al genio femminile. Che viene parimenti esaltato anche dal numero di chierichette dalle lunghe chiome fluenti che occupano l’altare, a tutto detrimento dei declinanti e ormai rari chierichetti di sesso maschile.
IL VANGELO LETTO DAL POPOLO E LE MESSE PARZIALMENTE SCREMATE
La logica di occupazione dell’altare da parte dei laici spinge anche a far leggere il Vangelo a laici, suore e catechisti. Affidando loro pure il compito di commentare. In alcune chiese si sperimenta da anni una sorta di rito parallelo: l’assemblea in chiesa, i bambini del catechismo in un locale diverso, con letture adattate alle loro povere menti e predica del catechista; cui poi segue ricongiungimento dei due gruppi al momento della consacrazione.
L’OMELIA VUOTA E INASCOLTABILE
Non si tratta propriamente di abuso liturgico, ma di abuso della pazienza dei fedeli. Sarebbe auspicabile una moratoria dalle prediche di almeno un anno, per verificare se alla fine il silenzio non possa risultare più sano delle ormai trite e ritrite dosi di cattiva teologia tardo novecentesca, cui è drammaticamente aggrappata gran parte del clero attuale.
È LA PREGHIERA DEI FEDELI O LA SCALETTA DEL TG?
È uno dei momenti più tragici della Messa domenicale, nel quale spesso i fedeli assistono attoniti al trionfo del politicamente corretto, navigano nel banal grande di un’agenda delle intenzioni che è dettata dal Tg1 della sera, subiscono un diluvio di parole che abbracciano così tante intenzioni da essere riassumibili in un’unica, brevissima preghiera:”Signore, ascolta tutte le preghiere di ciascuno di noi, Amen”.
LA CONSACRAZIONE, QUESTA SCONOSCIUTA
Quello che è, appunto, il Sacrificio e dunque il cuore della Messa scorre via spesso come un breve, rapidissimo momento qualsiasi del rito. Anzi, sotto il profilo quantitativo e perfino rituale, la lettura della “Parola” la predica, perfino la preghiera dei fedeli e l’offertorio, sovrastano in modo impressionante la fase della consacrazione. Potremmo dire che la assorbono, a causa di sacerdoti che la celebrano con la lena di un velocista, riducono l’elevazione a un istante infinitesimale, scelgono da sempre la preghiera di consacrazione più rapida e mai quella più simile alla Messa antica; e non si inginocchiano, limitandosi a un deferente inchino orientaleggiante.
COMUNIONE O TAVOLA CALDA?
La profanazione cui è sottoposto Nostro Signore nelle Sacre Specie è la parte più dolorosa degli abusi liturgici. A cominciare dalla diffusione pressoché plebiscitaria della comunione sulla mano, che venne introdotta dai vescovi italiani come eccezione, sotto forma di indulto, di concessione particolare. E che oggi è invece il modo ufficiale di ricevere il Santissimo. Con una serie di modalità e di strani contorcimenti dei fedeli che pigliano quanto volevano e poi se ne tornano al posto. E’ indiscutibile che, con queste modalità, la dispersione delle Sacre Specie e la conseguente profanazione del Corpo e del Sangue di Nostro Signore è certa. Come pure aumentano a dismisura i rischi di asportazione della Comunione. Circostanze, che renderebbero necessario abbandonare subito la distribuzione sulle mani.
IL FAMIGERATO “ALLELUIA DELLE LAMPADINE”
Tra tutte le orrende e non di rado ereticheggianti composizioni, che allietano la cosiddetta assemblea, questo è l’inno nazionale di tutti gli scempi musicali, che si sono sprigionati dopo l’abbandono del gregoriano. Questo canto-ballo rappresenta in modo emblematico la trasformazione della Messa da sacrificio a banchetto allegrone, nel quale tragicamente, come dicono le parole del testo, “la festa siamo noi” E non più Gesù Cristo.
(“Radici Cristiane” n.88, Ottobre 2013)


Che oggi si esageri nel senso opposto, in alcune Parrocchie può anche esser vero.
Parliamo degli abiti liturgici indossati dai sacerdoti: se oggi si indossano casule in tessuto artificiale, è vero, pratiche leggere comode...a differenza degli antichi paramenti elaborati con ricami in filo d'oro su pesanti broccati, sfarzosi nella confezione. Beh, qui ho letto che non si celebra per il Signore, ma per l'uomo. Perché? Forse un tempo era diverso? Quello sfarzo esagerato, nei paramenti liturgici, barocchi, era forse indossato da Dio? O dall'uomo, sacerdote che fosse?
Questo articolo è maschilista per eccellenza. Le donne sull'altare, come lettrici? Ma cosa sta succedendo,in questo mondo moderno? Le donne devono starsene a casa a far la calzetta, o al massimo in Chiesa, vestite di nero, coperto il viso da un velo, a recitare rosari durante la celebrazione? Perché era questo che succedeva, durante le Messe in latino, che il popolino non comprendeva. 
Ed il Vangelo spiegato ai bambini durante l'omelia? Ma scherziamo? Che i sacerdoti tengano omelie di alto tenore biblico, così che i ragazzi di catechismo non possano comprenderne una parola, e finiscano con lo sbadigliare, e con il non partecipare alle Messe, incomprensibili e noiosissime! 
Messi i debiti puntini sulle "i", concordo con il resto, ovvero che la Consacrazione debba avere il posto d'onore durante la Celebrazione Eucaristica, con un gesto prolungato e rispettoso, da parte del celebrante.
Quella foto: ecco, forse è davvero esagerata, ma per far comprendere ai ragazzini il significato di Chiesa, la "barca di Pietro". Ragazzini che magari non hanno mai visto un pescatore, tanto meno un pescatore di uomini, è un modo pratico perché possano rammentare con più facilità quelle parole evangeliche. Bastava qualcosa di meno vistoso: un segno, ma di certo serve molto di più all'apprendimento, che non parole pompose che finiscono nel ...vuoto, perché non vengono afferrate.
Insomma, potrei andare avanti all'infinito, approvando o contestando il contenuto dell'articolo sopra pubblicato, ma sono persuasa che la Messa in latino sia adatta ad un'élite molto ristretta: chi conosce quella lingua, ormai quasi sconosciuta alla maggior parte della gente?
E, parliamoci chiaro...Gesù non parlava né in greco né il latino, ma in ebraico e aramaico.
Allora, se vogliamo essere precisi, perché le Messe non sono tradotte in quelle lingue?
Gesù, quando si incontrava con gli apostoli, certo non indossava il talled (scialle di preghiera) o gli zizzit, che erano parte del vestiario ebraico.(E sarà per voi come zizzit… 
La nostra Parashà si chiude con un passo molto famoso. Si tratta del brano che contiene il precetto dello zizzit, le frange che vanno poste su ogni abito che abbia quattro angoli. Tale brano è noto anche perché è il terzo ed ultimo passo dello Shemà che la Torà impone di recitare due volte al giorno in ottemperanza a quanto è scritto “quando ti corichi e quando ti alzi”. In esso si dice che lo scopo dello zizzit è ricordare all’ebreo tutte le mizvot. Non si tratta di un ricordo fine a se stesso ma di un ricordo che deve portare alla solerte esecuzione della volontà Divina. Il portare lo zizzit sui propri abiti funge da costante monito per l’ebreo del fatto che Iddio lo controlla costantemente. Fatto è che sembra piuttosto strano affidare la custodia delle azioni di un uomo ad un po’ di fili intrecciati stranamente tra di loro).
E a me pare strano che i celebranti debbano usare ancora abiti che erano di ideazione romana, o medievale, europea comunque, e non consona ai costumi  ebraici, indossati da Cristo e dai suoi apostoli. e mi paiono strane quelle chiese piene di orpelli dorati e argentati che, con la scusa che sono state ornate per onorare Dio, in realtà sono fatte per piacere agli uomini, per gonfiarsi il petto di superbia, nel poter dire: ecco noi abbiamo donato tutto questo  al Signore.
Cosa avete donato al Signore? Il vitello d'oro? Ma la vostra anima, il vostro cuore, quello a chi lo avete dato? Il Signore vuole voi, il vostro amore, non le vostre cose. Se quelle "cose" le aveste date ai bisognosi, Dio lo avrebbe preferito di gran lunga!
Quindi, con il fuggi fuggi generale, causato dalla scristianizzazione dilagante, ben venga la semplicità nei paramenti sacri, la semplicità nelle omelie, la voglia di far conoscere Gesù anche attraverso quelle che a prima vista appaiono simili a rappresentazioni teatrali. Dio vede, Dio sa, Dio apprezza la buona volontà. 
Una domanda:
Meglio una Celebrazione Eucaristica con paramenti dorati, canti gregoriani, recitata in latino, con quattro gatti ad assistervi, o una Messa animata dai ragazzi, partecipata con gioia, ma con la Chiesa dove il Popolo di Dio è  presente in gran numero? Fate vobis!
La festa siamo noi? Diciamo piuttosto che la festa è Gesù Cristo in mezzo a noi, con noi, e non staccato da noi. Forse un tempo, davvero Gesù Cristo era un'entità lontana, cui non riuscivamo ad avvicinarci più di tanto, così sperduta nell'alto dei Cieli, che eravamo incapaci di riconoscerlo davvero!
Danila Oppio

Risponde don Maurizio Roma, parroco della Parrocchia di S. Martino - Pieve di Lubaco

Ciao Danila,
(ti rispondo per e-mail perché la risposta sul blog mi limita 4096 caratteri)
visto che mi hai contattato per conoscere il mio parere non posso tirarmi indietro.
Sarebbe più corretto se esprimessi solo quel che penso dell'articolo ma, alla fine, mi vedrei comunque costretto a sottolineare anche quel che tu hai scritto. Mi limito solo a poche considerazioni, per ragioni di tempo. Lo stile dell'articolo è sicuramente "graffiante", ma non posso non leggervi un dolore di fondo "straziante", per cui, una mancata solidarietà e comprensione sarebbe da parte di chiunque segno di apatia spirituale.
Vorrei non parlare di "gusti" riguardo a come è vestito il sacerdote durante la Messa. Io sono dell'opinione che, se il prete tollera che i laici entrino nella casa di Dio vestiti (a volte svestiti) come gli pare, sarebbe corretto che anche i laici tollerassero l'abito del prete. Le nostre parrocchie (tutte) strabordano di paramenti liturgici antichi accumulati negli armadi da secoli e secoli. Facciamo un bel falò solo perché non sono più di moda? Vendiamo tutto e diamo il ricavato ai poveri? Questa può essere una soluzione ma, per correttezza, va adottata non solo per le cose preziose delle  parrocchie...
Ad ogni modo, si tratta solo di paramenti. Se c'è chi si scandalizza per un broccato o un damascato, confezionato per amore della Chiesa da persone che 100 anni prima volevano vederlo indosso al loro parroco... oggi, vada pure il terital o il misto sintetico. Il malumore che però avverto tra le righe dell'articolo non è nostalgia per il passato, è  tristezza per il presente!
Dalla Liturgia (con "L" maiuscola) è scomparso il mistero. Attenzione Danila. Il Mistero non è il latino, il fumo dell'incenso o il celebrante che recita sottovoce dando le spalle al popolo (anche se in realtà è insieme al popolo rivolto verso il Signore; ma pare che per molti sia più difficile da capire di una versione in latino). Il Mistero ("M" maiuscola) è l'intima certezza che quando si varca la soglia santa di qualunque chiesa, là, siamo in un'altra dimensione, siamo nello spazio di Dio, del nostro incontro con lui: "Mosè togliti i sandali dai piedi, perché il luogo che stai calpestando è una terra santa" (Cfr. Es 3). Questo è il Mistero che sta svanendo! Siamo nel più bieco appiattimento spirituale. Vogliamo spiegare tutto, perché altrimenti la gente non capisce... cos'è che non capisce? Davanti a Dio non c'è nulla da capire, c'è da adorare e basta. Le spiegazioni vanno date eccome, ma altrove, la catechesi, i gruppi, i centri d'ascolto, servono per questo. In chiesa si mette in pratica quello che altrove c'è stato insegnato. Così è sempre stato, da quando esiste la mistagogia sacramentale. Il prblema è proprio questo, non c'è più o non c'è mai tempo per voler capire, quindi, siamo costretti a rosicarlo all'unico momento disponibile, alla preghiera liturgica comunitaria, la Santa Messa. Per cui anche il rapporto con lo "spazio sacro" diventa utilitaristico, a tempo; comincia e finisce con la Messa, dopodiché, la può diventare anche un mercato. E' colpa di noi sacerdoti cara Danila: del senso d'inadeguatezza che ci portiamo dentro quando qualcuno ci fa notare di non essere abbastanza accoglienti, mai abbastanza comprensivi dell'altrui "sensibilità", mai al passo coi tempi... E per non perdere la stima e la fiducia della gente cosa facciamo? Postille, aggiunte, spiegazioni, interpretazioni, accomodamenti di qualunque cosa: della Messa, del Vangelo, della Morale, della Dottrina, della Liturgia... perché tutto dev'essere compreso, con la testa s'intende, del cuore chi se ne frega!
Chissà perché, un tempo, pur con una lingua liturgica incomprensibile, pur con una severità dei preti al limite del sopportabile, pur con celebrazioni pompose e piene di segni ridondanti... le persone avevano comunque più fede, e le chiese erano stracolme; d'idioti che non capivano nulla? Il problema non è il latino, tanto, latino o italiano, per certa gente la Messa sarà sempre "arabo". Chi vuole spiegarti tutto è colui che vuole distruggere il tuo timor di Dio, la differenza abissale che ci separa da lui, a causa del peccato, e questo è solo il demonio.
Sursum corda! In alto i cuori, Danila. La gente va educata al bello, perché Dio è bellezza, finché continuermo con la sciatteria (cosa diversa dalla povertà) liturgica, non sentiremo mai nel cuore la voce di Dio, ma solo lo strillìo delle nostre chiacchere, delle nostre pretese e continui lamentele su Dio e sulla Chiesa. Incapaci di fare silenzio, di godere della bellezza inesprimibile e inesplicabile dello "stare" lì, davanti a Dio, di fronte al quale lingua deve tacere e ogni ginocchio si deve piegare, in cielo, sulla terra e sotto terra.
Un abbraccio Eden.
Don Maurizio
  

                                                     
Caro don Maurizio, 
la tua risposta è esauriente, vera, sentita, sofferta e sincera
Ed è in fondo quel che mi sono chiesta anch'io! Volevo finire il mio post con una sola ed emblematica frase: perché guardiamo all'esteriorità delle cose, quando si dovrebbe solo assicurarci che continui a vivere la Fede nei cuori della gente? Perché ci mettiamo a discutere se era meglio la Messa in latino, ante-concilio Vaticano II, o se è migliore ora?
Il rispetto deve esistere...a me non piace che la gente entri in chiesa coi pantaloni corti, sbracciata, anche se dovessero esserci 50° all'ombra. In Siria, paese musulmano, a giugno c'è quella temperatura, ed io non ho mai girato per le strade (e quindi tanto meno in chiesa) neppure con le maniche corte, ma con camicie a manica lunga. Per rispetto delle consuetudini di quel popolo. Tanto meno vado in chiesa scollacciata, per rispetto a Dio. (Mi trovavo lì, nel 2006, quando ancora c'era pace in quella Nazione, per un pellegrinaggio sulle orme di San Paolo).
Sai che faccio? Questa tua risposta, che vale per me quanto per tutti, la copio ed inserisco sul mio blog, col tuo permesso! Insieme a questa mia!
Un abbraccio...visto il tema...Paradiso!
Danila


mercoledì 30 ottobre 2013

FESTA DEL CAVOLO...A MERENDA!

Riporto ben volentieri questo editoriale scritto da Gavino Puggioni. L'autore non ha alcuna difficoltà a dire di essere agnostico ma, a differenza di tanti cattolici italiani, che hanno abbracciato questa festa pagana, lui la rifiuta. Come la rifiuto io.





L'immagine qui sopra è chiara: noi siamo Italiani, e abbiamo il dovere di salvare le nostre tradizioni, che non sono americane. 
Se poi siamo anche cattolici praticanti, sappiamo molto bene che il 1° Novembre è la Festa di Tutti i Santi, e che il giorno successivo, 2 Novembre, è giornata dedicata alla commemorazione dei defunti. Mi pare quindi che streghe, streghette, zombie, fantasmi e quant'altro di insensato, nulla abbiano a che fare né coi santi in Paradiso, né con i nostri morti. Giorno di giubilo, per i Santi, di gioia e non di paura, e giorno di commozione e ricordo per coloro che ci hanno preceduto alla Casa del Padre, giorno di mestizia, non di "dolcetti e scherzetti!".
Purtroppo, con mio grande rammarico, ho appurato che Halloween si festeggia anche negli oratori. Diseducazione totale alle proprie radici, e alla propria fede. Non sono una bacchettona, sono una persona coerente con le mie origini e con la mia religione. Poi non lamentiamoci che persone di altro credo critichino aspramente il nostro comportamento: in questo caso specifico, concordo con gli islamici, quando ci tacciano da "infedeli".
Buona festa di Ognissanti!


Riporto ben volentieri questo editoriale scritto da Gavino Puggioni. L'autore non ha alcuna difficoltà a dire di essere agnostico ma, a differenza di tanti cattolici italiani, che hanno abbracciato questa festa pagana, lui la rifiuta. Come la rifiuto io. E conclude con una proposta umanitaria.
Danila Oppio


Ma è ora di dire basta!

Cronaca spicciola, mica tanto, di questi giorni che si avvicinano ai ....baccanali di fine anno.

Desidero che si dimentichi, ricordandola ancora una volta, quella festa inusitata, stupida e maldestra che viene chiamata di Halloween, da noi italiani importata e scimmiottata, sempre insulsa, da quattro soldi, di finto orrore, da “celebrare” il 31 di ottobre, ovviamente globalizzata.
Che dopo, di quattro soldi se ne spendono veramente tanti, inutilmente, senza senso e, almeno questo, dovrebbe far riflettere e non poco, di questi giorni infelici!
Ma perché abituare i nostri bambini-adolescenti a una ricorrenza che non ha niente ma proprio niente a che fare con noi, che italiani siamo e lo saremo?
Perché ci dobbiamo adeguare ai “bisogni oziosi”, dicono rilassanti, di altri popoli quando ognuno di questi ha il suo bel carnevale? E siamo anche lontani dal nostro carnevale!
Ma è una necessità?  Ma è un bisogno? O è solo stupidità di bassa fattura? e non me ne vogliamo i così detti benpensanti.
Le nostre famiglie (tutte benestanti?, senza problemi?) non possono trovare il coraggio di dire ai loro pargoli che questa festa non s'ha da fare?, perché è inutile, perché fa spendere altri quattrini, perché li fa sembrare quelli che non sono, e non siamo, perché possiamo vivere delle nostre ricorrenze, anche allegre, che non hanno niente da invidiare a quelle d'oltre oceano.
Quand'è che decideremo di vivere delle nostre ricorrenze, antichissime e bellissime, senza dover andare a copiare quello che altri fanno? Ma perché non decidiamo di rispettare le nostre tradizioni nella nostra amata lingua, anche nei nostri diversi dialetti che vanno perdendosi in tutte le regioni del nostro paese?
Certo, i perché sono tanti e tutti meriterebbero una risposta e seria.
Soprattutto oggi, con questo nostro paese attanagliato da una crisi spaventosa che non trova similia nei decenni passati, leggiamo ancora di questa festa a cui si dedicano ingenti risorse, umane e finanziarie, pubblicità  e mirabilia, a cui i nostri bambini pare non resistano, complici però babbo e mamma che dovrebbero, invece, snobbarla e poi eliminarla.

E dopo, perché chiamarla “festa”, e di che?
Non ne abbiamo già a sufficienza?

E allora, domani, 31 ottobre 2013, perché non rivolgiamo un pensiero a tutti quei bambini, in Italia e nel mondo, che non conoscono il significato di quella parola, magari inviando loro un messaggio di solidarietà umana?



Gavino Puggioni

lunedì 28 ottobre 2013

Associazione amici di Santina Zucchinelli

Accolgo con piacere la richiesta di collaborazione da parte di Francesca Triunfo, riguardo all'Associazione Onlus Amici di Santina Zucchinelli, Per conoscerla, il sito è il seguente, ma lo troverete anche tra i siti preferiti, con la dicitura "Roccia del mio cuore".

Qui sopra, uno dei tanti video che riguardano questa straordinaria persona.


domenica 27 ottobre 2013

CENTRAFRICA, PAURA NELLA CITTA' DI BOUAR

Vatican insider(la stampa)

Centrafrica, paura nella città di Bouar

I gruppi di autodifesa hanno attaccato l’aeroporto. Ora si teme la risposta delle milizie Seleka. La popolazione è fuggita in foresta o ha cercato rifugio nella cattedrale
DAVIDE DE MICHELIS
ROMA




Una giornata di ordinaria paura, ieri, in Centrafrica. L’ennesima. Il teatro degli eventi  questa volta è la città di Bouar, nel nord ovest. Suor Giulia Mazzon, gestisce l’ospedale della missione di Maigaro, a dieci chilometri dal centro: “Viviamo nella paura. Questa notte, all’una, abbiamo sentito sparare, due uomini sono stati uccisi. Poi tanta gente è passata davanti alla missione. C’erano dei militari ma anche molta gente dei villaggi, che si protegge con medicine tradizionali e attacca con armi tradizionali e frecce. Li chiamano i gruppi di autodifesa. Noi non capiamo troppo che cosa sta succedendo, ma certamente è in atto un tentativo di porre fine a tante sofferenze e angherie, magari provocandone altre”.
           Dalle 8 alle 10 si è combattuto nei dintorni di Bouar. I gruppi di autodifesa hanno conquistato e occupato la zona dell’aeroporto (il secondo del Paese, dopo quello della capitale). Si sono scontrati con le milizie di ex Seleka, che hanno spinto al potere nel marzo scorso l’attuale presidente, Michel Djotodja, con un colpo di Stato. Il presidente, ufficialmente, ha sciolto Seleka, ma questi soldati (in gran parte arrivati dall’estero, soprattutto dal Ciad e dal Sudan) continuano a seminare il terrore.  
           Presa dal panico, la gente è fuggita in foresta. Circa cinquemila persone però hanno cercato rifugio intorno alla cattedrale, si sono accampate nella sede della diocesi, fra i saloni dei centri parrocchiali. Il vicario generale è un sacerdote polacco, Mirek Gukwa: “Ho chiesto l’aiuto del Programma alimentare delle Nazioni Unite, ma per il momento non verrà nessuno, non ci sono le condizioni di sicurezza. Dobbiamo arrangiarci per garantire un pasto a tutte queste persone”.
           Bouar è presidiata da duecento uomini della Fomac, la Forza multinazionale di interposizione che dovrebbe garantire la pace nel Paese. “In realtà non si sa che cosa facciano. Sono qui da due settimane ma non hanno disarmato nessuno”, protesta padre Aurelio Gazzera. Intanto bisogna gestire l’emergenza: “Le parrocchie sono stracolme di sfollati, è il panico! Ma non basta: ci risulta che un convoglio di soldati della Seleka con armi pesanti sia partito oggi stesso (ieri, ndr), alle 13, da Bangui”.
                L’attacco all’aeroporto è una novità: “I gruppi di autodifesa di solito difendono il loro villaggio e non sono organizzati né preparati per missioni di assalto, le milizie Seleka poi hanno armi sofisticate. Chi c’è dietro a questa azione, chi li ha spinti e promettendo che cosa?”, si chiede padre Beniamino Gusmeroli, che vive in Centrafrica da anni.
 L’ospedale di Maigaro è uno dei punti di riferimento di questa zona, in virtù del servizio che garantisce e delle attrezzature di cui dispone. E’ difficile però continuare a lavorare, quando in ogni momento si potrebbe finire sotto attacco. Suor Giulia non usa mezzi termini: “Noi abbiamo paura perché essendo stato ucciso un miliziano, i suoi compagni potrebbero tornare a vendicarsi. La gente dei villaggi è scappata in foresta, lasciando case e villaggi vuoti. Anche il personale dell’ospedale, è fuggito. Hanno paura, li capisco. Non so come faremo a portare avanti il lavoro”
                                                          


domenica 20 ottobre 2013

Guida all'epistolario di Teresa sull'amicizia


Ricevo dal Padre Provinciale Claudio Truzzi, questa interessante guida sull'epistolario
di Santa Teresa d'Avila, in programma come argomento di studio
e riflessione per quest'anno sociale.
Purtroppo ho dovuto trasferirla in jpeg perché il blog non accettava
documenti, spero si tratti di un problema presto risolvibile
Anche se il testo appare piccolo, cliccandovi sopra con il mouse
e stampandolo come testo, in seguito
potrete ingrandirlo a piacimento


DOLORE



Padre
guarda come sono stanco:
la mia croce
esposta all'acqua del patimento
è gonfia
e la voce che t'invoca
è debole
Tu mi eludi
per i miei peccati...
placo la tua sete d'amore
con l'indifferenza e l'ingratitudine
e schiaccio il tuo cuore
sotto il peso della mia durezza
Tu che hai sofferto e soffri
hai sempre mostrato bontà e tenerezza
per le lacrime dei tuoi figli
Tu che sei ristoro dei tribolati
deh
dammi salute e pace
e
aiutami a tornare all'ovile.

Giovanni De Simone
Inedita
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BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi