AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

EDIZIONI PER VOI

Edizioni per voi: da leggere direttamente.
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ILLUSIONI
PATCHWORD (ritagli di strofe)
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Oltre a questi e-book, l'autrice Danila Oppio ha pubblicato altri libri, la cui copertina è visibile sempre alla destra della home-page.

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Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

mercoledì 29 dicembre 2010

E' TUTTA QUESTIONE D'AMORE

Torno un poco sul discorso della laicità dilagante, della cristianizzazione che sta avvenendo in Europa, luogo e culla della civiltà cristiana. E ne osservo i danni. Matrimoni che non durano più, divisioni dove più di tutti sono i figli a soffrirne. Ma anche convivenze dove non è presa in considerazione l’eventualità di un’unione sancita dal matrimonio. Non dico tanto quello religioso, ma neppure quello civile. Questa instabilità delle coppie, questa mancanza di serietà nell’affrontare la formazione di una famiglia, fa perdere il senso di molte cose.
Penso sia necessario soffermarsi sul significato più intrinseco della famiglia, di cosa può davvero significare per noi, non dimenticando che la famiglia è l'insostituibile cellula della società.
Se una coppia sposata entra in crisi, deve prima cercare di recuperare la propria storia: perché ci siamo sposati? Quale è stata la ragione di tale scelta? Solo un’attrazione epidermica, o un amore profondo che ha portato alla decisione di condividere le proprie esistenze? E se c’era questo amore, perché ora ha perso la sua forza? E se da questa unione sono nati figli voluti, desiderati, perché ora non si pensa al loro bene, mettendo davanti il proprio egoismo? Ma soprattutto, perché non si può recuperare ciò che pareva perso, e ricostruire di nuovo un’unione forte e consapevole?
Penso che l’umanità si possa dividere in due categorie: coloro che vogliono amare, e coloro che lo rifiutano e scambiano per amore ciò che è semplicemente egoismo.
Per quale motivo si uccide la propria compagna e magari i figli nati da questa unione, quando la coppia scoppia? “Mi ha lasciato, non la posso perdonare, l’amo ancora e lei non mi ama più, così non l’avrà nessun altro”. Una pazzia dovuta alla mancanza di amore: se lei ti ha lasciato, tu non hai fatto nulla perché non accadesse? E se l’ami ancora tanto, perché l’hai uccisa? Per amore, dovresti esser capace anche di rinunciare, se non sai riconquistare! E i figli che colpa ne hanno se questo matrimonio è finito? Per colpire lei, hai colpito anche loro, Erode, facendo strage di innocenti!
Ovvio che se le fondamenta della famiglia crollano, anche tutta la società ne risente.
Se manca l’amore, quello che perdona, comprende, attende, pazienta, sopporta, dilaga l’indifferenza, se non l’esatto opposto dell’amore, che è odio. Ora sappiamo tutti che l’Amore viene da Dio e l’odio dal suo avversario. E la società si è fatta plagiare da quello che potrebbe passare per modernità ma che altro non è che distruzione.
La Madonna ha davanti agli occhi la svolta epocale che l’umanità sta compiendo, rifiutando la salvezza che viene da Gesù Cristo e illudendosi di salvarsi da sola con i suoi propri mezzi. Le forze anticristiche dilagano nel mondo contemporaneo, proponendo un’autosalvezza – sotto la forma di un’impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi al prezzo dell’apostasia dalla verità” (Catechismo C.C. 675). Benedetto XVI non esita al riguardo a mettere il dito sulla piaga, affermando che l’uomo moderno pretende di essere dio al posto di Dio. “la massima impostura religiosa – continua il nuovo Catechismo – è quella dell’anticristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica sé stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”.
Il rifiuto di Cristo, iniziato in Occidente durante il XVII secolo, che ha alimentato una serie impressionante di correnti anticristiane, si va così risolvendo nell’impostura anticristica per eccellenza. Essa consiste nella volontà orgogliosa dell’uomo, di fare a meno di Dio, anzi di essere dio al posto di Dio, in modo tale da essere l’unico padrone del mondo. Questa perversione di carattere spirituale sta portando l’umanità sull’orlo della catastrofe, in quanto è satana e non l’uomo il principe di un mondo incredulo e ribelle.”
Sono le parole di chiusura del libro di Padre Livio Fanzaga titolato “ Profezie sull’anticristo” e queste profezie si stanno drammaticamente verificando: il disfacimento delle famiglie, il disprezzo della vita nelle varie forme in cui si manifesta: aborti, eutanasie, manipolazioni genetiche, omicidi efferati, infanticidi, stupri e violenze inaudite, guerre, genocidi, popolazioni portate alla fame perché il bene mio viene prima del bene tuo. L’elenco potrebbe allungarsi, ma mi fermo qui. Ho puntato sulla famiglia, perché se si recupera il vero senso della stessa, poco alla volta si mettono a posto tutte le tessere del mosaico della nostra civiltà che – a mio avviso – tanto civile non è, viste le manifestazioni che tutto dimostrano meno che un buon grado di civiltà. Ci stiamo sgretolando perché manca il mastice che tiene unite le persone tra loro: l’Amore!! E l’amore manca perché non è alimentato dalla Parola del Figlio, Voce del Padre! Riconvertiamoci, e il nostro pianeta, con i suoi abitanti, riprenderà a splendere della Luce di quel Dio d’Amore che ci ha voluti per poterci amare, e che noi stiamo rifiutando non per nostra scelta, ma per opera del diffusore di menzogne, che è il nemico giurato del nostro Creatore e Salvatore!
Preghiamo la Vergine, Madre di Dio e Madre nostra, affinché ci aiuti a recuperare il nostro rapporto col Figlio e col Padre, e preghiamo per quelli che hanno preso le distanze dal Padre, affinché si riavvicinino a Lui, sempre disposto ad accogliere tutti noi, come ha accolto il figlio ribelle. Se ascoltate le parole del canto “Il figliol prodigo” che ho precedentemente pubblicato, capirete quanto è grande l’Amore di Dio!!! E quanto la Sacra Famiglia sia l'esempio più forte cui appellarsi.

lunedì 27 dicembre 2010

giovedì 23 dicembre 2010

buon Natale

Buon Natale a tutti voi che mi leggete. Spero di avervi donato in questo 2010 qualche spunto di riflessione così come momenti di svago su temi d'arte. Di cuore ringrazio voi che mi seguite, con l'augurio che la benedizione del Signore scenda copiosa su di voi e sui vostri cari. Danila

mercoledì 22 dicembre 2010

LA NOSTRA VITA SCORRE COME UN RUSCELLO

Che ci sia la neve, il sole o la pioggia, il caldo o il freddo non ha importanza, 
ciò che ci serve è Gesù, perché solo Dio basta!

martedì 21 dicembre 2010

DIO E' VENUTO SULLA TERRA PER SALVARCI - SALVIAMO LUI DALLA DILAGANTE APOSTASIA

Quanto sta accadendo in questi ultimi decenni è preoccupante. Dilaga una certa apostasia, l’uomo non vuole “dipendere” da Dio, e si allontana da Lui. Va di moda il self made man, ma non inteso come l’uomo che si è fatto da sé, costruendo il suo futuro di studio, lavorativo, e familiare, ma proprio nella concezione più intrinseca dell’espressione: l’uomo si sta convincendo che Dio non c’entra nulla con la personale esistenza. Non ha bisogno di Lui, perché si reputa autosufficiente.
Questo è un lavoro ai fianchi da parte di Satana, del mysterium iniquitatis che opera con un costante lavaggio del cervello nell’umanità, per togliere a Cristo i suoi amici, e portarli lentamente ma inesorabilmente a lui. La superbia umana a volte rasenta il ridicolo: l’uomo che prende le distanze dal Creatore, convinto che la sua nascita non dipenda da un disegno divino, ma dovuta al caso, ad una combinazione della natura che nel suo corso, ha modellato l'uomo. E invece non si accorge che questo suo pensiero non gli viene dalla sua mente, ma si è infiltrato attraverso una menzogna diabolica. Il nemico di Dio non è l’uomo - la sua natura è quella di figlio –  è l’angelo ribelle, colui che non ha accettato di dover ubbidire al suo Creatore, ed è stato scacciato dal Paradiso. Orbene, ne ho sentito abbastanza di eresie, negli ultimi anni, anche da parte di molti sacerdoti, eresie che vengono da un’elaborazione personale – e forse anche da una corrente che spiffera da più parti (per favore, chiudete subito la porta!) secondo la quale gli angeli e i demoni sono allegorie per spiegare il bene e il male che albergano nella psiche umana, e che spesso sono in conflitto tra loro.   Insomma, pare che, secondo un certo pensiero pseudo - teologico,se non addirittura ateo, tutto il sapere profetico contenuto nella Bibbia, sia parto di pura fantasia: in questo contesto, pare ovvio che la scienza ha dato un nome e un’origine a tutto! La psicologia ha scavato nei meandri della mente umana, rivelando i motivi di certi comportamenti, motivi che, a suo dire, nulla hanno a che fare con l’influsso dei puri spiriti, siano essi maligni che angelici.
Bene, lasciamo dire a coloro che non hanno conosciuto Cristo, quello che vogliono – rispetto pur sempre il libero arbitrio – ma noi cristiani cattolici non dobbiamo crearci una religione a nostro piacimento. Gesù Cristo, da quanto riportato nei Vangeli, ha avuto a che fare con satana proprio durante le tentazioni a cui lui stesso è stato sottoposto, ha scacciato i demoni dagli indemoniati, e i demoni, uscendo dal corpo nel quale erano entrati, hanno gridato al Signore: tu sei il Figlio di Dio. Loro, essendo stati presso il Creatore fin dall’inizio, ben sapevano chi fosse realmente Gesù e, per questa ragione, vogliono combatterlo. Non sazi – i demoni – di conquistare l’uomo mondano, hanno voluto penetrare nella Chiesa, e cercano di insidiarne le fondamenta, vuoi con calunnie che arrecano sfiducia, vuoi con comportamenti da parte del clero che non sono conformi alla volontà di Cristo. Ma ancor peggio, insinuando nella mente di alcuni sacerdoti, che Dio, bontà infinita e grandemente misericordioso, perdonerà ogni male, anzi, l’ha già perdonato con la Redenzione della Croce. Troppo comodo!!! Così si imposta una vita piena di errori, e si pensa di ottenere il Paradiso perché Dio Padre, nella sua infinita misericordia, non può aver voluto l’inferno!
Bei discorsi, certo Dio è bontà infinita, ma è anche giudice equo. E non sarebbe un giudice equo, se aprisse le porte del Paradiso anche a coloro che lo hanno rifiutato, vilipeso, bestemmiato, odiato. Gesù ha detto che siederà alla destra del Padre, per giudicare i vivi ed i morti, e il suo Regno non avrà fine. E Gesù è verità! Per me questo basta e avanza.
Stiamo facendo del Cristianesimo un compendio di tante filosofie, depennando sacramenti e comandamenti a nostro piacere, ritagliandolo a nostra immagine e somiglianza, invece che in quella di Cristo. E la Chiesa?  Quanti sostengono che credono, ma a prescindere dalla Chiesa, dal Papa, dai Vescovi e dal Clero, dalla partecipazione alla Messa domenicale e dall’accostarsi ai sacramenti? Troppi, a mio avviso! Ma non sanno che Cristo è il Capo Supremo della Chiesa, e che le due entità sono indivisibili?
Come mai tutti questi dubbi, queste discrepanze, queste defezioni riguardo la propria cristianità?
Chi credete che le abbia insinuate, se non l’antico serpente che oggi più che mai agisce nel mondo cattolico, corrompendolo? Come mai anche i cattolici si trovano d’accordo sul divorzio (ovviamente solo in gravi casi, questa la scusa per difendere il loro punto di vista), sull’aborto (se il feto è gravemente compromesso, se il bambino nascerà con gravi malformazioni….), sul matrimonio per i sacerdoti (altrimenti ne possono combinare di peggio, come azioni di pedofilia), e via di questo passo. Ho messo tra parentesi le giustificazioni più comunemente usate, ma che sono l’anticamera di una accettazione che col tempo si potrebbe ampliare e consolidare. Stiamo perdendo il senso vero della vita, non solo del nostro essere cristiani cattolici!
Stiamo andando verso un baratro senza fine, perdiamo di vista i valori più autentici che il cristianesimo ha sempre salvaguardato,  che sono valori etici, validi anche per chi non è cristiano. Mi viene in mente un esempio che meglio non potrebbe calzare: quando il petrolio fuoriesce da una nave cisterna, o da una piattaforma petrolifera, la sua macchia lentamente si diffonde sulla superficie del mare, e tutto quello che tocca, annerisce e contamina, quando non muore. La Chiesa – clero e laici – deve essere nel mondo, ma non appartenere al mondo, invece pare che ora stia accadendo il contrario: la chiesa si fa contaminare dal mondo, e sempre più i meccanismi mondani intaccano pensieri ed atteggiamenti dentro la Chiesa stessa.
Satana, come una serpe velenosa, sta avvelenando l’umanità esattamente come una perdita di greggio avvelena l’acqua e le coste.
“La falsificazione della verità, che è venuta a porre la sua tenda in mezzo a noi, è dunque una delle caratteristiche salienti del tempo tra la prima e la seconda venuta del Signore. Essa avrà momenti drammatici,come quando “abominio della desolazione, di cui parlò il Profeta Daniele, starà nel luogo santo”. Essendo la distruzione di Gerusalemme anticipo della prova finale, Gesù intende metterci in guardia che, prima della sua seconda venuta, il seduttore infernale, mediante l’attività dei falsi cristi (il potere) e dei falsi profeti (le ideologie), cercherà di sviare i credenti, fino a farli apostatare dalla verità. In questa luce vanno lette le parole di Gesù, riportate dall’evangelista Luca: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (18,8). Non vi è dubbio che le parole di Gesù alludano a quella impostura religiosa “che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia della verità”(catechismo C.C.675).”
Ho riportato un brano tratto dal libro Profezie sull’anticristo di Padre Livio Fanzaga, sacerdote che se da un lato è guardato come un “profeta di sventure”, un pessimista che agita gli animi, dall’altro è visto come un grande ricercatore di verità, un sacerdote che interiorizza le Sacre Scritture in toto, non prendendone solo la parte che più piace e consola.
Da tempo gli uomini di chiesa, siano essi clero che laici, ammorbidiscono il Vangelo, fanno passare Gesù SOLO come il Dio misericordioso, che tutto perdona, tralasciando la parte del Vangelo dove Lui dice chiaramente che tornerà per giudicare i vivi ed i morti. Allora, cosa recitiamo il Credo a fare, durante la Celebrazione Eucaristica, se poi allontaniamo dai nostri pensieri la certezza di essere giudicati? Stiamo impastando la buona farina di grano (la verità di Cristo) con la gramigna che, pur essendo una pianta appartenente alle graminacee e avente proprietà medicinali, nulla ha a che vedere con il buon grano per cuocere il pane. (provate a mescolare la gramigna nel pane, e dovrete correre in bagno con forti mal di pancia!!!). Il male peggiore è proprio quello che si infiltra gradatamente nel pensiero dell’uomo, fino a convincerlo che ciò che pensa sia giusto.
Se vogliamo davvero seguire Cristo, dobbiamo grattar via tutte le scorie del pensiero mondano, oggi più che mai lontano dalla fede e da Dio.
Non mi sono messa sul pulpito per sparare sentenze a coloro che mi leggono, sono semplici riflessioni che sto facendo, analizzando prima di tutto me stessa, nel mio rapporto con la fede cattolica, e con il grado di amore che porto a Dio. Sempre pochino, rispetto all’immenso Amore che Lui ha per me e per ognuno di noi!
Che il Natale di Gesù riaccenda in noi il vero senso dell’Incarnazione, della venuta sulla Terra di un Dio che ci ama!
 Lui è la Luce che rischiara il nostro cammino e solo Lui la nostra salvezza. Prendiamo le distanze da quanto ci propinano i mass-media, le correnti ideologiche che inneggiano alla sovranità dell'uomo sul mondo e testimoniamo la Verità affinché non ci si accontenti di questa vita terrena, ma si punti all'eternità dove potremo incontrare e amare questo Bambino Gesù che a giorni arriva a ricordarci quanto ci ha amati e ci ama!!!

domenica 19 dicembre 2010

E' ARRIVATO NATALE!


Abbiamo parlato dell’Avvento come un periodo di attesa. Si attende la nascita di Gesù. Per i bambini, attendere il Natale è aspettarsi dei doni accanto al Presepe, o sotto l’abete. E può capitare che Gesù Bambino o Babbo Natale (Santa Klaus) non accolgano le aspettative dei piccoli. Il dono a volte non è quello sperato. Ma ancor più deludente è che l’ansia dell’attesa si esaurisce con il regalo stesso. Oramai che il desiderio è soddisfatto, il regalo ha perso parte della sua attrattiva. In effetti, la speranza, l’attesa, entusiasmano più della conquista, del traguardo. Tengono con il fiato sospeso, come le luminarie appese lungo le vie, e che possono cadere, come è successo in Galleria a Milano, ferendo una passante.  Questo perché si sta parlando di cose materiali, di cose deperibili, insomma….di cose e basta!!!
Molto diversa l’Attesa di un Dio che si fa bambino, che nasce per noi. Lui non delude mai! Lui è tutto ciò che potremmo desiderare e non perde mai il fascino che emana. E’ Dono che si rinnova ogni giorno, che cammina con noi e non ci abbandona mai. Non è un gioco che si può rompere, un un libro di fiabe che, una volta letto, perde d’interesse. E’ un Amico che ci accompagna e non impone con forza o capricci il suo volere: suggerisce con dolcezza, ci corregge con amore, e per quanto tradiamo la Sua fiducia ogni giorno, è sempre pronto a perdonarci e ad accoglierci tra le Sue braccia amorevoli. Un Amico che ci aspetta, che non forza la nostra volontà, sapendo che il libero arbitrio dell’uomo è sacro, ma nel contempo sa che non possiamo fare a meno di Lui. E allora non siamo più noi ad attenderlo, è Lui che attende noi. Siamo noi il dono che Egli aspetta nel Suo Presepe: attende che gli diciamo la nostra amicizia, il nostro amore. Gesù non vuole oro, non desidera incenso, e non si attende mirra: vuole solo che riponiamo la nostra illimitata fiducia in Lui e che gli affidiamo cuore e anima affinché lui le possa plasmare, a totale immagine del Padre.
Si, lasciatemi porre un paragone: ai bimbi si regala la plastilina, quella che comunemente si chiama Pongo, o DiDo, affinché si divertano, con le loro piccole mani, a creare ciò che la loro fantasia elabora. A Dio doniamo senza riserve la nostra anima, il nostro cuore, affinché Lui ne faccia ciò che crede. Ma sappiamo che ciò che abbiamo messo nelle Sue mani – la nostra stessa esistenza – sarà trattato con cura, plasmato nel migliore dei modi, e trasformato in qualcosa di splendente che non apparterrà a noi solamente ma che, con il tocco di Dio, sarà di tutti quanti. Certo, perché un cuore che si affida totalmente al Signore, è un cuore che sa donarsi ai fratelli. Proprio come ha fatto Gesù, che non è venuto al mondo per sé stesso, ma per tutta l’umanità. Ebbene, come si fa a non amare questo Bambino che nasce per noi, che si è donato fino alla Croce per noi? Me lo chiedo ogni mattina, appena sveglia, e allora la mia anima, anche se devo ammettere che  non si allarga mai abbastanza per accoglierlo tutto, gli grida “grazie”, grazie Signore per avermi dato la Vita, la Speranza, la Fede e ti prego, dammi ogni giorno la Carità affinché veda nel mio prossimo la Tua presenza, ed impari ad amare come hai amato tu!

sabato 18 dicembre 2010

PENSIERINO PER IL NATALE 2010





 
 Pensierino per il Natale 2010

Stavo pensando al canto degli Angeli presso la grotta di Betlemme che tutti conosciamo, Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.
Ma pensate, un bambino nasce in una stalla, magari anche ben ripulita, ma presenti un paio di animali. Gli Angeli chiamano i pastori, che non erano considerati cattiva gente, ma certo puzzavano dei loro greggi e si portavano addosso qualche parassita: per questo erano tenuti lontano, nessuno li avvicinava volentieri.
E mi chiedevo, ma allora dove è, dove si manifesta questa gloria di Dio che gli Angeli cantano? L’ambiente ed i personaggi parlano di tutto, fuorché di gloria!

In questi giorno si parla di S. Carlo, nei 400 anni dalla canonizzazione: è nato vicino a Saronno, ma in tutta fretta venne portato nel castello Borromeo, perché la nobiltà della famiglia esigeva che non nascesse in una casa qualunque! 

Per capire, bisogna fare un salto di 30 anni nella vita di Gesù, alle nozze di Cana, racconto che Giovanni termina con una frase sibillina, I discepoli videro la sua gloria e credettero in Lui. Ma cosa hanno visto di così essenziale, se la bella figura per l’ottimo vino la fa lo sposo, mentre nessuno nota quanto ha fatto Gesù?

Vedete, per mangiare basta il pane, ma per fare festa il pane non basta, occorre il vino e Maria si era accorta che tra i due sposi era finito il vino, cioè la “festa”, non erano più felici. Ecco cosa hanno visto i discepoli, Gesù che ritorna ai due sposi la “festa”, la felicità, il miracolo sta in questi termini, più che nei vasi ricolmi di ottimo vino!

In quella stalla dunque vediamo il primo atto della vicenda umana del Figlio di Dio che si fa uomo per ritornare agli uomini l’iniziale felicità perduta col peccato.
È per questo che gli Angeli cantano la gloria di Dio, ed è per questo che noi tutti gli anni ricordiamo con una grande Festa quel canto gioioso.

Mi solletica una considerazione, il Cristianesimo non è semplicemente una filosofia di vita, o una serie di regole atte a raggiungere la felicità, ma è un AVVENIMENTO, un FATTO: il Dio unico che si fa uomo per vivere vicino a noi, nella nostra casa.

Poi una parola per la seconda parte del canto degli Angeli, in cui sembra che la pace sia riservata a persone particolari, di buona volontà: qui la traduzione corrente non è perfetta, il buon volere non è degli uomini, ma di Dio: la pace viene dall’amicizia di Dio verso gli uomini ed è quindi per tutti gli uomini AMATI da Dio!

E noi Cristiani dobbiamo essere segno e testimonianza della sua Gloria, Amore per gli uomini, che riempie cielo e terra, cioè tutto, tutto l’universo e tutta la nostra vita, e che porta in dono la Pace vera e la Festa in questo mondo tanto triste.
RICEVUTO QUESTI AUGURI NATALIZI DAL CARO AMICO SANDRO, E LI HO TROVATI COSI' PARTICOLARI, CHE HO VOLUTO CONDIVIDERLI CON CON VOI.

venerdì 17 dicembre 2010

SAN FRANCESCO ED IL PRESEPIO

San Francesco e il Presepio


Francesco ha fama, tra la gente, di essere un santo romantico, un poeta, l'autore del "Cantico delle creature", l'amante degli animali, della natura, insomma un santo in un certo senso un po' astratto, immerso in una realtà mistica lontana dalla concretezza della vita. Immagine completamente sbagliata.

San Francesco era sì un tipo romantico, un vero poeta e un autentico mistico, ma con una "concretezza" granitica. La sua imitazione del Cristo era "alla lettera", senza sbavature. Gesù ha insegnato che siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre e che egli si nasconde nei più miseri, negli ammalati, nei carcerati. E Francesco, per "vivere" alla lettera questo insegnamento, andava a visitare i carcerati, abbracciava e serviva i lebbrosi. Gesù era povero, non aveva niente, e Francesco, che apparteneva a una famiglia ricca, volle rinunciare a tutto, perfino ai vestiti che indossava. 

L'Incarnazione, la nascita e la morte di Gesù erano, come scrisse il Celano (storico e confratello del Santo), argomenti fissi delle meditazioni di Francesco voleva assimilarne il significato più profondo, immedesimandosi in essi fino a "viverli". E per riuscire in questo, si ritirava sui monti, in luoghi deserti, in modo che la sua meditazione fosse profonda. Nel 1223 era tutto concentrato sulla nascita di Gesù e volle celebrare il Natale di quell'anno con una "rappresentazione realistica" di quell'evento. L'anno successivo, 1224, andrà sul monte Verna per meditare sulla passione e morte di Gesù e avrà l'impressione delle stigmate di Cristo sul proprio corpo.


Padre Francesco Rossi (provinciale dei Cappuccini) in una intervista dice:  Francesco preparò la rappresentazione con meticolosità. Chiese aiuto a un amico, un certo Giovanni da Greccio, signore della zona, che il santo stimava molto perché, come scrive il Celano, "pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne". All'amico disse di voler organizzare, per la notte di Natale, una "rappresentazione" della nascita di Gesù. Non, però, uno "spettacolo" da far vedere ai curiosi. Ma una "ricostruzione visiva e vera". 

Tommaso da Celano riporta le parole esatte che Francesco disse a Giovanni: "Vorrei rappresentare il bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia, e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello". Francesco aborriva lo spettacolo. Lo riteneva irrispettoso nei confronti del grande mistero religioso. E temeva che la sua iniziativa venisse male interpretata. Per questo, come informa San Bonaventura, (anche lui contemporaneo di Francesco e quindi testimone diretto), prima di mettere in atto quel suo progetto chiese il permesso al Papa.


Per Francesco è necessario non preparare niente, un presepio spoglio, come povera fu la venuta di Gesù….. Togli tutto perché si possa fare esperienza della ricchezza di Dio

 


 Ma cosa accadde nel corso di quella notte?

Padre Francesco Rossi: Giovanni di Greccio organizzò ogni cosa come Francesco aveva chiesto. La notizia era stata diffusa e la gente del luogo si radunò presso la grotta dove Francesco e i frati andavano a pregare. Arrivarono pellegrini anche da altri borghi. Scrisse il Celano: "Arrivarono uomini, donne festanti, portando ciascuno, secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte". 

Alla fine arrivò anche Francesco e, vedendo che tutto era predisposto secondo il suo desiderio, era raggiante di letizia. Il Celano precisa che, a quel punto, "si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l'asinello". Da questa annotazione si comprende chiaramente che Francesco vuole ricostruire la scena della nascita di Gesù, ma non vuole dare spettacolo. Infatti, nessuno dei presenti prende il posto della Madonna, di San Giuseppe, del bambino. Se così si fosse fatto, sarebbe stato spettacolo. No, Francesco vuole vedere la scena reale su cui pensare e riflettere nel corso della Messa che sarebbe stata celebrata, perché la Messa avrebbe richiamato la presenza reale di Gesù in quel luogo. 

E' questo un dettaglio importantissimo. La liturgia eucaristica richiama sull'altare la presenza "vera, reale e sostanziale" di Gesù. Francesco voleva rivivere la nascita di Gesù in forma reale nel contesto della Messa. Quando parlava dei sacerdoti, li paragonava alla Vergine Maria, perché nella Messa i sacerdoti fanno rinascere sull'altare Gesù. E diceva anche che i fedeli, quando fanno la Comunione, sono come Maria che ha portato Gesù dentro di sé. Quindi, la Liturgia eucaristica di quella notte di Natale avrebbe portato Gesù in quel luogo allestito come la capanna di Betlemme. 

Francesco era diacono: partecipò alla Messa?

Padre Francesco Rossi: Certamente. Indossò i paramenti solenni e lesse il Vangelo, tenendo poi una predica. Il Celano dice che quando pronunciava le parole "Bambino di Betlemme" la sua voce tremava di tenerezza e di commozione. Il Celano aggiunge che, nel corso della celebrazione eucaristica, si manifestarono "in abbondanza i doni  dell'Onnipotente", cioè fatti prodigiosi. 

E riporta la testimonianza, che viene riferita anche da San Bonaventura, di ciò che vide Giovanni da Greccio. "Egli affermò", scrisse San Bonaventura "di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullo addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno". E una chiara indicazione di ciò che potrebbe essere accaduto e che la tradizione ha sempre tramandato: Gesù si fece realmente vivo "apparendo" nelle sembianze di un bambino sul fieno di quella mangiatoia.

giovedì 16 dicembre 2010

PERCHE' GESU' NON E' VENUTO PRIMA?

 Il testo sotto riportato non mi appartiene, l'ha scritto il caro amico Giorgio Zaffaroni e, trovandolo molto interessante, ho pensato di condividerne il contenuto su questo blog

Perché Gesù non è venuto secoli prima sulla terra? Perché ha atteso così tanto?….Non era forse in ansia (… Dio  può essere in ansia?) per venire qui in terra il più in fretta possibile?
La alleanza con Abramo risale attorno  al  1850 a.c.
Abramo crede nella promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo….Una promessa illogica, fatta ad un uomo avanti con gli anni, con una moglie ormai sterile, senza figli…..Eppure da quell’atto di fiducia parte la storia di un Popolo, il Popolo Eletto….da cui nascerà il Salvatore
Come si può inquadrare storicamente questa epoca? Cosa era già successo? L’uomo a che livello evolutivo era arrivato?
L’età del ferro e del bronzo erano ormai un ricordo e nell’area del Mediterraneo nascevano e si sviluppavano le civiltà che avrebbero dato origine alla “storia”… Micenei, Cretesi, Greci, Assiri, Egiziani…..
I menhir di Stonehenge in Inghilterra  avevano circa mille anni (~ 3200 a.c.), da  600-700 anni era nota l’arte di tessere con il telaio (~ 2490 a.c.), erano già state  innalzate le piramidi ( quella di Micerino è del  2480 ~a.c.), in Siria era stata fondata la città di Ebla.
Attorno al 2450~ a.c., in Mesopotamia, era nata la prima scuola per gli scribi.
Nel  2130 ~ a.c. era stata  fondata Tebe
Della stessa epoca di Abramo sono la fondazione della città di Babilonia e le conquiste militari degli hittiti rese possibili grazie all’uso in guerra del cavallo…….
Gesù doveva ancora attendere…..pazientemente; bisognava che fosse inventata una scrittura condivisa dai popoli e con essa la divulgazione delle idee, la possibilità di tramandare ai posteri il “Messaggio”: il linguaggio scritto costituisce infatti la  memoria collettiva permanente di ogni civiltà
Nel 1780 a.c. sono le prime leggi codificate da  Hammurabi,
Nel 1650~ a.c., in Siria  appare la prima iscrizione redatta in una nuova scrittura: l’alfabeto….
Nel 1450~ a.c.  appare un testo  con 29 lettere alfabetiche, mentre nel 1320~ a.c. a Biblo compare una iscrizione dove si fa uso di un alfabeto perfezionato con 22 segni che sarà poi utilizzato da greci, etruschi, latini, indiani e arabi……….
Siamo adesso  all’epoca dell’esodo dall’ Egitto e della conquista della terra di Canaan guidata da Giusuè (~1250 a.c.)…….si dovrà attendere ancora  mille anni, si dovrà attendere la diffusione della “cultura”, della scrittura, del pensiero filosofico, dell’arte, delle scienze, del monoteismo….
Israele conoscerà la gloria ma anche la sconfitta, la divisione, la deportazione degli Assiri, la distruzione del tempio..….. proprio in questo periodo, quasi a voler affrancare l’antica alleanza fatta con Abramo, verranno messi per iscritto i primi  cinque libri della Bibbia -la Torah- che fino ad allora erano stati tramandati solo  oralmente ….
La storia di Israele, così come ci è giunta noi dalla Bibbia sarà quella di un Popolo che pur tra mille contraddizioni, a partire da quell’antica alleanza con Abramo, attende la venuta del Messia preannunziato dai Profeti…. Seguirà la conquista della Palestina da parte dei romani ( 64 a.c.)…….. Fino a quel giorno in cui l’Angelo fece visita ad una Fanciulla per annunciare che Ella sarebbe diventata la Madre del Salvatore……..

……Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli….. 
(Lettera ai Galati)

Dio aveva atteso migliaia di anni, un nulla riferiti all’eternità ma tanti riferiti al piccolo orizzonte cui siamo abituati a confrontarci, aveva atteso pazientemente e ora irrompeva nella storia in prima persona.
Nulla più sarebbe stato come prima: l’alleanza stipulata con Abramo venti secoli prima trovava ora il suo compimento.
Le scritture della Torah  e le profezie sarebbero state interpretate e completate alla luce di questo evento.
Ma oggi, come duemila anni fa, questa notizia ci interessa?
I “sapienti” (i farisei e i dottori del tempio) e i “potenti” di allora ( re Erode primo fra tutti) non seppero riconoscere in quel  Bambino il Salvatore predetto dalle Scritture.
I Vangeli riferiscono che soltanto gli umili e i “piccoli” ( i pastori) e gli stranieri (i Magi) seppero stupirsi di quella nascita.
E oggi, nel nostro mondo così “evoluto”, che cerca una spiegazione per ogni cosa, c’è forse qualcuno capace di stupirsi del NATALE?
Dobbiamo constatare che ancora una volta sono rimasti i “piccoli”  e  forse gli “Stranieri” di oggi (i non cristiani), mentre a noi cristiani manca spesso la capacità di riscoprire la grandezza di questa nascita: Dio si fa uomo per la nostra salvezza  e gratuitamente  ci dona la vita eterna.
Il nostro peccato è stato paragonato ad una goccia nei confronti della vastità dell’oceano che rappresenta  la misericordia di Dio: un Dio  così grande da indurlo a mandare, appena venne la pienezza del tempo, suo Figlio sulla terra per riscattare la  nostra salvezza.

Lode,a Te o Signore! GZ


CHIAMATI ALLA SANTITA' - In cammino con S. Teresa e S. Carlo- Ultima parte

COME IMPARARE A PREGARE

Il cardinale ci richiama all’importanza della preghiera come vera relazione personale con il Signore Gesù. Vediamo ora più da vicino il cammino che ci propone Teresa, come ha insegnato alle sue sorelle a pregare, a fare della preghiera il perno di una radicale riforma di vita.
Innanzitutto Teresa si colloca pienamente nel suo contesto storico ed ecclesiale:”Verso quel tempo ebbi notizia dei danni e delle stragi che i luterani facevano in Francia e dell’incremento che andava prendendo quella setta…”(C1,2)
Il cammino di santità è sostanzialmente un servizio in favore della Chiesa: non si deve pregare per sé ma per la chiesa e i suoi ministri, non guardare tanto al bene personale ma al bene della chiesa.
E’ questo l’ardente amore per il Signore, reso più vivo dalle notizie che giungevano, che la spinge a fare qualche cosa di più per il Signore, non risparmiando fatiche per fondare in tutta la Spagna i “colombai della Vergine” in cui si preghi “per i difensori della chiesa, per i predicatori e i dottori che la sostengono”(C1,2).
La preghiera non è una chiamata a ripiegarsi sulla propria interiorità. Presuppone l’apertura del cuore alla vita degli altri, ai grandi bisogni dell’umanità, alle grandi tribolazioni della Chiesa. La preghiera è un punto di convergenza delle gioie, delle speranze, delle ansie e dei dolori dei fratelli. Quindi nella pedagogia del Cammino la prima grande preoccupazione consiste nell’educare al senso della Chiesa, svegliando la sensibilità dell’orante a impegnare totalmente la propria vita: la preghiera non è una pratica isolata a sé stante che si attua solo in certi momenti privilegiati della giornata.
La preghiera per Teresa deve a poco a poco diventare vita e trasformare l’intero tessuto esistenziale. Per questo occorre educare la vita per pregare: “e così venni nella determinazione di fare il poco che dipendeva da me: osservare i consigli evangelici con ogni possibile perfezione, e procurare che facessero altrettanto le poche religiose di questa casa”. L’attenzione non è posta tanto sul fare ma sull’essere, sulla qualità del nostro agire, sulla profondità del nostro desiderio di amare. La preghiera se è vera, deve trasformare la vita e solo se siamo predisposti a questa trasformazione impariamo veramente a pregare e fare diventare preghiera ogni azione che facciamo (in cucina, in coro, nel lavoro…). Per questo Teresa non insegna tanto un metodo di preghiera quanto piuttosto un nuovo atteggiamento del cuore.
Nei primi capitoli del Cammino di Perfezione, Teresa si sofferma in molte pagine a delineare alcune premesse importanti per incominciare una vita di preghiera:”alcune cose sono molto necessarie per chi vuole percorrere questo cammino dell’orazione…la prima è l’amore che dobbiamo portarci vicendevolmente; la seconda è il distacco dalle creature; la terza la vera umiltà la quale, benché posta per ultimo, è la prima e abbraccia le altre”(C4,4).
In queste poche righe è tracciato un nuovo stile di fraternità, le coordinate indispensabili per intraprendere il viaggio interiore verso la pienezza della propria umanità lasciando che Dio ci riempia del suo amore e della sua verità; questo in sintesi ciò che significa diventare santi secondo Teresa.
L’amore vicendevole per Teresa si esprime nell’intensità dei rapporti fraterni:”tutte dovete essere amiche, tutte aiutarvi…”C4,7), ma nello stesso tempo guardando all’essenzialità nella relazione senza perdersi in chiacchiere inutili: il silenzio e la fraternità sono due elementi indispensabili che si equilibrano a vicenda ed educano l’interiorità a guardare ciò che è più importante.
Pregare significa per lei primariamente intrattenersi a lungo con Colui dal quale ci sentiamo amate ma è altrettanto importante verificare la verità della nostra preghiera nella qualità delle relazioni fraterne.
Il distacco si potrebbe tradurre nella libertà interiore che è necessario coltivare sia nei confronti delle cose che delle persone. In altre parole Teresa ci guida a liberarci da tutto ciò che intralcia il cammino verso la scoperta della nostra vera identità e la scoperta della presenza di Dio nella verità di noi stessi. Il non possedere ciò che ci appartiene ci rende più liberi di incontrarci con Lui. Distacco significa anche imparare a poco a poco a gestire la propria reattività di pronte alle provocazioni esteriori e porsi in un margine di distanza dalla nostra emotività. Teresa ci invita a tenere gli occhi fissi su Gesù e da lì misurare ogni nostra difficoltà distanziandoci dalla nostra sensibilità che ci induce a ripiegarci in noi stesse. Il segreto consiste nell’anteporre sempre l’altro ai nostri bisogni alimentando una dedizione senza condizioni.
Umiltà per Teresa significa ricercare la verità di noi stessi in Dio, per questo secondo lei è la virtù che abbraccia e viene prima di tutte le altre. Chi si incammina per questa strada faticosa e difficile della preghiera deve essere armato di una “determinata determinazione”  come atteggiamento esistenziale che impregna tutta la vita. La dilatazione della nostra umanità nasce proprio dall’imparare a riconoscere la presenza di Dio che abita nel centro dell’anima e illumina la nostra interiorità come un diamante luminosissimo, facendone risaltare i limiti ma anche le capacità.
Per imparare a pregare non occorrono molte parole perché ciò che più conta è amare, vivere una relazione di amicizia con Gesù, sentirsi pieni della sua presenza e riversare poi il nostro amore sugli altri, pienamente inseriti nel “sentire” della Chiesa.

mercoledì 15 dicembre 2010

CHIAMATI ALLA SANTITA' - In cammino con S. Teresa e S. Carlo(terza parte)



SANTA TERESA E LA “RIFORMA”  INTERIORE DELLA PREGHIERA

S. Teresa nasce in Spagna ad Avila nel 1515. Nel 1531, come lei stessa ci racconta nel libro della Vita, viene mandata, dopo la morte della madre, nel collegio delle Agostiniane dove matura la scelta della vocazione religiosa. Nel 1535 entra nel monastero carmelitano dell’Incarnazione dove, tra varie malattie e molti travagli spirituali, ci racconta la sua conversione davanti ad una statua di Gesù coperto di piaghe. Da questo momento inizia con determinazione una nuova vita: il cammino dell’orazione e il riferimento costante all’Umanità di Cristo la conducono ad approfondire l’interiorità fino a raggiungere le più alte vette mistiche e a dilatare in pienezza la sua umanità. Nel 1562 con un piccolo gruppo di amiche, fonda ad Avila il monastero di S. Giuseppe, il primo della Riforma Teresiana che da allora ha inizio, allargandosi sempre più di fondazione in fondazione. Nasce un nuovo modo di vivere la preghiera in piccole comunità caratterizzate da una intensa fraternità, da una sostanziale povertà evangelica custodita da una stretta clausura. Nel 1566 scrive (in due relazioni a distanza di pochi mesi) il Cammino di Perfezione dove spiega in forma confidenziale alle sue sorelle, i consigli e le indicazioni del percorso verso la santità così come traspare dalla sua esperienza personale. Mentre sta organizzando l’ultima delle sue numerose fondazioni (17 monasteri e diversi conventi di frati) muore la sera del 4 ottobre 1582 nel monastero di Alba del Tormes.

Potremmo riassumere brevemente:
-          dalla vocazione monastica alla determinata determinazione di seguire il Vangelo
-          dalla vita di preghiera alla preghiera come vita: il primato dell’interiorità

Anche Teresa raccoglie, da donna e monaca, la problematica storica ed ecclesiale del suo tempo: “Tutto il mondo è in fiamme….e noi dovremmo sprecare il tempo in domandare cose, che se venissero esaudite, potrebbero impedire a qualche anima di andare in cielo?”(C 1,5) Scrive nelle prime pagine del Cammino di perfezione e mette in atto un nuovo modo di concepire la vita monastica.
Teresa scopre che il luogo della fede è l’Umanità di Gesù e proprio dentro la Chiesa propone la sua “riforma interiore” appassionandosi alla salvezza di chiunque ne sia staccato o lontano: gli indios, i protestanti, i peccatori…sono l’obiettivo delle sue preghiere: “mi pareva che pur di salvare un’anima avrei sacrificata mille volte la vita” (C1,2), La sua proposta è quella della preghiera, di elevare il livello contemplativo della Chiesa, fissando gli occhi nell’umanità di Gesù e ascoltando la Parola di Dio.
Il cammino che propone alle sue sorelle non passa primariamente dall’ascesi e dal rigore, ma dall’amore: “non era mia intenzione stabilire in questa casa tanta radicalità” (C1,1) . La prima comunità da lei fondata è chiamata sostanzialmente a seguire la Regola dei primi monaci carmelitani nella sua formulazione più antica, vivendo più radicalmente possibile il Vangelo e affrontando la sfida di una intensa fraternità. La relazione con Dio e con le sorelle è ciò che fonda e costituisce la modalità della preghiera. Alla persona e soprattutto a chi ne è incapace, come allora erano considerate le donne, Dio rivolge una parola di amicizia personale, un rapporto che purifica e valorizza la personalità e umanizza le fragilità attraverso la via dell’amore “tutte le anime sono capaci di amare”: sapersi amati genera amore (V 22,14). Pregare per lei non significa esprimere tante parole o tanti concetti ma primariamente significa amare.

martedì 14 dicembre 2010

CHIAMATI ALLA SANTITA' . In cammino con S, Carlo e S. Teresa . parte seconda

RITIRO DALLE MONACHE – SECONDA PARTE

SAN CARLO E LA RIFORMA DELLA CHIESA

San Carlo Borromeo nasce il 2 ottobre 1538 al Arona in una nobile famiglia e passa la fanciullezza sul lago Maggiore. Come secondo figlio maschio viene destinato alla carriera ecclesiastica secondo la consuetudine del tempo, per lasciare al fratello maggiore Federico la vasta proprietà della famiglia. A Pavia completa gli studi in diritto civile e canonico e quando viene eletto papa lo zio materno Pio IV, viene convocato a Roma con l’incarico di segretario di stato (il primo nella storia della Chiesa Cattolica). Nel 1560 a 22 anni viene eletto cardinale e gli viene affidata l’amministrazione della diocesi di Milano, ma risiede a Roma dove fonda un’Accademia in cui avvengono incontri con i massimi esponenti della cultura del tempo.
Una prima conversione avviene alla morte del fratello Federico, il primogenito. Nonostante il parere contrario dello zio papa, che lo vorrebbe sposato per continuare il casato, decide di diventare prete e di dare un indirizzo nuovo alla sua vita. Nel 1563 Carlo viene nominato arcivescovo di Milano, a soli 26 anni. Preghiera, penitenza, carità e studio caratterizzano la vita nuova di Carlo.
Risiedendo a Milano, fonda due opere: la “Casa Pia” che raccoglie le donne di strada decise a cambiare vita, e una “Casa di accoglienza” per i più poveri e i mendicanti che vengono a bussare alla sua porta. Presso la chiesa di S. Ambrogio accoglie i bisognosi e manda il suo amico S. Filippo Neri dal carattere allegro e gioioso a predicare: nella sua serietà ama la compagnia e l’amicizia.
Si impegna fortemente a praticare i decreti conciliari nella sua diocesi, facendola diventare un vero centro di irradiamento per tutto il mondo cattolico. In particolare si dedica con passione alla formazione del clero, istituendo nel 1564 il primo seminario milanese.
S. Carlo è fermamente convinto che la riforma della Chiesa deve prima di tutto cominciare da se stessi. E’ interessante sapere che nella sua casa voleva che si vivesse come in una comunità: dettava lui stesso le meditazioni giornaliere, la celebrazione della Messa e la recita dell’ufficio divino doveva essere in comune e chi lo circondava aveva l’obbligo di richiamarlo in qualche sua inadempienza alle regole rigorose e austere che aveva deciso di seguire.
Quando, nel 1576 la peste devasta la città di Milano, non solo rimane vicino alla sua gente, ma soccorre materialmente con particolare dedizione i più bisognosi, aprendo un lazzaretto e donando molti suoi beni. Ad esempio, per citare un particolare secondario ma che dice la sua premurosa attenzione di pastore: quando il commercio degli abiti infetti fece diffondere la pestilenza, diede ordine di spogliare l’arcivescovado di tutte le stoffe più preziose per confezionare e distribuire abiti a chi ne avesse bisogno.
Muore la sera del 3 novembre 1584 mentre stava compiendo la visita pastorale nella sua diocesi.
Potremmo riassumere brevemente il suo cammino di santità:
-          dalla carriera ecclesiastica la scelta radicale del Vangelo: ciò che il cardinale chiama “la conformazione al  Signore   
-          da una carica di potere alla compassione e al coinvolgimento con la sua gente: ciò che il cardinale chiama “l’ascolto del grido dei poveri”

La prossima volta tratteremo di Santa Teresa

lunedì 13 dicembre 2010

CHIAMATI ALLA SANTITA' - In cammino con S. Teresa e S. Carlo

CHIAMATI ALLA SANTITA’

In cammino con S. Teresa e S. Carlo (prima parte)

Ho trascorso una mezza giornata di ritiro presso le Monache Carmelitane Scalze di Legnano. Hanno trattato un argomento che ritengo possa interessare a tutti, e lo voglio condividere con voi.
Il nostro Cardinale invita quest’anno la Chiesa Ambrosiana a vivere un cammino sulle orme di S. Carlo di cui si celebra il quarto centenario di canonizzazione. “Santi per vocazione”  è il titolo della lettera pastorale per l’anno corrente nella quale, rileggendo in filigrana la parabola del buon samaritano, che non ha esitato a soccorrere un estraneo trovato sul ciglio della strada pagando di persona, ci propone l’immagine del santo come colui che “in maniera esemplare, umile e coraggiosa, superando infinite difficoltà, si compromette di persona e sa vivere la carità di Cristo, vedendone il volto in quello del povero”. Indica poi la figura di S. Carlo proprio come colui che ha saputo portare “amore, dedizione e speranza” non solo cercando di applicare nella sua Diocesi le direttive di una radicale riforma istituita dal Concilio di Trento, ma anche ponendosi “in ascolto del grido dei poveri”, degli ultimi, degli appestati, con compassione e dedizione senza risparmio.
Il cardinale ci invita a vivere in pienezza la nostra vita cristiana sentendoci chiamati tutti e personalmente alla santità: “la sintesi della vita di un cristiano si dà in un’esistenza santa mentre oggi il rischio che corriamo, anche nelle nostre comunità, è  quello di svuotare il cristianesimo dall’interno”.
Raccogliendo questo invito, vorremmo ripercorrere brevemente il cammino di santità vissuto da S. Carlo e nello stesso tempo cercare di imparare a pregare lasciandoci guidare da una sante che ci è più familiare: S. Teresa. L’Ordine Carmelitano si sta preparando a celebrare il V centenario della sua nascita (nel 2015) rileggendo le sue opere e quest’anno in particolare il “Cammino di perfezione”  dove sono raccolti gli insegnamenti rivolti alle sue sorelle nella prima comunità carmelitana da lei fondata.
Teresa e Carlo sono due santi contemporanei, pienamente immersi nelle problematiche e nelle trasformazioni del periodo storico in cui sono vissuti. Vediamo un po’ più da vicino i grandi eventi che caratterizzano il XVI secolo. Nel 1500 la cultura del Rinascimento sviluppa le innovazioni portate dall’Umanesimo mettendo in risalto il valore dell’individuo come realtà posta al centro dell’universo. Le invenzioni e le scoperte in ogni campo della scienza rivoluzionano la visione del mondo, basta pensare all’invenzione della stampa che permette la diffusione a vasto raggio del libro non più opera di una paziente e minuziosa copiatura dei monaci amanuensi; oppure l’inoltrarsi alla conquista di nuovi mondi e nuovi popoli oltre oceano, in seguito alla scoperta dell’America.
Questa apertura di nuovi e sconvolgenti orizzonti nella cultura e nella scienza permette il passaggio dal Medio Evo all’Epoca Moderna.
Anche nell’ambito della Chiesa avvengono grandi cambiamenti. Da tempo emerge la richiesta e la necessità di riformare un sistema ecclesiastico molto degradato, caratterizzato da una situazione corrotta del clero e della gerarchia ecclesiastica. Ad esempio i vescovi amministravano tre o quattro diocesi accumulando molti benefici ma non risiedevano in esse, trascurando la vita pastorale dei preti che vivevano nell’ignoranza e nell’immoralità. La carriera ecclesiastica era assicurata alle famiglie nobili e ai parenti del papa. Da più parti si sentiva forte il bisogno di riscoprire il valore della vita spirituale.
Lutero, un monaco agostiniano tedesco, si pone a capo di una corrente che protesta nei confronti di una Chiesa troppo preoccupata di gestire il proprio potere in termini politici ed economici. Promuove una Riforma sostenendo il primato della sola fede nei confronti dei sacramenti, traduce la bibbia in tedesco per poterla maggiormente diffondere, affermando la libera interpretazione della Parola di Dio senza la mediazione del magistero papale. Le sue proposte vengono respinte dal papa e all’interno della Chiesa avviene così una separazione. Dal 1545 al 1563 viene indetto il Concilio di Trento nel quale la Chiesa compie un’ampia opera di riforma, rispondendo alle provocazioni dei protestanti, approfondendo alcune posizioni dottrinali e attuando alcune direttive sostanziali in ambito pastorale.
Da qui scaturisce una radicale riorganizzazione ecclesiastica: viene respinta la teoria protestante della giustificazione per la “sola fede” ristabilendo l’efficacia dei sacramenti; vengono adottate disposizioni riguardo la vita spirituale e morale dei preti, la conferma del celibato sacerdotale, la promozione della formazione ecclesiastica attraverso dei seminari in ogni diocesi, infine viene confermata l’autorità magisteriale del papa.

domenica 12 dicembre 2010

SAN GIOVANNI DELLA CROCE


Nacque a Fontiveros vicino ad Avila, un borgo della Vecchia Castiglia spagnola  probabilmente nel 1540. Il padre Gonzalo de Yepes un nobile toledano, fu cacciato di casa e diseredato per aver sposato una povera tessitrice di seta, Catalina Álvarez.
Orfano di padre già in tenera età, si trovò a doversi spostare di città in città con la laboriosa e attiva madre per il loro sostentamento economico, dovendo quindi studiare e lavorare in luoghi sempre diversi.
Egli manifestò fin da piccolo inclinazione alla carità verso i poveri e ancora di più verso la preghiera contemplativa.
Nel periodo tra il 1551 e il 1559 ebbe una formazione culturale ed artigiana nel "Colegio de los doctrinos" di Medina del Campo(Valladolid), dove si era trasferito con la madre. Successivamente fu falegname, sarto, pittore e intagliatore; quindi accolito della Chiesa della Maddalena, commesso e aiutante infermiere nell'Ospedale della Concezione.
Nel 1563 entrò nell'Ordine Carmelitano chiedendo di vivere senza attenuazioni la rigida e antica regola carmelitana non più attuata. Tra il 1564 e il 1568 completò gli studi teologici e filosofici all'Università di Salamanca.
Nel 1567 fu ordinato sacerdote e tra settembre e ottobre dello stesso anno incontrò Teresa d'Avila che, anch'essa carmelitana, stava attuando con la autorizzazione del Priore generale dell'Ordine una riforma del Carmelo. Conquistato dalle sue idee riformatrici ne appoggiò in pieno il progetto in vista dell'inizio della riforma dell'ordine dei Carmelitani; a sua volta Santa Teresa lo prese in grande considerazione, chiamandolo il suo "piccolo Seneca", con scherzoso ma affettuoso riferimento alla sua corporatura esile, e definendolo "padre della sua anima".
Il 9 agosto 1568, dopo numerosi colloqui con Teresa d'Ávila, partì per Valladolid, dove fondò il primo convento di Carmelitane Scalze. Qui rimase fino ad ottobre, informandosi dettagliatamente sulla nuova vita riformata; all'inizio di ottobre andò a Duruelo (Segovia), dove adattò un cascinale a primo convento di Carmelitani Scalzi; il 28 novembre, prima domenica d'Avvento, vi inaugurò la vita riformata; in tale occasione assunse il nome di Giovanni della Croce. All'interno dell'ordine riformato tra il 1572 e il 1577 svolse attività di guida spirituale nel monastero dell'Incarnazione di Ávila.
Tra le varie sofferenze, fisiche e spirituali, che ebbe a sperimentare a seguito della sua adesione alla riforma, spicca in particolare l'arresto e la carcerazione, il 2 dicembre 1577, nella prigione del convento dei Carmelitani Calzati di Toledo, per un incidente nel monastero di Ávila di cui venne ritenuto erroneamente responsabile. Rimase rinchiuso per più di otto mesi, sottoposto a maltrattamenti e torture fisiche, psicologiche e spirituali, trovando peraltro l'ispirazione per comporre alcuni dei suoi poemi mistici più noti e riuscì alla fine a fuggire, tra le 2 e le 3 del mattino del 17 agosto 1578, in modo assai avventuroso.
Riprese gradualmente dopo il carcere diversi incarichi importanti nell'ordine carmelitano riformato che aveva acquisito progressivamente autonomia. Nel 1584 terminò a Granada la prima redazione del Cantico Spirituale, mentre in questi anni scrisse e perfezionò i suoi principali trattati spirituali.
Nell'ultimo periodo della sua vita viene abbandonato dalla maggior parte dei suoi seguaci.
Nel 1591 fu dimesso dagli incarichi direttivi nell'ordine e ammalato il 28 settembre si recò ad Ubeda (Jaèn), dove trascorse gli ultimi mesi di vita.
Qui morì alle ore 12 della notte tra il venerdì 13e il sabato 14 dicembre 1591 all'età di 49 anni.

      Anche se è notte
Quella eterna fonte sta nascosta, ma so ben dove sgorgaanche se è notte.
La sua origine non so, poiché non l’ha, ma so che ogni origine da lei viene, anche se è notte.
So che non può esserci cosa tanto bella e che in cielo e terra bevono di quella, anche se è notte.

Ben so che in lei il suolo non si trova e che nessuno la può attraversare, anche se è notte.
Quella eterna fonte sta nascosta in questo vivo pane per darci vita, anche se è notte.

Qui si sta, chiamando le creature, perché di quest’acqua si sazino, in forma oscura, anche se è notte.
Questa viva fonte che io desidero in questo pane di vita la vedo, anche se è notte

lunedì 6 dicembre 2010

S. NICOLA

Chi è San Nicola?


San Nicola di Bari (Pàtara di Licia odierna Ickeh?, tra 260 e 280 - Mira, 6 dicembre 343?), conosciuto anche come Nicola di Mira o san Niccolò o Nicolò, fu vescovo nella seconda metà del IV secolo della città di Myra (antico nome di Demre, nella
 Licia in Asia minore, l’attuale Turchia).
Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, nel mondo è conosciuto prevalentemente con il nome di santa Claus (o Klaus). È all’origine del personaggio di Babbo Natale.

Cenni biografici

Nacque probabilmente a Pàtara di Licia, tra il 260 ed il 280, da Epifanio e Giovanna che erano cristiani e benestanti . Cresciuto secondo i dettami del Cristianesimo, perse prematuramente i genitori a causa della peste. Nicola divenne erede di un ricco patrimonio e si servì dell’eredità per aiutare i bisognosi . Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva degnamente maritarle, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo, che così poté onestamente sposare le figlie. In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l’attività apostolica. Non è certo che sia davvero stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale avrebbe condannato duramente l’arianesimo, difendendo la verità cattolica, ma la leggenda ci tramanda che in un momento d’impeto prese a schiaffi Ario. Gli scritti di sant’Andrea di Creta e di San Giovanni Damasceno ci confermano l’ortodossa fede di Nicola. Nicola si occupò anche del bene dei suoi concittadini, ottenne dei rifornimenti durante una carestia e ottenne la riduzione delle imposte dall’Imperatore. Morì a Myra il 6 dicembre, presumibilmente dell’anno 343, forse nel monastero di Sion, e già allora si diceva compisse miracoli; tale convinzione si consolidò dopo la sua morte, con il gran numero di leggende che si diffusero in Oriente. Le sue spoglie furono conservate fino al 1087 nella cattedrale di Myra.

Trafugamento (traslazione) delle spoglie a Bari e Venezia

Quando Myra cadde in mano musulmana, Bari e Venezia - al tempo dirette rivali nell’Adriatico - entrarono in competizione per il trafugamento in Occidente delle spoglie. I baresi ebbero la meglio anticipando i veneziani: il 9 maggio 1087 una spedizione di tre navi, di proprietà degli armatori Dottula con 62 marinai di cui 2 sacerdoti, Lupo e Grimoldo, partì dalla città di Bari (che era passata sotto il dominio normanno). Sbarcò ad Andriaco e si diressero a Myra dove si impadronì delle spoglie di Nicola. Una volta tornati a città, là dove i buoi che trainavano il carico dalla barca si fermarono fu posta la prima pietra della Basilica. La basilica di San Nicola a Bari La basilica di San Nicola a Bari
Nel 1089 le spoglie vennero definitivamente poste nella cripta della Basilica, alla presenza di Papa Urbano II che dichiarò festivi il 6 dicembre e il 9 maggio. Nacque in seguito la leggenda che Nicola stesso quando era in vita, passando per Bari, avrebbe dichiarato "In questa città riposeranno le mie spoglie". Ancora oggi, i buoi sono ricordati fra le decorazioni della Basilica di San Nicola, nelle statue che li rappresentano ai lati del portale maggiore, mentre ai 62 marinai è dedicata una strada nella città vecchia.
I Veneziani tuttavia non si rassegnarono e nel 1099-1100 si recarono ugualmente a Myra [1], dove fu loro indicato il sepolcro vuoto dal quale i baresi avevano trafugato le ossa. Tuttavia qualcuno rammentò di aver visto celebrare le cerimonie più importanti, non sull’altar maggiore, ma in un ambiente secondario. Fu in tale ambiente che i veneziani si misero a scavare, rivenendo delle ulteriori reliquie del corpo di Nicola, che furono prese e traslate nell’abbazia di San Niccolò del Lido. San Nicolò venne quindi proclamato protettore della flotta della Serenissima. A San Nicolò del Lido terminava l’annuale rito dello "sposalizio" di Venezia col mare.

Dove si trovano le vere reliquie

Le ricognizioni effettuati sulle reliquie custodite a Bari (1956) e a Venezia (1992), hanno appurato che i resti ossei appartengono allo stesso scheletro, che risulta pertanto diviso fra le due città.[2] Anche in base a quanto riportato dai documenti storici, si è dedotto che i baresi, nella fretta di trafugare i resti, frantumarono lo scheletro, limitandosi a portare via i frammenti di maggior dimensione. I veneziani pertanto, reperirono i frammenti più minuti, che erano stati opportunamente nascosti.

Culto e tradizione

Il suo culto si diffuse dapprima in Asia Minore (nel VI secolo ben 25 chiese a Costantinopoli erano dedicate a lui), con pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira. Numerosi scritti in greco e in latino ne fecero progressivamente diffondere la venerazione verso il mondo bizantino-slavo e in Occidente, a partire da Roma e dal Meridione d’Italia, allora soggetto a Bisanzio. Secondo la tradizione, Nicola aiutò tre ragazze che non potevano sposarsi per mancanza di dote, gettando sacchetti di denaro dalla finestra nella loro stanza, per tre notti. Per questo è venerato dalle ragazze e dalle donne nubili.
San Nicola è uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di bisognosi. Il suo emblema è il bastone pastorale e tre sacchetti di monete (o anche tre palle d’oro). Tradizionalmente viene rappresentato vestito da vescovo con mitra e pastorale. L’attuale rappresentazione in abito rosso bordato di bianco origina dal poema "A Visit from St. Nicholas" del 1821 di Clement C. Moore, che lo descrisse come un signore allegro e paffutello, contribuendo alla diffusione della figura mitica, folkloristica, di Babbo Natale.
Nella Chiesa ortodossa russa san Nicola è spesso la terza icona insieme a Cristo e a Maria col bambino nell’iconostasi delle chiese.
Il santo oggi è patrono, oltre che dei marinai, pescatori e naviganti, dei bambini, delle ragazze da marito, scolari, farmacisti, profumieri, bottai, nonché delle vittime di errori giudiziari e degli avvocati. È patrono inoltre dei mercanti e commercianti e per questo la sua effigie figura nello stemma della Camera di Commercio di Bari.
A Bari il culto è molto sentito, e l’otto maggio si festeggia il Santo con una lunga festa che ripercorre l’evento traslazione delle sue ossa nella città trascinando una caravella sul lungomare.
A Ganzirri il Santo viene festeggiato la seconda domenica d’Agosto. La festa è caratterizzata da una spettacolare processione notturna di barche.
Il culto di san Nicola fu portato a New York dai coloni olandesi (è infatti il protettore della città di Amsterdam), sotto il nome di santa Klaaus. Viene festeggiato il 6 dicembre.
Dal XVII secolo viene considerato benefattore dei bambini: da allora esiste in molti paesi europei l’uso di mettere la sera del 5 dicembre gli stivali fuori dalla porta di casa in modo che il santo possa riempirli di noci, mandarini e biscotti. Questa tradizione è sentita anche in Italia a Trieste e Gorizia, Bari e in tutto l’Alto Adige.
AUGURI A TUTTI I NICOLA, NICOLO', NICCOLO' CHE FESTEGGIANO OGGI L'ONOMASTICO, ED IN PARTICOLARE A PADRE NICOLA GALENO, CARMELITANO SCALZO E BUON AMICO!!!

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi